Guerra in Ucraina, in cerca di giustizia

di Alessandro De Pascale

La giustizia internazionale ha giudicato per la prima volta il crimine di aggressione di un Paese ai danni di un’altra nazione al processo di Norimberga (1945-46), dove un tribunale militare (istituito da Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Francia) ha portato alla sbarra i dirigenti del regime nazista. Due anni dopo, nel 1948, fu la volta del Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente che giudicò a Tokyo i crimini commessi dall’Impero giapponese durante la Seconda guerra mondiale, tra i quali per l’appunto l’aggressione ad altri Stati asiatici. Era la giustizia dei vincitori sui vinti. Settantaquattro anni dopo è la volta dell’invasione russa dell’Ucraina, che la comunità internazionale sta ora capendo come perseguire. Ancora di più dopo il rapporto diffuso il 23 settembre dall’apposita Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, presieduta da Erik Mose e istituita a maggio, nel quale vengono denunciati bombardamenti su aree civili, torture, stupri e violenze sessuali, perpetrati in questo conflitto anche sui bambini.

“Questo è un momento decisivo per la giustizia penale internazionale”, scandisce all’Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo senza troppi giri di parole Carsten Stahn, docente di diritto penale internazionale e giustizia globale all’università di Leiden (Paesi Bassi). Lo incontriamo all’Aia, città olandese sede della Corte penale internazionale (Cpi), prima giurisdizione globale permanente collegata alle Nazioni Unite deputata a giudicare individui responsabili di gravi reati che riguardano la comunità mondiale, per la quale lui stesso ha lavorato in passato. “È la prima volta nella storia, che la Cpi apre un ufficio in Ucraina, direttamente sul campo, ovvero dove si stanno verificando i crimini – riflette ancora Stahn – ricevendo supporto dai Paesi Bassi, dalla Francia, così da poter raccogliere le prove grazie ad un’intera squadra forense. Fino ad ora la Corte penale internazionale era al contrario intervenuta soltanto anni dopo i fatti”. Dietro questa novità c’è il nuovo procuratore capo della Cpi, l’avvocato britannico Karim Asad Ahmad Khan, in carica dal giugno 2021.

Questi si è recato personalmente in Polonia e Ucraina, con l’obiettivo dichiarato di “approfondire l’impegno e rafforzare ulteriormente le alleanze”, ritenute “cruciali per accertare le responsabilità in merito ai crimini internazionali commessi in Ucraina”. Il 24 aprile, Khan ha inoltre firmato un accordo con i procuratori generali di Lituania, Polonia e Ucraina per formare un team investigativo utile «a facilitare le indagini e i procedimenti giudiziari negli Stati interessati, nonché quelli che potrebbero essere portati davanti alla Cpi». Perché a suo dire, la Corte «ha ragionevoli motivi per ritenere che vengano commessi crimini di competenza del tribunale».

Pierpaolo Petrelli, docente della O.P. Jindal Global University (India), ha analizzato approfonditamente la questione sulle riviste specializzate. Come prima cosa, l’esperto italiano di diritto penale internazionale ci tiene a precisare all’Atlante che “né la Russia, né l’Ucraina hanno ratificato lo Statuto di Roma, che nel 2002 ha dato vita alla Corte penale internazionale. Attualmente gli Stati che ne fanno parte e dove può agire sono 123, tra i quali purtroppo soltanto due (Francia e Regno Unito) dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu”. Tuttavia, Petrelli specifica che “nel 2014, in seguito ai ben noti fatti dell’anno precedente originati dalle proteste di Piazza Maidan, l’allora governo ucraino aveva presentato una dichiarazione ad hoc sulla base dell’articolo 12 dello Statuto, accettando la giurisdizione della Cpi. Due anni dopo, con una seconda dichiarazione, l’effetto della prima era diventato retroattivo al 2013 e a tempo indeterminato. Tanto che nel 2020, l’allora procuratrice capo della Cpi, Fatou Bensouda, era giunta alla conclusione che tutti i criteri dello Statuto per l’apertura di un’indagine erano stati rispettati”.

Normalmente la Corte penale internazionale opera ottenendo prove dalle autorità nazionali a crimini ormai avvenuti da tempo, “ma sulla base di quella che definisce “complementarietà inversa” può anche raccoglierle autonomamente e fornirle a sostegno dei procedimenti giudiziari locali”, sottolinea dagli Stati Uniti all’Atlante Michael P. Scharf, docente di diritto e decano della prestigiosa Case Western Reserve University School of Law dai numerosi incarichi di rilievo (oltre che nella stessa Cpi, ha lavorato per il Tribunale per il genocidio della Cambogia, l’Alto Tribunale iracheno, il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, quello per l’ex Jugoslavia e la Corte speciale per la Sierra Leone). “In Ucraina ciò per ora non è stato necessario, perché gli unici processi finora celebrati hanno visto soldati russi dichiararsi colpevoli, ricevendo condanne piuttosto alte per crimini di guerra (l’ergastolo, nda)”, gli fa eco Stahn dall’Aia. “Ma quando i casi si complicheranno, riguardando imputati di livello superiore, potrebbe diventare importante per la Cpi cooperare con le autorità ucraine per aiutarle a perseguire i crimini di guerra”, suggerisce dagli Usa Scharf. Su tale azione penale interna ucraina, come anche russa, sono però stati sollevati numerosi dubbi di mancata imparzialità, trattandosi di giustizia esercitata da una delle parti in conflitto. “Sono stato coinvolto nello sforzo di creare una legislazione per un’Alta corte ucraina per i crimini di guerra, sul modello di quella anticorruzione nata nel 2019”, rivela Scharf all’Atlante. “L’obiettivo di tale azione è arrivare a tribunali nazionali specializzati in crimini di guerra con consulenti, osservatori e finanziamenti internazionali”.

Anche gli Stati terzi, se previsto nel loro ordinamento, potrebbero esercitare l’azione penale per il conflitto in Ucraina, sfruttando il principio della giurisdizione universale, attuabile nel caso di crimini talmente gravi da riguardare l’intera comunità mondiale. Per la guerra in Siria, la Francia ha ad esempio emesso diversi mandati di arresto nei confronti di alti ufficiali del regime di Assad, mentre in Germania si è anche arrivati alle prime condanne in contumacia. «È vero – ci conferma Stahn all’Aia – ma stiamo parlando di cinque, forse dieci casi. Un’azione quindi limitata, con molti Stati che per esercitare questo principio richiedono debba esserci un collegamento con la nazionalità. In altre parole l’autore del crimine deve essere residente o trovarsi sotto il controllo della nazione che esercita la giurisdizione», sottolinea ancora Stahn.

C’è poi un altro, enorme, problema: ammesso che la Corte penale internazionale entri realmente in campo nell’esercitare direttamente l’azione penale, non potrà occuparsi del reato di aggressione. All’Aia, Sharf lo battezza “un crimine di leadership, per il quale è necessario che l’autore sia in grado di esercitare un potere tale da dirigere l’operazione militare del proprio Stato”. In questo caso l’invasione dell’Ucraina ad opera del presidente russo Vladimir Putin e del suo entourage militare. La definizione e soprattutto le condizioni per l’esercizio della giurisdizione per il crimine di aggressione da parte della Corte penale internazionale “sono state adottate all’unanimità dagli Stati membri alla prima conferenza di revisione dello Statuto di Roma, tenutasi a Kampala nel 2010, con emendamenti entrati in vigore nel 2018”, ricorda dall’India il docente italiano Petrelli.

Ma a suo parere c’è un forte limite: “Nel nuovo articolo bis in questione è stato specificato che “la Corte non esercita la sua giurisdizione sul reato di aggressione quando commesso sul territorio di uno Stato non parte dello Statuto o da propri cittadini””. La Russia ne resta quindi fuori. Come anche altre potenze mondiali. “Molti Paesi sono diffidenti nei confronti del crimine di aggressione, poiché a volte loro stessi usano la forza militare a tal punto che tale reato gli si potrebbe in futuro ritorcere contro”, denuncia Sharf dagli Usa. Tale crimine non può quindi essere perseguito dalla Cpi e, nel caso di Putin, al momento nemmeno dai tribunali ucraini che esercitano giurisdizione territoriale o da quelli di nazioni terze tramite quella universale. «Un capo di Stato straniero, a differenza dei propri funzionari di alto livello, gode dell’immunità”, ricorda lo statunitense Sharf.

Fino ad ora l’istituzione di un Tribunale speciale è sempre avvenuta con una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu (vedi ad esempio il caso di quello per l’ex Jugoslavia). “Siamo entrati in una nuova Guerra fredda: a causa del frequente veto russo e cinese, come da ultime hanno dimostrato la crisi siriana e quella ucraina, è finito il tempo in cui il Consiglio di sicurezza può approvare risoluzioni per condannare le atrocità, creare meccanismi investigativi internazionali, imporre sanzioni o istituire tribunali”, denuncia ancora Scharf dagli Usa. «Ora il potere sta passando all’Assemblea Generale dell’Onu – chiosa l’esperto di lungo corso statunitense – sotto il precedente della risoluzione “Uniting for Peace” del 1950, già utilizzata la scorsa primavera per condannare l’invasione russa dell’Ucraina. Dopo aver creato un meccanismo investigativo per la Siria, potrebbe quindi essere l’Assemblea generale e non il Consiglio di sicurezza a creare un tribunale per il reato di aggressione, in collaborazione con l’Ucraina”. Ma tra gli addetti ai lavori, molti dubitano sulla possibilità che, ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, l’Assemblea generale abbia realmente il potere di istituire di propria iniziativa un tribunale.

Per tentare aggirare il problema, giuristi e tecnici di diritto internazionale hanno ipotizzato l’istituzione di un Tribunale ibrido, “attraverso un accordo tra l’Ucraina e l’Assemblea generale dell’Onu o in alternativa con il Parlamento europeo. Ma non è ancora chiaro se vi sia un sostegno politico tale da poterlo istituire”, riflette ancora il docente statunitense Sharf. Mentre all’Aia, Stahn fissa come “prima condizione, che questo abbia una giurisdizione completa che esamini tutte le categorie di crimini di guerra, oltre a quello di aggressione”. Tra i sostenitori dell’istituzione di un Tribunale ibrido, anche Gordon Brown, ex premier del Regno Unito. “Conosciamo tutti le accuse rivolte ai britannici in merito ai crimini di guerra in Iraq”, conclude Stahn, riferendosi al Paese del Golfo Persico invaso nel 2003 da una coalizione internazionale a guida anglo-statunitense. Il tutto, è bene ricordare, senza via libera dell’Onu e con gli Usa che mostrarono al mondo prove poi rivelatesi false. Anche da questo recente caso scaturisce la critica ai doppi standard di giustizia, avanzata dal mondo non occidentale su tale dossier.

*In copertina, Allegoria della giustizia. Soffitto della galleria del Poccetti a Palazzo Pitti (Firenze)

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