L’acqua del Kurdistan turco

Non resta che un castello romano dopo che due anni fa  il villaggio di Hasankeyf è stato sommerso dalle acque della diga Ilisu. Colpiti ambiente e diritti

di Futura D’Aprile

Sono passati ormai due anni da quando il villaggio di Hasankeyf, nel Kurdistan turco, è stato sommerso dalle acque della diga Ilisu. Dell’insediamento che sorgeva lungo le sponde del fiume Tigri e dei suoi 12 mila anni di storia non resta oggi che il castello romano, unica costruzione riuscita sfuggire alla distruzione imposta dal Governo guidato da Recep Tayyip Erdogan. Delle tracce lasciate nei secoli dagli uomini del Neolitico, così come di quelle risalenti al periodo degli assiri, dei romani, di ummidi e abbasidi, o ancora dei selgiuchidi e degli ottomani resta invece poco o nulla. Il Governo ha spostato alcuni monumenti, come la tomba di Zeynel Bey, in un museo a cielo aperto all’interno della Nuova Hasankeyf, costruita a soli 3 chilometri dal vecchio villaggio, ma buona parte del patrimonio è andato perduto per sempre.

Ad aver pagato le conseguenze della messa in funzione della diga Ilisu, parte del più grande Southeastern Anatolia Project (o Gap), non è solo la memoria storica del villaggio. I suoi abitanti sono stati costretti a trasferirsi nella Nuova Hasankeyf o in altre città del Paese, rinunciando non solo alle proprie case ma anche ai loro legami sociali e al proprio stile di vita. Il nuovo insediamento costruito dal Governo per ospitare gli sfollati di Hasankeyf non prevede degli spazi dedicati all’allevamento e all’agricoltura, da sempre fonti di sostentamento degli abitanti del villaggio. Le case inoltre sono state concesse solo a coloro che potevano dimostrare di possedere un’abitazione o un terreno ad Hasankeyf, ma nel Sudest della Turchia avere questo tipo di documenti non è così scontato. In molti si sono ritrovati improvvisamente senza niente, mentre alle donne nubili che pure avevano una casa non è stato riconosciuto il diritto ad avere una sistemazione nella nuova Hasankeyf in quanto non sposate.

La distruzione fisica del villaggio, quindi, ha comportato anche la rottura di un sistema sociale solido sviluppatosi al di fuori del controllo statale e percepito pertanto come un pericolo dal Governo centrale. Grazie alla costruzione della diga Ilisu e di altre infrastrutture simili nella regione a maggioranza curda, Ankara ha potuto imporre il proprio potere su un’area in cui continua ad essere forte l’influenza del Pkk, il Partito dei lavoratori curdo, limitandone tra l’altro i movimenti transfrontalieri. Un progetto nato ufficialmente per garantire maggiore energia elettrica al paese si è così trasformato nell’occasione perfetta per colpire tanto la resistenza curda quanto la popolazione civile, privata di importanti testimonianze della propria storia antica e recente. Come denunciato al tempo da attivisti e semplici cittadini, lo Stato punta a trasformare i curdi in turchi attraverso un processo di omogeneizzazione che passa per la cancellazione della memoria e dei legami sociali che invece perpetuano stili di vita e forma di aggregazione invise al governo centrale.

Ma la diga Ilisu rappresenta un pericolo anche per l’ambiente. La sua costruzione ha messo a rischio centinaia di specie vegetali e animali, alcune già in via di estinzione, e avrà degli effetti anche sul clima della regione, come già successo in altre aree interessate dal Southeastern Anatolia Project. Nel bacino dell’Eufrate, denunciano gli attivisti, il clima è diventato più umido a causa della presenza di cinque diverse dighe e ciò ha avuto conseguenze anche sull’agricoltura e sulla biodiversità. Il progetto turco però ha anche ridotto l’accesso all’acqua delle popolazioni di Iraq e Siria, contribuendo all’aumento della siccità nei due paesi confinanti e dando vita di recente ad un acceso confronto tra il governo turco e quello iracheno sulla cattiva gestione, da parte di Ankara, delle risorse idriche comuni. Il controllo dei flussi di Tigri ed Eufrate è quindi un utile strumento di pressione nei confronti di Iraq e Siria e garantisce alla Turchia una posizione di forza in quella guerra dell’acqua che presto o tardi interesserà la regione e che Erdogan è intenzionato a vincere. Anche a costo di distruggere l’ambiente.

In copertina una veduta di com’era la città di Hasankeyf. Nel testo due immagini del sito ufficiale del Southeastern Anatolia Project 

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