Il virus del sultano

Tutto cambia affinché nulla cambi. Se c’è un Paese per cui questa frase è senza ombra di dubbio una verità, questo è la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan. Anche col Covid-19

di Elisa Elia

Tutto cambia affinché nulla cambi. Se c’è un Paese per cui questa frase è senza ombra di dubbio una verità, questo è la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan. Nella penisola anatolica, infatti, il presidente continua a esercitare un controllo assoluto sul paese anche durante l’emergenza del coronavirus. Anzi: la necessità di fermare l’espandersi del virus diventa l’ennesimo pretesto per censurare, indagare, arrestare. Sono in particolare i curdi, che rappresentano la minoranza più numerosa del paese, a doversi confrontare con una doppia emergenza: quella legata al coronavirus e la repressione che continua a colpirli e a bloccarne i tentativi di auto-organizzazione.

Recep Tayyip Erdoğan: nostalgie imperiali

“Il governo continua a lavorare orientato su una politica securitaria”, spiega Evren Cevik, membro della commissione Affari Esteri dell’HDP (Partito Democratico dei Popoli). “Persino durante questa emergenza il governo ha sentito l’esigenza di sostituire i co-presidenti HDP di 8 municipalità nel sud-est turco con degli amministratori fiduciari scelti da loro”, continua Cevik, aggiungendo che dal 2019 fino ad oggi circa 40 città su 60 governate dall’HDP hanno subito la stessa sorte. “La scusa è sempre la stessa: supporto al terrorismo.” Mentre la vera violenza è quella del governo che, ci dice Evren, porta avanti le operazioni militari nel sud-est turco e continua ad arrestare giornalisti e oppositori. “In tutto questo, noi come HDP avevamo istituito dei ‘centri di crisi alternativa’ nelle nostre municipalità, ma siamo stati bloccati perché il governo sta fermando tutto ciò che non viene emanato da lui stesso, persino se ciò riguarda le iniziative di solidarietà.”

Diyarbakir, che è considerata la capitale del Kurdistan turco e che oggi è sotto amministrazione fiduciaria, è lo specchio della discriminazione del governo: “Qui dal comune offrono aiuto ai membri dell’AKP ma discriminano gli altri”, riporta Serra Bucak, attivista di ÇocukÇA e Rosa, due associazioni che si occupano rispettivamente di progetti con bambini e donne. “È una grande contraddizione il fatto che lo Stato non offra sostegno economico a queste persone, contando l’elevato tasso di disoccupazione di Diyarbakir”, continua Serra. “Per fortuna la nostra è una città per cui la solidarietà è importante: alcune organizzazioni sono riuscite comunque ad avviare raccolte fondi, così come l’HDP con la campagna “Twin Family”, che chiede alle famiglie più benestanti di sostenere economicamente quelle più povere.”

Ma l’essere curdi non è l’unico requisito necessario per incappare nella repressione. Se sei un oppositore politico, infatti, sei destinato comunque a subire: “Il fatto più eclatante è successo all’inizio dell’emergenza: i comuni guidati dagli oppositori politici avevano iniziato a raccogliere denaro per sostenere la popolazione”, spiega il giornalista Murat Cinar. “I comuni, infatti, dispongono di una cassa di sostegno per i cittadini molto capillare, che potrebbe aiutare tantissimo in questo momento di vuoto economico.” Il risultato è che ora i sindaci di Istanbul e Ankara, entrambi targati CHP (Partito Popolare Repubblicano), sono indagati e i conti correnti dei rispettivi comuni bloccati.

Province a maggioranza curda

A tutto ciò si aggiunge la discriminatoria riforma sull’amnistia nelle carceri, approvata il 13 aprile dal Parlamento turco. Questa prevede il rilascio di 90.000 dei 300.000 detenuti nelle carceri, ma esclude deliberatamente gli oppositori politici e quelle 80.000 persone incarcerate negli ultimi quattro anni con l’accusa di supporto al terrorismo soltanto per aver espresso dissenso nei confronti delle politiche governative.

Una scelta che però ha poco a che fare con l’emergenza in sé, come scrivono i co-presidenti dell’HDP in una lettera indirizzata alle organizzazioni internazionali: “La pandemia non ha dato inizio al dibattito sull’amnistia, piuttosto lo ha accelerato. È stato il leader dell’MHP, Devlet Bahçeli, che per primo ha inaugurato il dibattito nel maggio 2018, dopo aver fatto visita a Alaatin Çakıcı, un detenuto allora sotto cure mediche. Çakıcı è uno dei più turpi leader mafiosi […] Non è stata una sorpresa vedere che lui sia stato uno dei primi ad essere rilasciato”. La priorità per la Turchia di Erdoğan rimane dunque la difesa dal nemico, piuttosto che quei 4,39 milioni di disoccupati segnalati dalla TurkStat nel 2019. Che, a ben vedere, potrebbero ben presto rientrare in quella categoria.

In  copertina: il sultano Selim III (1789–1807)  riceve i dignitari al Palazzo  Topkapı 

#NoiRestiamoaCasa

 

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