Gaza: l’appello di oltre 3mila accademici italiani

Per chiedere un’urgente azione per un cessate il fuoco immediato e il rispetto del diritto umanitario internazionale

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

All’attenzione del Ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale
Antonio Tajani,
della Ministra dell’Università e della Ricerca
Anna Maria Bernini,
e alla Conferenza dei Rettori delle Università italiane

Appello da parte di accademici e accademiche italiane per chiedere un’urgente azione per un
cessate il fuoco immediato e il rispetto del diritto umanitario internazionale

In quanto membri delle comunità accademiche e dei centri di ricerca italiani, scriviamo questa lettera
in nome della pace e della giustizia, uniti dalla richiesta di porre un’immediata fine alla guerra in
corso contro Gaza. Riteniamo sia nostro dovere individuale, comunitario e accademico, dissociarsi
dalle posizioni finora intraprese dal governo del nostro Paese, ed assumerci la responsabilità di azioni
e richieste per contrastare il crescente livello di violenza al quale stiamo assistendo impotenti.
Rivolgiamo questo appello al nostro ministro degli Esteri, perché si mobiliti per richiedere e
sostenere un immediato cessate il fuoco, la fornitura di aiuti umanitari e la protezione delle Nazioni
Unite per l’intera popolazione palestinese. Rivolgiamo questo appello alla ministra dell’Università e
della Ricerca ed alla CRUI, perché possano amplificare le nostre voci e le nostre richieste, ricordando
la missione centrale delle nostre istituzioni accademiche rivolta alla produzione di conoscenza e
rispetto dei diritti umani.
Come docenti, ricercatori e ricercatrici della comunità accademica e di ricerca italiana, da molti anni
assistiamo con dolore e denunciamo ciò che accade in Palestina e Israele, dove vige, secondo
Amnesty International, un illegale regime di oppressione militare e Apartheid [1]. Ancora una volta,
ci sentiamo atterriti e angosciati dal genocidio che sta accadendo a Gaza, definito a ragione dalla
scrittrice Dominque Eddé come ‘un abominio che bene esemplifica la sconfitta senza nome della
nostra storia moderna’ [2].
Da tre settimane, a seguito delle brutali azioni perpetrate da Hamas il 7 ottobre che hanno causato la
morte di oltre 1.400 persone (la maggior parte dei quali civili) e portato al rapimento di circa 200
ostaggi [3], assistiamo a massicci e indiscriminati bombardamenti condotti dall’esercito di Israele
contro la popolazione della Striscia di Gaza, che si configura come una punizione collettiva contro
la popolazione inerme e imprigionata in un territorio di poco più di 360 km2 [4]. Mentre scriviamo,
a Gaza il bilancio delle persone uccise supera i 9.000 morti, di cui 3.760 bambini, circa 22.900 feriti
e 1.400.000 sfollati [5]. Secondo le Nazioni Unite, allo stato attuale sono circa 2.000 le persone
disperse, presumibilmente intrappolate o uccise sotto le macerie [5,6]. Interi quartieri abitati,
ospedali, scuole, moschee, chiese e intere università (Islamic e Al-Azhar University tra le più grandi
e rinomate) sono state completamente rase al suolo [5,7]. Il governo israeliano ha intimato ad oltre
un milione di abitanti nella striscia di lasciare le loro case in vista di un attacco da terra, sapendo che
non vi sono via di fuga e via di uscita dalla Striscia di Gaza. Molti di questi sfollati sono stati poi
bombardati nelle “zone sicure” del sud della Striscia di Gaza, rivelando un chiaro intento di pulizia
etnica da parte del governo israeliano.
Questa situazione ha reso ancora più grave e urgente la crisi sanitaria e umanitaria all’interno della
Striscia di Gaza, già al collasso ben prima del 7 ottobre 2023 per via dei 16 anni di quasi totale
embargo e assedio illegale imposto dall’esercito israeliano su Gaza [8]. Assedio ed embargo che il
governo israeliano ha inasprito dal 7 ottobre, imponendo un blocco totale di beni essenziali per la
sopravvivenza quali acqua, carburante, cibo e elettricità [9,10,11,12]. All’interno di questa catastrofe
umanitaria e sanitaria senza precedenti, anche per le Nazioni Unite e per le organizzazioni
internazionali risulta pressoché impossibile operare a supporto della popolazione civile.
L’Association Jewish for Peace ha chiamato tutte “le persone di coscienza a fermare l’imminente
genocidio dei palestinesi” ( https://www.jewishvoiceforpeace.org/2023/10/11/statement23-10-11/).
Già il 25 ottobre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato di non essere in grado di
distribuire carburante e forniture sanitarie essenziali e salvavita agli ospedali nel Nord di Gaza per
via dei continui bombardamenti israeliani [9,10]. La quantità di beni di prima necessità e soccorso
che Israele ha permesso di far transitare a Gaza il 21 ottobre è stata dichiarata sufficiente a mantenere
in funzione solo alcuni ospedali e ambulanze per poco più di 24 ore [13, 14] . Secondo l’UNICEF
“Gaza è diventata un cimitero per migliaia di bambini” [15]
Inoltre, l’escalation di violenza si è estesa anche in Cisgiordania, con violenze e aggressioni
quotidiane, numerose vittime ed espulsioni di intere famiglie dalle loro case e terre. Diversi sono i
report delle Nazioni Unite che denunciano come dal 7 ottobre l’esercito israeliano abbia attaccato
diverse aree della West Bank, causando la morte di almeno 96 palestinesi, e ferendone circa 1.800.
Di questi, due sono bambini, e molti altri giovani adolescenti [16, 17]. Inoltre, 74 famiglie (circa 600
persone) appartenenti a 13 comunità di pastori e beduini nei territori palestinesi sono state espulse
dalle loro terre, sei scuole e 1875 studenti sono stati colpiti durante gli attacchi [16, 17].
Tutto questo costituisce una evidente violazione del Diritto Internazionale e della Convenzione
di Ginevra.
In tutti i report messi a disposizione dalle Nazioni Unite e dalle numerose organizzazioni umanitarie
(ad esempio Amnesty International e Human Rights Watch), è segnalata l’importanza di considerare
e comprendere le determinanti e antecedenti a questa violenza, da ricercarsi nella illegale
occupazione che Israele impone alla popolazione palestinese da oltre 75 anni, attraverso una forma
di segregazione raziale ed etnica [1, 18, 19, 20]. Comprendere e analizzare queste determinanti è
l’unica possibilità per poterne riconoscere le radici, contrastare l’escalation e sperare e
reclamare pace e sicurezza per tutti.
È fondamentale ricordare come riconoscere il contesto da cui nasce quest’ultima ondata di
violenza non significa sminuire il dolore e la sofferenza delle vittime israeliane e palestinesi, ma
costituisce il cruciale impegno per sostenere la dignità, la salute ed i diritti umani di tutte le
parti coinvolte. È possibile e necessario condannare le azioni di Hamas e, al contempo, riconoscere
l’oppressione storica, disumana e coloniale che i palestinesi stanno vivendo da 75 anni. Come
affermato dall’organizzazione pacifista Jewish Voice for Peace [21, 22], l’escalation a cui assistiamo
rappresenta l’ennesimo esempio di come gli attacchi coloniali e illegali perpetrati da Israele contro
la polazione palestinese costituiscano un rischio per la vita di tutti coloro che vivono nella regione,
siano essi israeliani o plaestinesi.
In qualità di accademici e accademiche italiane riteniamo che sia nostro dovere e responsabilità
attivarci e contribuire a contrastare queste escalation di violenza e sostenere i diritti umani, la
salute, la dignità e il benessere. Crediamo fortemente che l’unico modo per promuovere una
coesistenza pacifica sia lavorare insieme per denunciare e porre fine al prolungato assedio di Gaza e
all’occupazione illegale (in ottemperanza con la legge internazionale) dei territori palestinesi.
Pertanto,
– chiediamo urgentemente al Ministro Antonio Tajani di adoperarsi diplomaticamente e
pubblicamente per l’urgente rispetto del diritto umanitario internazionale da parte di
tutte le parti e la condanna dei crimini di guerra e l’immediato cessate il fuoco, la
fornitura di aiuti umanitari e la protezione delle Nazioni Unite per l’intera popolazione
palestinese.
– chiediamo alla Ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini di farsi
pubblicamente portatrice delle nostre rivendicazioni nelle apposite sedi istituzionali.
– Sottolineiamo la necessità anche da parte della CRUI e dei singoli Atenei di non limitarsi
a sostare in una dolorosa impotenza ma di agire con tutte le azioni necessarie e possibili nei
singoli contesti. Come studiosi e studiose del mondo universitario italiano guardiamo con
preoccupazione alla diffusione di misure di limitazione della libertà di dibattito e di
delegittimazione delle richieste di cessazione della violenza. Chiediamo quindi di ribadire
l’impegno per la libertà di parola e garantire il diritto degli e delle studenti delle
università italiane al dibattito, e di favorire momenti di dibattito e discussione all’interno
degli atenei. Chiediamo inoltre di pronunciarsi con chiarezza sulla necessità da parte dei
singoli atenei italiani di procedere con l’interruzione immediata delle collaborazioni con
istituzioni universitarie e di ricerca israeliane fino a quando non sarà ripristinato il
rispetto del diritto internazionale e umanitario, cessati i crimini contro la popolazione
civile palestinese da parte dell’esercito israeliano e quindi fino a quando non saranno attivate
azioni volte a porre fine all’occupazione coloniale illegale dei territori palestinesi e
all’assedio di Gaza
Crediamo che queste azioni siano irrimandabili sia per contribuire a ripristinare i diritti umani e la
giustizia globale sia per non continuare ad essere spettatori conniventi e silenziosi di una
tragedia umanitaria e della cancellazione del popolo palestinese.

Con profonda preoccupazione,
I firmatari

(seguono oltre 3mila firme)

Si può continuare a firmare tramite il seguente link: https://forms.gle/PX2iLu3CBFJbKvt77

Il testo è stato diffuso il 3 novembre 2023

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