Nagorno-Karabakh

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Anno difficile per il Nagorno-Karabakh. Nell’aprile del 2016 sono ripresi duri scontri che hanno ancora strascichi più o meno intensi. Il conflitto tra Armenia e Azerbaigian per l’area contesa è iniziato nel febbraio 1988, quando la regione autonoma del Nagorno-Karabakh ha dichiarato la propria indipendenza dalla Repubblica sovietica dell’Azerbaigian.

Il Paese è monitorato dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). L’Austria, alla quale è stata affidata la presidenza dell’Osce nel 2017, ha chiesto ufficialmente alle parti in causa di schierarsi dalla parte del dialogo e della diplomazia.

Dal 1992 si svolgono i negoziati per la soluzione pacifica del conflitto all’interno del gruppo di Minsk dell’OSCE. L’Azerbaigian insiste sulla conservazione della propria integrità territoriale, l’Armenia difende gli interessi dei separatisti, mentre gli indipendentisti del Nagorno-Karabakh non partecipano.

Intanto non si placano le violazioni del cessate il fuoco, compiute da entrambe le parti in conflitto. Il 29 dicembre 2016, le parti si sono reciprocamente accusate di avere compiuto una violazione territoriale.

Nel mese di giugno la Russia ha tentato di assumere un ruolo di mediazione diretta nel conflitto. I presidenti dei tre Paesi hanno concordato una dichiarazione trilaterale per la pacificazione politica.

La paura è che scoppi una nuova guerra in quella regione, strategica perché da lì passano gasdotti e oleodotti che riforniscono i mercati di tutto il mondo.

Per cosa si combatte

Sulla carta geografica il Nagorno-Karabakh è solo un piccolo puntino a forma di fagiolo incastonato fra le vecchie montagne del Caucaso meridionale. Eppure, questo fazzoletto di terra aspra e inospitale è l’oggetto di una storica contesa fra la maggioranza armena e la minoranza azera che lo abitano. È così da secoli, ma è soprattutto dopo la I Guerra Mondiale e poi durante l’era sovietica che gli odi sono diventati steccati, sempre più insormontabili, creati ad arte e sfruttati dalle grandi potenze per questioni di interesse. Nel 1919, ad esempio, le potenze alleate riconobbero la sovranità azera sul Karabakh, abbagliate dal miraggio dei giacimenti di petrolio scoperti nella regione di Baku. Già nel 1920, però, quando la Transacaucasia venne conquistata dall’Armata Rossa, Stalin pensò bene di assegnare la Regione all’Armenia, nella speranza di allargare il consenso del nuovo regime comunista. Cambiò però idea dopo qualche anno, per ingraziarsi il favore dei turchi, tradizionali alleati degli azeri, col risultato che nel 1923 viene ufficialmente creata la Regione autonoma del Nagorno-Karabakh, all’interno della Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaijan.

La progressiva decomposizione del blocco socialista, alla fine degli anni ’80, fa riemergere le rivalità fra azeri e armeni, con scontri di piazza, incidenti e veri e propri pogrom scatenati contro le minoranze nelle rispettive zone di influenza. Il 26 febbraio 1988 un milione di persone scende in piazza a Yerevan, capitale dell’Armenia, per chiedere l’annessione del Nagorno-Karabakh, dopo che il parlamento dell’enclave si era espresso a favore, il 20 febbraio 1988. Un referendum popolare conferma qualche mese dopo questa scelta, per certi versi inevitabile, alla luce della politica di “azerizzazione” forzata che era stata portata avanti per anni nella regione dall’allora presidente del Soviet Centrale dell’Azerbaijan, Heydar Aliyev, padre dell’attuale presidente.

La situazione precipita poi nel 1991, quando sia l’Armenia che l’Azerbaijan si rendono indipendenti da Mosca e sono perciò liberi di darsi battaglia a tutto campo per il controllo dell’enclave, grazie anche alle armi che affluiscono da Mosca, verso entrambi i belligeranti. Quella per il Nagorno-Karabakh è stata da questo punto di vista la prima e la più sanguinosa fra le guerre prodottesi nello spazio territoriale dell’ex-Unione Sovietica: in quasi sei anni di conflitto i morti sono stati infatti almeno 30mila e più di un milione i profughi costretti a lasciare la loro terra: 400mila gli armeni costretti a lasciare l’Azerbaijan e 800mila gli azeri costretti a lasciare l’Armenia e il Nagorno-Karabakh. Un cessate-il-fuoco viene raggiunto solo il 16 maggio del 1994, congelando la situazione creatasi sul terreno: il Nagorno-Karabakh si ritrova perciò sotto il totale controllo delle truppe armene e delle milizie loro alleate, che occupano inoltre il 9% del territorio circostante, appartenente in realtà all’Azerbaijan, compreso il famoso corridoio di Lachin, che mette in comunicazione l’Armenia con questa sua enclave.

Da allora, il conflitto è “congelato”, anche se in realtà la terminologia cara agli analisti e ai diplomatici finisce per sorvolare sullo stillicidio di vite causato negli ultimi quindici anni dalle sistematiche violazioni alla tregua, né tiene conto del fatto che ci sono tutti i giorni 70mila soldati dell’una e dell’altra parte che si fronteggiano armi in pugno in trincee d’altri tempi, che distano spesso non più di un centinaio di metri, lungo quella che resta l’unica “linea di contatto” ed è lunga 200 chilometri. Né sono “congelati “ gli stati d’animo con cui in Nagorno-Karabakh, così come in Armenia e Azerbaijan, si continua ad alimentare la catena di odio e risentimento reciproco, su cui sembra ormai forgiata l’identità nazionale dei due popoli, e che spiega le difficoltà nel trovare una soluzione negoziata e duratura. Ha più senso perciò parlare di conflitto “protratto”, come ha suggerito di recente l’Osce perché la situazione resta in continua evoluzione, e con esiti ancora incerti.

Quadro generale

Non è una questione di poco conto, perché l’irrilevanza sulla carta geografica del Nagorno-Karabakh è solo apparente. Il conflitto che perdura in questa Regione va infatti inserito in un contesto geo-politico dalle mutazioni profonde, che vede da un lato un Caucaso (meridionale e settentrionale) sempre più turbolento e dall’altro il sovrapporsi di nuove problematiche strategiche: dal disgelo un tempo impensabile fra Armenia e Turchia al rinnovato protagonismo russo, passando per le ambizioni da potenza regionale che animano ormai apertamente il governo turco di Erdogan e chiudendo con la complessa questione dei vecchi e nuovi corridoi energetici che vede impegnate le principali potenze europee. Sono tutte partite aperte, che passano da queste parti. Una maggiore stabilità, ergo una soluzione concordata del conflitto sul Nagorno-Karabakh, potrebbe perciò giovare a molti protagonisti indiretti che si proiettano nella Regione.

Ma è vero anche che nessuno di loro è in grado di influenzare entrambe le parti in conflitto. Le quali, dal canto loro, fanno una gran fatica nel trovare un compromesso che possa risultare accettabile agli occhi delle rispettive opinioni pubbliche, accecate da più di vent’anni di propaganda di stampo nazionalistico.