Ucraina

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Non si ferma la guerra in Ucraina. I cessate il fuoco sono lettera morta a causa delle azioni aggressive lungo la linea di contatto nel sud-est del paese.

A inizio 2017 ribelli separatisti filorussi hanno attaccato posizioni governative ad Avdiyivka nella provincia di Donetsk Oblast, uccidendo tre soldati ucraini e interrompendo la fornitura elettrica della città.

Il presidente ucraino Petro Poroshenko ha sospeso per questo motivo a sua visita ufficiale a Berlino anticipando il ritorno in patria.

Come risposta un bombardamento delle forze armate ucraine ha interrotto le forniture di energia elettrica alla miniera Zasiadko, nel Donbass, e 203 minatori sono rimasti bloccati nelle gallerie della struttura.

Altro atto più che controverso nel settembre 2016, quando un aereo di linea è stato abbattuto da un missile lanciato dai territori occupati dai separatisti filorussi.

Nel mese di agosto Mosca ha schierato forze di terra e marittime in Crimea, penisola ucraina annessa nel 2014 a seguito di un’invasione e un referendum.

Tra i motivi di recente frizione tra i due Stati anche l’arresto, considerato da Mosca illegale, di due militari russi in servizio in Crimea, trattenuti vicino al confine “de facto” con l’Ucraina.

Per cosa si combatte

Le truppe governative hanno sferrato l’attacco ai miliziani separatisti per riprendere il controllo di una grossa fetta di territorio sfuggita a Kiev e per evitare il ripetersi di quanto successo in Crimea. Di contro, i separatisti affermano di combattere per la libertà del Donbass, a grossa componente etnica russa e russofona, contro quella che definiscono un’occupazione militare. Il fattore etnico e linguistico gioca sicuramente un ruolo nella guerra, ma non spiega tutto. Le Regioni di Donetsk e Luhansk non sono infatti le sole Regioni dell’Ucraina ad avere una forte presenza di abitanti russofoni e di etnia russa. Del resto non è facile pesare il supporto popolare di cui godono le autoproclamate autorità separatiste. D’altro canto, se il supporto della Russia non è stato diretto e deciso come in Crimea (e lo si capisce anche dal trascinarsi della guerra da mesi) è difficile negare che ci sia stato e che Mosca abbia un interesse diretto, quantomeno a mantenere l’instabilità nella Regione. Almeno fino all’estate, i vertici politico-militari delle repubbliche di Donetsk e Luhansk erano occupati da cittadini russi che solo in un secondo tempo hanno lasciato il posto a leader locali. Non è azzardato dire che l’Ucraina, e la Regione del Donbass, sono diventate terreno di un gioco geopolitico più vasto che va ben oltre i confini nazionali, e vede in discussione gli interessi non solo ucraini e russi, ma anche europei e statunitensi.

Quadro generale

La guerra in Donbass ha causato finora oltre 3mila vittime tra civili e militari, ma potrebbe essere una stima per difetto. Dal mese di settembre, una fragile tregua ha comportato un congelamento della situazione sul campo, ma non ha fermato gli scontri tra le forze combattenti né l’uso di artiglieri sulle zone abitate.

Il Presidente Petro Porošenko, votato nelle elezioni presidenziali anticipate di maggio a larga maggioranza, ha fatto del piano di pace il suo cavallo di battaglia, anche contro le pressioni di una parte politica nazionalista che non vede di buon occhio scendere a patti con i separatisti. Per questo, la stampa ucraina ha parlato di una “colomba” Porošenko, in antagonismo al “falco” Arseny Jatsenjuk, primo Ministro e leader del primo partito del Paese.

Il piano di pace è stato elaborato durante gli incontri informali del cosiddetto gruppo di contatto trilaterale a Minsk dove, con la mediazione del Presidente bielorusso Aljaksandr Lukašenka, i rappresentanti di Ucraina, Russia e dei territori separatisti, hanno concordato una tregua dei combattimenti. Il parlamento ucraino, nel frattempo, per favorire il dialogo di pace ha varato una legge transitoria che prevede un periodo di tre anni per la ricostruzione dell’apparato amministrativo e democratico nelle Regioni sotto il controllo dei separatisti, con l’indizione di elezioni locali sotto il monitoraggio di Kiev. Per tutta risposta le autorità delle repubbliche di Donetsk e Luhansk hanno indetto delle loro elezioni in totale autonomia tenutesi il 2 novembre, i cui risultati non hanno avuto il riconoscimento di alcun organismo internazionale.

A un anno dall’inizio della rivoluzione di EuroMaidan e dopo un conflitto ancora lontano dal sedarsi, l’Ucraina è un Paese a pezzi, ma che sta lottando per rimettersi in piedi.

Il Governo e il Presidente ad interim formatosi all’indomani della fuga di Janukovič hanno traghettato il Paese verso le elezioni presidenziali di maggio, da cui è uscito vincitore Porošenko, e quelle parlamentari di ottobre, che hanno rinnovato la Verkhovna Rada, l’assemblea nazionale. Il vecchio partito delle Regioni, che per anni aveva appoggiato Janukovič, è stato spazzato via e nuove forze politiche si sono affacciate in parlamento. Il temuto pericolo neonazista – ventilato da molte parti a seguito del ruolo determinante avuto nelle manifestazioni di piazza da forze estremiste di destra – si è sgonfiato con il flop dei partiti ultranazionalisti Svoboda e Praviy Sektor, che non hanno neanche superato la soglia di sbarramento del 5% per accedere al parlamento. Senza la Crimea e con le Regioni dell’Est – industrializzate e ricche di materie prime – sottratte al controllo del governo, quel che resta dell’Ucraina ha intrapreso con decisione la strada europea. Una profonda crisi economica, il crollo della valuta e i costi della guerra la rendono una strada tutta in salita. Intano il governo ha firmato il fatidico Accordo di associazione con l’Unione europea, da cui tutto aveva avuto inizio, il 27 giugno, voltando – forse per sempre – le spalle alla sorella Russia.

Il dibattito interno sulla ricostruzione dello stato democratico si è nel frattempo spostato dalla classe politica nazionale all’intero apparato burocratico statale. Anni di governi cleptocratici hanno favorito una corruzione endemica a ogni livello. Combatterla è diventato lo slogan di pressoché tutti i partiti. Un grande passo, la cui efficacia e opportunità è tutta da verificare, è stato fatto il 16 settembre con l’adozione da parte della Rada della legge sulla ljustratsija, o lustrazione. Si tratta di uno strumento legislativo, già usato in altri Paesi ex comunisti, per ripulire le amministrazioni statali a tutti i livelli dai funzionari che si sono resi complici del passato regime.

Non da ultimo va ricordato il ruolo dell’Ucraina come importante snodo energetico sulle rotte del gas russo verso l’Europa. Il rischio di una sospensione delle forniture russe, a causa del colossale debito accumulato dall’Ucraina, è stato fugato da un accordo raggiunto a fine ottobre grazie alle garanzie prestate dall’Unione europea.