Beirut, una difficile ricostruzione

Crisi economico-finanziaria, aumento dei contagi e un complicato post esplosione. L'intervista a un operatore Intersos sulla situazione del Libano

di Alice Pistolesi

L’esplosione del 4 agosto 2020 ha colpito una Beirut e un Libano già in estrema difficoltà. Con Riccardo Mioli, capomissione in Libano per Intersos, analizziamo il momento del Paese tra crisi economico-finanziaria, aumento dei contagi da Covid-19 e la difficile ricostruzione della città.

Ti trovavi a Beirut quel 4 agosto? Se sì qual è il tuo primo ricordo?

Ero appena tornato dal nostro ufficio a Tiro con un collega e appena parcheggiato abbiamo sentito la terra tremare. Abbiamo subito pensato ad un terremoto, ma dopo pochi secondi è arrivato il boato e l’onda d’urto.

Il nostro ufficio di trova a 6-7 km dal porto, ma nei negozi accanto sono esplose le vetrine. Non capivamo cosa potesse essere successo perché nessuno si poteva aspettare un attacco terroristico o di guerra.

Come si è mossa Intersos e cosa state facendo?

Abbiamo da subito iniziato a mobilitare le nostre risorse. Il nostro intervento è stato rapidissimo perché avevamo già staff e team pronto sul posto. L’impatto psicologico ed emotivo è stato molto forte e tutto il personale attivo negli altri uffici del Paese si è reso disponibile per aiutare.

Come primissima cosa, a livello di volontariato, abbiamo aiutato nella pulizia delle strade, poi abbiamo iniziato a capire i bisogni più urgenti e a pianificare una risposta tempestiva. Abbiamo distribuito kit di emergenza con prodotti per l’igiene personale e ci siamo attivati da subito per interventi di sostegno psicologico.

Adesso siamo impegnati anche nella ristrutturazione di alcune case colpite, nel supporto legale per chi ha perso i documenti e nel fornire aiuto economico per i bisogni essenziali.

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Quali sono secondo te le necessità più urgenti della popolazione?

La ristrutturazione delle case è fondamentale. Le abitazioni che si trovavano nella zona più vicina al porto non esistono più, quindi in quel caso si tratta proprio di ricostruirle da zero.

L’esplosione è stata sicuramente un dramma per tantissimi, ma i problemi il Libano li aveva già da tempo. La crisi economica iniziata nell’ottobre 2019 e il Covid hanno creato una situazione davvero drammatica per la popolazione. Se Beirut era riuscita a sopravvivere meglio di altre zone alla pandemia, l’esplosione l’ha messa in ginocchio del tutto.

Qui le persone sono abituate a rimettersi in piedi qualsiasi cosa succeda. Tanto per dare un’immagine: dopo pochissimi minuti dall’esplosione, in molti stavano già raccogliendo i vetri dalle strade. Il problema per i libanesi, però, in questo momento è la crisi: i conti correnti sono bloccati e a causa della svalutazione della moneta i prodotti importati costano cifre improponibili.

Si avverte quindi un forte malcontento popolare.

Subito dopo l’esplosione sono state organizzate manifestazioni e si è creato un grosso movimento di protesta che ha portato in poche settimane alle dimissioni governo. Dopo poco tempo le proteste sono diminuite, forse per rassegnazione. Oggi però notiamo che la tensione sta tornando a salire, visto che le condizioni della popolazione non stanno migliorando sotto sotto nessun aspetto.

A che punto è la ricostruzione dell’area colpita dall’esplosione?

I lavori sono partiti un po’ a rilento ma tra novembre e dicembre i progressi sono stati evidenti, soprattutto laddove i lavori da fare non erano troppo impegnativi. Il porto è ripartito per la gran parte delle attività quasi da subito. La zona limitrofa, che era ricca di ristoranti e altre attività è ancora in alto mare, complice ovviamente anche il Covid. Il preoccupante rialzo dei contagi ha fatto sì che almeno fino all’8 febbraio il Libano sia in un regime di lockdown molto rigido, che sta bloccando tra le altre cose, anche il progresso dei lavori di ricostruzione.

Intersos lavora da tempo con i profughi siriani in Libano. Come incide su di loro questa fase?

La crisi unita al Covid e all’esplosione ha ovviamente complicato la vita anche dei rifugiati siriani in Libano. Non abbiamo rilevato in questi mesi nuovi arrivi, ma nemmeno rientri, visto che la situazione in Siria non consente certo un ritorno in sicurezza.

In Libano ci sono pochi campi profughi, la maggiorparte vive in alloggi di fortuna, altri in affitto. Noi stiamo seguendo anche casi di rifugiati che vivevano nei pressi del porto di Beirut e che si trovano quindi ancora una volta senza una casa.

La crisi poi fa sì che anche i lavoratori migranti stiano soffrendo molto. La nostra attenzione resta poi nel fornire assistenza sociale e legale, sia ai profughi che ai libanesi più vulnerabili.

*In copertina una foto della distribuzione degli aiuti a Beirut di Intersos

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