Dossier/ Cambiamento climatico: due pericoli

a cura di Alice Pistolesi

Il cambiamento climatico, lo abbiamo detto più volte, è gran parte causa dell’uomo. In questo dossier analizziamo due azioni che danneggiano l’ecosistema e che coinvolgono l’Artico e le foreste.

La prima di queste ci porta in Russia, dove l’incidente petrolifero che si è verificato il 29 maggio è considerato una delle peggiori catastrofi ambientali degli ultimi anni e potrebbe essere dovuto al cedimento del permafrost (vedi focus 2), situazione che preoccupa da anni gli ambientalisti e centinaia di esperti.

Torniamo poi a parlare di foreste e del loro impatto sulla mitigazione climatica con due rapporti della ong Global Witness che ha analizzato il poco rassicurante rapporto tra deforestazione, banche, finanza e fondi di investimento.

 

*In copertina un’immagine tratta dall’articolo di Global Witness ‘Bending the truth’.

*Di seguito un’immagine satellitare scattata il 31 maggio 2020 vicino a una centrale elettrica di Norilsk, in Russia. Immagine creata dall’Agenzia spaziale europea (ESA). ESA, CC BY-SA IGO 3.0

 

Brasile, Bacino del Congo e Papua Nuova Guinea

Lo studio di Global Witness ‘Money to burn’ (vedi chi fa cosa) analizza tre casi di deforestazione e il collegamento con più di 300 banche e investitori che sostengono (con 44miliardi di dollari) sei delle aziende agroalimentari più dannose al mondo. Se qualche anno fa la deforestazione dell’Amazzonia stava diminuendo, in parte grazie all’azione del governo, con la presidenza di Jair Bolsonaro ha raggiunto un nuovo picco. Le tre maggiori aziende di carne bovina nell’Amazzonia brasiliana rappresentano oltre il 45% della capacità di macellazione del bestiame della Regione. Tutte e tre si sono impegnati in misure che dovrebbero aiutare a proteggere la foresta, ma secondo la ong la loro catena di approvvigionamento è contaminata dalla deforestazione.

Nel bacino del Congo, nell’Africa Centrale, l’agricoltura di piccole dimensioni è il principale motore della deforestazione nell’area, ma si prevede che la minaccia data dall’agricoltura industriale su larga scala cresca in breve tempo. Una serie di concessioni dal 2003 ha già visto circa 1,3milioni di ettari di terra assegnati all’agricoltura industriale, tra cui la palma da olio e la gomma.

Il terzo caso analizzato da Global Wintness riguarda la terza foresta pluviale più grande del mondo che si estende attraverso l’isola della Nuova Guinea, dalla Papua Occidentale controllata dall’Indonesia alla Papua Nuova Guinea. Sebbene quasi tutta la terra in Papua Nuova Guinea sia legalmente controllata da gruppi indigeni, i progetti agricoli tra cui l’olio di palma hanno cooptato milioni di ettari di terra e foreste, con gravi risultati per la vita e il sostentamento della comunità. Il governo della Papua Nuova Guinea prevede di avere 1,5milioni di ettari di piantagioni entro il 2030 e uno studio del 2016 commissionato dalla Banca Mondiale ha identificato l’espansione della palma da olio come la minaccia più significativa alla copertura forestale della Papua Nuova Guinea.

Un’indagine di Global Witness pubblicata l’11 maggio 2020 rivela che un’azienda malese, sta usando una finta piantagione di gomma sull’isola di Manus, per il disboscamento illegale. La scia di denaro che finanzia le operazioni di questa azienda raggiunge tutto il mondo, attraverso le banche malesi che riconducono ad alcune banche di investimento. Le istituzioni finanziarie collegate al disboscamento dell’area hanno sede in Malesia, Singapore, Norvegia e Stati Uniti e il legname “illegale” viene esportato in Cina e Giappone.

Catastrofe in Russia

A Norilsk e nella penisola di Taymyr, nel Nord della Russia, il 4 giugno 2020 è stato dichiarato lo stato di emergenza a seguito della fuoriuscita di tonnellate di prodotti petroliferi da alcuni serbatoi. Dal 29 maggio circa 20mila tonnellate di gasolio hanno contaminato oltre 20 chilometri di fiumi. Secondo Greenpeace la portata di questo disastro è analoga a quella dell’incidente della petroliera Exxon Valdez, avvenuto in Alaska nel 1989. L’impianto causa della nuova catastrofe ambientale è di proprietà di una filiale della Norilsk Nickel, leader mondiale nella produzione di nichel e palladio. Il comitato investigativo russo ha avviato un procedimento penale per inquinamento e presunta negligenza e arrestato il direttore dello stabilimento, Vjacheslav Starostin.

Lo sversamento è avvenuto dopo il crollo di uno dei serbatoi in una centrale elettrica. Le barriere situate nel fiume possono raccogliere una piccola parte del gasolio fuoriuscito, mentre, secondo gli esperti, gran parte degli idrocarburi rimarranno nell’acqua. “Si tratta di uno dei più grandi incidenti petroliferi nell’Artico – commenta Greenpeace Russia – e dimostra che il governo russo deve riconsiderare l’attuale modello di economia basato sui combustibili fossili e sull’abuso della natura»,

Greenpeace stima che i danni ai corpi idrici potrebbero superare i 6miliardi di rubli (ovvero circa 77,5milioni di euro), senza considerare i costi della bonifica del suolo e l’inquinamento atmosferico. Secondo l’associazione ambientalista, tuttavia, esiste una “lunga tradizione di società russe che eludono la piena responsabilità finanziaria per i danni ambientali”.

Tags: