Haiti e le bande

Il Primo ministro si è dimesso mentre il Paese sprofonda nel caos
Haiti

di Ambra Visentin

Il Premier  haitiano Ariel Henry ha rassegnato le dimissioni lunedi sera e ha lanciato un appello alla calma mentre il Paese sprofonda nel caos a causa dello strapotere delle gang. Henry ha annunciato che si farà da parte dopo una riunione di emergenza delle autorità. Quasi l’intera area metropolitana di Port-au-Prince, ad Haiti, è in mano alle bande armate illegali – secondo le stime si tratta di quasi 300 gruppi che riuniscono dai 15 ai 1500 uomini – che hanno svuotato le carceri liberando oltre 4000 detenuti, attaccato l’accademia di polizia e costretto il porto marittimo e l’aeroporto internazionale “Toussaint Louverture” al fermo totale. Venerdì scorso individui armati del gruppo “Vivre Ensemble”, che riunisce le coalizioni “G9” e “G Pèp”, e guidati da “Barbecue” (Jimmy Chérizier, ndr) hanno tentato di prendere il Palazzo Nazionale e lanciato attacchi massicci contro almeno tre stazioni di polizia.

Il Paese è nel caos e il premier Ariel Henry si trova in una sorta di “esilio forzato” a Porto Rico, dove è atterrato dopo che gli era stato impedito di atterrare nella vicina Repubblica Dominicana perché i funzionari avevano chiuso lo spazio aereo ai voli da e per Haiti. Il premier si era recato in Kenya per le trattative sugli aiuti al Paese, ma le bande hanno approfittato della sua assenza per prendere il controllo. Nonostante gli appelli internazionali per un intervento in soccorso del governo haitiano risuonino nel consiglio di sicurezza dell’Onu già da ottobre 2023, i soccorsi faticano ad arrivare. L’escalation nell’ultima settimana ha causato 15000 sfollati. Attualmente sono più di 5 milioni le persone bisognose di assistenza, poco meno della metà della popolazione totale. La maggiore criticità è quella dell’insicurezza alimentare, per cui si riscontra un aumento importante dei casi di malnutrizione soprattutto tra i bambini e le donne incinte.

La “provocazione” di Henry

La violenza e le voci di protesta che chiedono le dimissioni del premier Henry sono aumentate in modo esponenziale nel corso dell’ultimo anno. A dicembre 2023 Guy Philippe, ex paramilitare e trafficante di droga, è rientrato ad Haiti con l’intezione dichiarata di “detronizzare” Henry e di portare avanti una rivoluzione pacifica culminata nelle manifestazioni a Port-au-Prince il 7 febbraio. La metropoli è tornata alla quiete prima della vera tempesta. A fine febbraio, in chiusura del vertice della Comunità dei Caraibi (Caricom) in Guyana, ha annunciato di voler indire elezioni nel 2025 – le prime in ben 7 anni. Questa promessa è stata però colta come una provocazione, sottointendendo la sua intenzione di restare al potere fino ad allora. Ricordiamo che Henry non è stato eletto, bensì sostituisce ad interim il presidente assassinato Moise. Invano le opposizioni politiche reclamano da anni un consiglio di transizione e la sua partenza dalla scena politica.

Nel tempo le gang si sono sviluppate andando a creare delle strutture organizzate del punto di vista sociale, economico e logistico, con una forte economia finanziaria. Le risorse vengono ricavate dal traffico di armi e droga e da una vera e propria industria dei rapimenti, con edifici che ragguppano decide di persone sequestrate e in attesa di essere rilasciate su riscatto. Se nel 2021 le bande controllavano il 30 % della città, nel corso dell’ultima settimana si è arrivati ad oltre 80%. Gli spostamenti su strada sono possibili solo attraverso i loro checkpoints, dove i trasportatori di merci pagano “il pizzo” ai gruppi criminali per poter passare. Altre “tasse” vengono estorte al porto per lo scarico dei containeer. Il tutto si riflette poi sui prezzi al consumatore.

L’intervento internazionale

Nel 2023 sono state uccise, ferite o rapite ad Haiti più di 8.400 persone, più del doppio rispetto al 2022. Sono 314.000 gli haitiani che hanno abbandonato le loro case per sfuggire alla violenza, molti dei quali ora vivono per strada e nelle scuole e hanno bisogno di aiuti umanitari. In seguito all’approvazione da parte dell’Onu della missione internazionale il 2 ottobre dello scorso anno, il Kenya si era assunto la responsabilità di guidare la missione sul terreno contribuendo con 1000 elementi, anche se il dispiegamento è stato poi bloccato da un tribunale di Nairobi. Dopo varie difficoltà, la settimana scorsa, a margine del G20 dei ministri degli Esteri a Rio de Janeiro, un gruppo di 10 Paesi ha preso impegni per un finanziamento di 120milioni di dollari alla missione, che tuttavia ancora non ha raggiunto il Paese.

A Nairobi il primo marzo alla firma con il Kenya di un accordo per la costituzione di una Missione multinazionale di sostegno alla sicurezza (Mmas) per Haiti. I leader dei Caraibi hanno lanciato un appello nella tarda serata di venerdì per una riunione di emergenza oggi in Giamaica. Hanno invitato all’incontro gli Stati Uniti, la Francia, il Canada, l’ONU e il Brasile. Intanto, il Dipartimento di Stato degli Usa fa sapere che sono stati inviati dei marines per rafforzare la sicurezza nella città ed evacuare il “personale non essenziale” dall’ambasciata americana di Haiti.

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