Repubblica Centrafricana

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Il Centrafrica vive ormai il quinto anno di guerra civile da quando, nel 2013, i ribelli del gruppo Seleka (che dichiarano di ispirarsi all’islam) hanno conquistato la capitale e costretto alla fuga l’allora Presidente François Bozizé. Cinque anni nei quali, nonostante i 13mila caschi blu presenti, il Paese è rimasto fondamentalmente un campo di battaglia fra milizie, gruppi armati e bande di malviventi che nel tempo si sono moltiplicati. Il Governo controlla a malapena buona parte del territorio – ma non tutto – della capitale. Accanto all’esercito governativo (debolissimo) e ai soldati della missione Onu Minusca, sul terreno si muovono i cosiddetti gruppi Antibalaka (sedicenti cristiani), mentre le milizie di Seleka si sono spostate nelle aree Nord Orientali del Paese, delle quali continuano a mantenere il controllo. Alla guida dello Stato, dal 30 marzo 2016, c’è il Presidente – eletto al secondo turno nel mese di febbraio – Faustin-Archange Touadéra, prendendo il testimone da Catherine Samba-Panza, l’ex sindaca di Bangui che era stata posta alla presidenza di transizione nel gennaio del 2014. Touadéra non è riuscito né a riportare la pace nel Paese né ad avviare una reale smilitarizzazione dei gruppi armati. E neppure a migliorare le condizioni disperate di una popolazione, già poverissima da ben prima del 2013. Secondo i critici, l’attuale Presidente sarebbe stato incapace di elaborare e realizzare una efficace strategia per uscire da una crisi sempre più drammatica. L’ultimo grido d’allarme, nel gennaio 2018, viene dalla la Croce Rossa Internazionale (Cri).

L’organismo umanitario ha denunciato una situazione in ulteriore peggioramento: oltre metà della popolazione ha bisogno urgente di aiuti internazionali. L’appello della Cri è l’ultimo di una serie lanciati dalle Ong e dai missionari presenti nel Paese. Una situazione che, peraltro, non si può considerare venga descritta in tutta la sua gravità, perché vi sono intere zone del Centrafrica inaccessibili agli stessi volontari e cooperanti (nella seconda metà del 2017 diverse organizzazioni umanitarie sono state costrette a lasciare il Paese per l’estrema insicurezza nella quale si trovavano a operare).

Secondo gli ultimi dati (fine 2017) forniti dall’Alto Commissariato per i rifugiati dell’Onu, a causa della realtà indiscriminata di violenze, i profughi interni e i rifugiati centrafricani nei Paesi vicini hanno superato il milione e 200mila (esattamente 688.700 sfollati e 542.380 rifugiati), su un totale 5,7milioni di abitanti.

Per cosa si combatte

Nella classifica dell’Onu sullo sviluppo umano, il Centrafrica risulta essere il Paese più povero del mondo (al 188° posto). Eppure, dispone di ingenti materie prime, sia del suolo che del sottosuolo. Non solo il legname delle foreste che ricoprono buona parte del territorio, ma anche diamanti, oro, petrolio, uranio. Beni che fanno gola alle potenze internazionali, le quali non a caso si contendono l’appoggio del Governo locale: Francia e Cina, ma anche l’Iran (interessato all’uranio) sono gli attori principali, che agiscono con l’appoggio locale di Ciad e Sudan.

Sono scesi dal Nord-Est, che confina con Ciad e Sudan, gli uomini armati che hanno dato origine alle milizie Seleka. Allora, nel 2013, la ragione dichiarata era la rivolta contro il Presidente François Bozizé, accusato di non aver rispettato accordi di pace che prevedevano l’integrazione nell’esercito degli ex combattenti ribelli. Bozizé poi era fuggito, le milizie Seleka avevano insediato Michel Djotodia, in seguito sostituito (a gennaio 2014) da Catherine Samba-Panza (l’unica, fra questi, votata dal Parlamento).

Oggi gli uomini della Seleka sono tornati a occupare le zone da cui provenivano, quel Nord-Est del Paese che alcuni vorrebbero rendere autonomo, dividendo lo Stato africano. Opzione mai nemmeno presa in considerazione dalla comunità internazionale, come pure dal Governo eletto nel 2016.

Va detto che in Centrafrica cristiani, musulmani e aderenti alle religioni tradizionali hanno convissuto pacificamente da secoli. Di sicuro l’eventuale divisione del Paese renderebbe più facile lo sfruttamento delle materie prime. Nel Nord-Est della Repubblica Centrafricana, in particolare nella Regione di Birao, vi sono ricchi giacimenti di petrolio.

Quadro generale

Il Centrafrica non ha mai conosciuto una vera democrazia. Provato da decenni di malgoverno e colpi di Stato, il Paese non è mai riuscito a risollevarsi. Negli ultimi anni il Paese africano ha anche subito pressioni e instabilità causate dalle vicende politiche degli stati confinanti, Ciad e Sudan, che hanno inciso nella sua tenuta interna, totalmente impreparato a ricevere le ondate di profughi in fuga da altri teatri di guerra. L’insicurezza e il pericolo, oltre a una rete di strade per lo più disastrate, hanno impedito alle agenzie umanitarie di raggiungere le zone colpite dai combattimenti, in particolare nel Nord-Est, e di portare sostegno alla popolazione. La criminalità e il traffico clandestino di diamanti (seconda voce nelle esportazioni del Paese) contribuiscono ad aumentare la già drammatica situazione interna del Centrafrica.

La Repubblica è stata fortemente voluta da Berthelemey Boganda, un prete cattolico, leader del Movimento d’Evoluzione Sociale dell’Africa Nera, il primo partito politico del Paese. Boganda ha governato fino al 1959 quando è morto in un misterioso incidente aereo. Suo cugino, David Dacko, nel 1962 ha imposto un regime monocratico. Ha avuto inizio così una lunga serie di colpi di Stato.

Il primo, ai danni di Dacko, lo attua il colonnello Jeab Bedel Bokassa, che sospende la costituzione e scioglie il Parlamento. La follia di Bokassa arriva al punto di autoproclamarsi Presidente a vita nel 1972 e Imperatore del risorto Impero Centrafricano nel 1976. Un impero di follia, e povertà per la gente.

La Francia, ex potenza coloniale, decreta la fine di Bokassa nel 1979 e restaura la presidenza di Dacko, con un altro golpe. Nel 1981 il generale Andre Kolingba prende il potere. Pressioni internazionali costringono il dittatore a convocare elezioni nel 1993, vinte da Ange-Félix Patassé.

Il neo Presidente dà vita a una serie di epurazioni negli apparati statali. Promulga una nuova costituzione nel 1994, ma le forti tensioni sociali sfociano in rivolte popolari e violenze interetniche.

Nel 1997 vengono firmati gli accordi di pace che portano al dispiegamento di una forza internazionale composta da forze militari di Paesi africani. Poi arriva il turno dell’Onu. Di nuovo alle urne nel 1999, Patassé vince, ma ormai le tensioni sono fuori controllo. Il Paese diventa una sorta di terra di nessuno dove le forze militari e i ribelli razziano e rapinano la popolazione. Terreno fertile per un ennesimo colpo di Stato, che in effetti porta al potere nel 2003 il generale François Bozizé, che poi vince le elezioni nel 2005 (ritenute valide dalla comunità internazionale).

La Repubblica Centrafricana è considerata come uno “Stato fantasma”, secondo i report dell’International Crisis Group: il Paese avrebbe perso completamente la propria capacità istituzionale. Il Centrafrica ha vissuto in una condizione di brutalità continua, sia prima che dopo il raggiungimento dell’indipendenza. Cinquant’anni di regimi autoritari hanno dato vita a uno Stato predatore e violento, in cui l’unica possibilità per arrivare al potere e per mantenerlo è stato il ricorso continuo alla forza. A ciò vanno aggiunte le pressioni esercitate dalla ex potenza coloniale, la Francia, che ha mantenuto legami molto stretti con i vari leader che si sono susseguiti, determinando la caduta o il ritorno di chi poteva dimostrarsi un interlocutore affidabile e garantendosi un altro Paese amico nella Regione, oltre al Ciad.

Il risultato di tutto ciò è che il 70% della popolazione vive al di sotto del livello di povertà e la condizione di emergenza umanitaria (ora particolarmente drammatica) è una costante.