Conflitti: il film indiano che accende gli animi

Incidenti e polemiche sul film di  Sudipto Sen "The Kerala Story". La dura reazione della comunità musulmana

di Emanuele Giordana

Di ritorno dall’India – Quando il trailer di The Kerala Story ha cominciato a girare sul web, più che stuzzicarli, gli animi li ha infiammati. Il video pubblicitario preparato dal regista Sudipto Sen già conteneva in sé tutti gli elementi per scatenare polemiche e far bollare la pellicola di islamofobia: complotto, droghe, violenza e – cuore del film – la conversione coatta di tre giovani donne del Kerala – Stato indiano meridionale – da spedire nelle fila dell’Isis in Siria. La pubblicità del film inoltre sosteneva che la pellicola si basava su tre storie vere selezionate tra 32mila casi di giovani keralesi indottrinate a forza dai terroristi del Califfato. Numero un tantino per eccesso, visto che i casi noti in India di adesione all’Isis (maschi e femmine) si ferma a 66 e i tre oggetto del film sono assai diversi da come il regista li avrebbe poi raccontati.

Quando il lungometraggio è uscito nelle sale il 5 maggio, la reazione è stata rapida e diffusa, creando in men che non si dica una spaccatura tra la «minoranza» musulmana (170 milioni) e la maggioranza indù, in un Paese dove una scintilla etnico-religiosa infiamma rapidamente la prateria, specie se al governo del Paese c’è un partito ultranazionalista e identitario. Le fiamme sono divampate. Il film di Sen è una pellicola a effetto con tutti gli elementi per colpire il pubblico cui non riesce difficile individuare i cattivissimi colpevoli. Le tre ragazze, vittime di un complotto per trasferirle nei ranghi del Califfato, sono «fragili» dal punto di vista religioso; una è cristiana e due sono delle indù poco praticanti tanto che una di loro, in uno Stato famoso per essere di sinistra, si vede in un fotogramma con alle spalle un’effigie di Lenin, Marx ed Engels. Grazie a droghe, provocazioni maschiliste studiate ad arte e all’abile parlantina di una coetanea musulmana («Solo Allah e il velo possono proteggervi»), le tre giovani si avvicinano all’islam, non sempre con convinzione.

 

La cristiana viene pertanto drogata e rinchiusa in una prigione islamica. Un’altra finisce per suicidarsi. La terza, messa incinta dal neo fidanzato musulmano, si vede costretta a sposarsi in moschea per non suscitare scandalo. È lei che sarà trasferita prima in Afghanistan e poi verso la frontiera con l’Iran dove però riesce a scappare. E nel pudico cinema indiano – dove anche i baci sono oggetto di censura – la pellicola di Sen non lesina sesso: la protagonista consuma prima col fidanzato, poi viene violentata dal suo accompagnatore in Afghanistan e ancora a ripetizione da altri efferati islamisti, di cui non si risparmiano decapitazioni di umani e animali. Il tutto condito dall’assenza di una sola figura di musulmano quantomeno dubbioso sulle pratiche dell’Isis e dalla presenza di mullah diabolici dallo sguardo che ricorda certi film post salgariani.

Il Bengala, lo Stato dove Sen è nato, forse non a caso in una famiglia di bramini, ne ha vietato la proiezione mentre il Kerala, ritenutosi vilipeso, è ricorso al tribunale. Mentre si dipanava la storia giudiziaria, con esposti e controesposti fino alla Corte suprema, la polemica è andata avanti oltrepassando i confini nazionali dal Pakistan alla Malaysia, Paesi a maggioranza musulmana. Ma la cosa non si è fermata ai tribunali – che in parte hanno rigettato gli esposti per incitazione all’odio sostenendo la libertà di espressione artistica – e la polemica ha continuato a dilagare eccitando gli animi e risvegliando gli artigli di qualche organizzazione radicale che ha promesso una taglia a chi le portasse gli occhi del regista cavatigli dalla testa.

A metà maggio si è registrata la prima vittima e il 13 maggio i primi rilevanti disordini ad Akola, città dell’India centrale nel Maharashtra, originati da un post di Instagram seguito da commenti infuocati che hanno spinto le autorità a disattivare il web e poi a imporre il coprifuoco. Le cose sono andate così avanti che il 18 maggio le celle della città ospitavano oltre un centinaio di persone ritenute responsabili degli incidenti col primo morto e diversi feriti. La polemica non sembra affatto essersi calmata. Visto da fuori The Kerala Story è una delle tante provocazioni, ben realizzate, che sembrano studiate ad arte per suscitare polemica e ingrassare incassi. Il film, costato circa 200 milioni di rupie, ne ha già totalizzate oltre un miliardo. Inoltre è stato subito oggetto di propaganda politica: se il Bengala lo ha vietato, i due Stati dell’Uttar Pradesh e del Madhya Pradesh hanno reso esentasse il film. Sono governati dal Bjp, il partito al governo di Delhi dell’ultranazionalista indù Narendra Modi. Che ha difeso la Kerala Story.

Visto dal Mizoram, dove ci trovavamo in maggio, la vicenda appare ancora più preoccupante. Il Mizoram è uno Stato in sostanza popolato da «birmani»: dalla comunità Mizo, indiana solo per passaporto ma di fatto identica ai cugini Chin oltre frontiera che parlano dialetti simili e condividono il cristianesimo. Se il Mizoram è tranquillo, il Manipur, appena a Nord, non lo è affatto. Qui l’eredità coloniale ha sempre giocato sulla rivalità tra montagne e vallate privilegiando una comunità (Meitei) contro un’altra (Kuki). A inizio maggio, proprio contro i privilegi di cui godono i Meitei, le popolazione montane sono scese in piazza e ne sono nati scontri bollati come interreligiosi (i primi in maggioranza indù i secondi cristiani) o interetnici (parlano però entrambi lingue tibeto-birmane). In realtà la controversia riguarda la rappresentanza nel parlamento locale e la proprietà della terra (la più fertile in mano ai Meitei). Dopo gli scontri, il bilancio si è fermato a 70 morti e 35mila sfollati, molti dei quali hanno raggiunto il Mizoram. Il governo manipuri – il cui Chief minister N. Biren Singh è del Bjp – sostiene che gli incidenti si devono a immigrati clandestini birmani che hanno iniziato a produrre oppio. Per i Kuki invece il rischio è che ai Meitei possa essere garantito lo status «tribale», riservato ora solo alle comunità montane. Costituirebbe l’ennesimo privilegio della comunità maggioritaria. Storie antiche cui la propaganda identitaria rischia di essere, come in The Kerala Story, l’ennesima scintilla.

In copertina e nel testo, manifesto e trailer del film

Questo articolo è uscito anche su Alias

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