Nagorno-Karabakh

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Il 2017 è stato un anno complicato per il Nagorno-Karabakh, il territorio conteso tra Armenia e Azerbaigian dal 1988, quando la Regione (Oblast) autonoma del Nagorno-Karabakh ha chiesto al Soviet supremo di Mosca il trasferimento dalla Repubblica sovietica azera a quella armena. Un anno di transizione cruciale, il 2017, perché ha fatto seguito ai cruenti scontri dell’aprile 2016, i più drammatici dal cessate il fuoco del 1994, il precario accordo che ha congelato per anni la situazione dal punto di vista diplomatico, senza scongiurare sporadici scontri a fuoco e il rischio di una guerra regionale. Alla luce degli avvenimenti del 2016, di intermittenti frizioni militari del 2017, della crescente polarizzazione delle posizioni diplomatiche di Baku (Azerbaigian) e Yerevan (Armenia) e del radicalizzarsi delle rispettive opinioni pubbliche interne, nel 2017 il gruppo di Minsk – l’organismo dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) che ha il mandato di favorire il negoziato – ha avuto un compito particolarmente difficile. Istituito nel 1994, composto da 9 Paesi e co-diretto dal 1997 da Stati Uniti, Francia e Russia, nell’ottobre 2017 il gruppo di Minsk è riuscito a ottenere un incontro tra i Presidenti di Armenia e Azerbaigian. Dopo aver discusso a Ginevra, l’armeno Serzh Sargsyan e l’azero Ilham Aliyev hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta in cui si impegnano a continuare i colloqui e ad assumere iniziative per ridurre la tensione. Un segnale positivo, ma che non va sopravvalutato.

La storia del “conflitto-congelato” per il Nagorno-Karabakh e la cronaca più recente dimostrano infatti quanto sia difficile trovare spiragli per un vero dialogo: nel maggio e nel giugno 2016 i due Presidenti si sono incontrati due volte, ma non ne è scaturito alcun avanzamento negoziale. Oltre alla reciproca sfiducia personale tra i due Presidenti, rimangono inevase le grandi questioni che dividono l’Armenia dall’Azerbaigian, riconducibili alla contraddizione tra due principi chiave del diritto internazionale: l’integrità territoriale, rivendicata dall’Azerbaigian che chiede la restituzione del territorio sottrattogli militarmente dall’Armenia per difendere i separatisti del Nagorno-Karabakh, e il diritto all’autodeterminazione, invocato dalla popolazione che vive nell’enclave, la quale ha espresso la decisione unilaterale di unirsi all’Armenia, che da parte sua difende gli interessi dei separatisti armeni. È intorno a questi due principi, diversamente interpretati a seconda del periodo storico e del contesto geopolitico, che si articola il più lungo conflitto nei territori dell’ex Unione Sovietica.

Per cosa si combatte

Nel Nagorno-Karabakh si combatte per il controllo di un territorio piuttosto circoscritto, non particolarmente ricco ma collocato in un’area strategica, incastonato tra le montagne del Caucaso Meridionale, in una Regione sempre più centrale nel connettere l’Europa all’Asia e nelle rotte della distribuzione energetica. Il conflitto tra la maggioranza armena e la minoranza azera che abitano nell’ex Regione autonoma del Nagorno-Karabakh ha radici antiche ed ha assunto forme diverse nel corso del tempo. L’implosione dell’Unione sovietica, con la nascita nel 1991 delle Repubbliche indipendenti dell’Armenia e dell’Azerbaigian, ha alimentato nuovamente lo scontro, già esplosivo da quando, nel 1988, i cittadini armeni del Nagorno-Karabakh – preoccupati anche per la politica di “azerizzazione” forzata dell’allora Presidente del Soviet centrale dell’Azerbaigian, Heydar Aliyev, padre dell’attuale Presidente – hanno avallato con un referendum la decisione del parlamento di entrare nell’orbita armena. La guerra combattuta tra il 1991 e il 1994 ha causato circa 25mila vittime, mentre più di 700mila azeri e 400mila armeni hanno dovuto abbandonare le proprie case. La situazione è in stallo dal 16 maggio 1994, quando è stato raggiunto un cessate il fuoco, che non ha però impedito la ripresa delle ostilità militari negli anni successivi e che non soddisfa del tutto né Yerevan né, tanto meno, Baku. Da allora, e in particolare dal 2008, i due Paesi si accusano reciprocamente e con regolarità di oltrepassare la “linea di contatto”, l’area altamente militarizzata, lunga circa 200 chilometri, che li divide.

Quadro generale

A dispetto della dichiarazione congiunta rilasciata in occasione dell’incontro dell’ottobre 2017 a Ginevra, nel corso del 2017 entrambi i Presidenti hanno alzato i toni, anche per assecondare i sentimenti delle rispettive opinioni pubbliche interne. I mediatori internazionali sono preoccupati per l’orientamento bellicista che prevale all’interno dei due Paesi. Sia in Armenia sia in Azerbaigian, una parte della popolazione invoca con sempre maggior convinzione il ricorso a una soluzione finale, di tipo militare, che metta fine al prolungato stallo negoziale. Per molti, non si tratta di un’opzione tra le altre, ma di una necessità urgente. Una convinzione ancora più diffusa dopo gli scontri militari dell’aprile 2016, che hanno permesso all’Azerbaigian di conquistare due importanti alture nel territorio del Nagorno-Karabakh. Conquiste che hanno alimentato la fiducia nella soluzione militare e diffuso un patriottismo esasperato. Baku insiste in particolare sul riconoscimento da parte degli attori internazionali della validità giuridica delle proprie rivendicazioni, invocando la condanna dell’Armenia per aver non solo occupato, ma “annesso” i territori azeri. Azione per la quale chiede, in modo più o meno esplicito, sanzioni simili a quelle comminate alla Russia per l’annessione della Crimea. Allo stesso tempo, l’Azerbaigian ha ampliato il proprio arsenale, acquistando armi da Russia, Israele, Pakistan e dalla Turchia, che rimane un alleato strategico importante, così come lo è la Russia per l’Armenia, sebbene Yerevan sia insoddisfatta dell’equilibrismo tenuto da Mosca nel conflitto. All’enfasi con cui Baku capitalizza i successi militari ottenuti nel 2016, Yerevan risponde con un’ulteriore rafforzamento militare delle proprie posizioni lungo la “linea di contatto” e con la progressiva militarizzazione della società, la quale d’altronde sembra compatta nel negare come irrealistica e pericolosa l’ipotesi di restituire all’Azerbaigian i 7 distretti azeri che, oltre al Nagorno-Karabakh, l’Armenia controlla dal 1994 (5 totalmente, 2 solo in parte).

Sul piano negoziale, le differenze restano notevoli, non solo sugli obiettivi ultimi, ma sul metodo per raggiungerli. L’Armenia non intende sedersi al tavolo negoziale prima di ricevere garanzie sullo status giuridico finale del Nagorno-Karabakh, e si sente minacciata dalla crescente postura muscolare di Baku. L’Azerbaigian invece ha fretta di scongelare la situazione di stallo, che rischia di istituzionalizzare un equilibrio lesivo dei propri interessi e contrario, sostiene Baku, al diritto internazionale. Non è un caso che il Governo azero ricordi spesso le passate risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che descrivono i territori contesi come occupati. Oltre alla sfiducia reciproca, pesa la sfiducia nei mediatori. Agli occhi di Baku e Yerevan, anche la Russia, il principale e più influente attore internazionale e regionale, non è un mediatore disinteressato. Senza un mediatore percepito come neutrale e affidabile, il conflitto non può che intensificarsi, perché mancano veri e propri canali di comunicazione tra i due Presidenti, tra i due governi, tra le leadership militari nella zona di conflitto. Inoltre, le due parti sono ancora lontane dall’affrontare le questioni più spinose. Il ritorno sotto il controllo di Baku dei sette distretti azeri attualmente controllati dall’Armenia, che li considera come “territori liberati”, oltre che come una sorta di “cintura di sicurezza”; lo status che dovrà avere in futuro il Nagorno-Karabakh, ora abitato pressoché esclusivamente dagli armeni, ma in passato anche dalla comunità azera; il rientro nelle proprie case dei profughi costretti ad abbandonarle durante gli anni Novanta. Per ora, le posizioni sul futuro assetto rimangono inconciliabili: Baku vuole un Nagorno-Karabakh autonomo, dentro i propri confini, ma il Presidente armeno Sargsyan sostiene che non permetterà mai che l’enclave torni sotto il controllo azero; Yerevan insiste sull’indipendenza del Nagorno-Karabakh, che chiama con il suo vecchio nome armeno, Artsakh, come eventuale preludio all’annessione, mentre Baku risponde che non permetterà la nascita di uno Stato armeno nel territorio azero. La soluzione passa per un vero processo di pace. E per scelte coraggiose: le concessioni reciproche che potrebbero favorire la stabilità sul lungo termine non possono che essere impopolari, sia in Azerbaigian sia in Armenia.