Ucraina

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Il Presidente Petro Porošenko, che ha fatto della pace il suo cavallo di battaglia, si trova a quattro anni dallo scoppio della guerra a fronteggiare un costante calo del gradimento.

In parte è dovuto ai risultati nulli sul percorso verso la pace. Percorso elaborato durante gli incontri informali del cosiddetto gruppo di contatto trilaterale a Minsk dove, con la mediazione del Presidente bielorusso Aljaksandr Lukašenka, i rappresentanti di Ucraina, Russia e dei territori separatisti, hanno concordato la tregua dei combattimenti.

Ma il piano che avrebbe dovuto portare alla ricostruzione dell’apparato amministrativo e democratico nelle Regioni sotto il controllo dei separatisti, con l’indizione di elezioni locali sotto il monitoraggio di Kiev, è rimasto finora sulla carta.

Nel frattempo, le autoproclamate Repubbliche di Donetsk e Luhansk hanno continuato il loro lento percorso di distacco da Kiev: dal 2016 la valuta utilizzata è il rublo russo, il sistema bancario si è disconnesso da quello ucraino mentre a febbraio 2018 è avvenuto anche il distacco delle reti telefoniche.

A quattro anni dalla rivoluzione della dignità, com’è ormai ricordata l’esperienza di EuroMaidan, l’Ucraina è ancora alle prese con i problemi di sempre. Una corruzione pervasiva a ogni livello della società, una scarsissima fiducia nella classe politica, uno strapotere degli oligarchi e una crisi economica che stritola non solo le classi più basse ma anche la fragile classe media.

Il dibattito sulla ricostruzione dello stato democratico si è nel frattempo spostato dalla classe politica nazionale all’intero apparato burocratico statale. Anni di Governi cleptocratici hanno favorito una corruzione endemica a ogni livello. Combatterla è diventato lo slogan di pressoché tutti i partiti, ma questo non ha impedito alle riforme più importanti di restare invischiate nel pantano della politica di Kiev. La dimostrazione più evidente è stato lo scontro di poteri avvenuto verso la fine del 2017 intorno a quella che sembrava la migliore promessa del nuovo corso ucraino, l’Ufficio anticorruzione nazionale (Nabu), un organismo snello e indipendente creato all’indomani della Maidan.

Un episodio che ha mostrato a tutti come la strada della lotta alla corruzione in Ucraina sia ancora irta di ostacoli.

Per cosa si combatte

Le truppe governative hanno sferrato l’attacco ai miliziani separatisti per riprendere il controllo di una grossa fetta di territorio sfuggita a Kiev e per evitare il ripetersi di quanto successo in Crimea nel 2014. Di contro, i separatisti affermano di combattere per la libertà del Donbass, a grossa componente etnica russa e russofona, contro quella che definiscono un’occupazione militare. Il fattore etnico e linguistico gioca sicuramente un ruolo nella guerra, ma non spiega tutto. Le Regioni di Donetsk e Luhansk non sono infatti le sole Regioni dell’Ucraina ad avere una forte presenza di abitanti russofoni e di etnia russa. Del resto non è facile pesare il supporto popolare di cui godono le autoproclamate autorità separatiste. D’altro canto, se l’intervento della Russia non è stato diretto e deciso come in Crimea (e lo si capisce anche dal trascinarsi del conflitto da quattro anni) è difficile negare che ci sia stato e che Mosca abbia un interesse diretto, quantomeno a mantenere l’instabilità nella Regione. Del resto, almeno all’inizio della “ribellione” dell’Est, i vertici politico-militari delle Repubbliche di Donetsk e Luhansk erano occupati da cittadini russi che solo in un secondo tempo hanno lasciato il posto a leader locali, la cui autonomia da Mosca è tutta da dimostrare.

Non è azzardato dire che l’Ucraina, e la Regione del Donbass, sono diventate terreno di un gioco geopolitico più vasto che va ben oltre i confini nazionali, e vede in discussione gli interessi non solo ucraini e russi, ma anche europei e statunitensi.

Quadro generale

La guerra in Donbass ha causato finora oltre 10mila vittime tra civili e militari, ma potrebbe essere una stima per difetto. Dal 2015, una tregua ha comportato un congelamento della situazione sul campo, ma non ha fermato gli scontri tra le forze combattenti né l’uso di artiglieria, anche su zone abitate.

Tutto ha avuto inizio con l’improvvisa marcia indietro dell’ex Presidente Viktor Janukovič sulla strada per l’Europa alla fine del 2013, che accese la scintilla della rivoluzione di EuroMaidan. Le proteste nate dalla decisione del Presidente ucraino di non firmare l’Accordo di associazione con l’Unione europea hanno portato migliaia di persone ad occupare la piazza, giorno e notte. I moti hanno preso il nome dalla centrale Maidan Nazaležnosti (piazza Indipendenza) di Kiev e dalla voglia di Europa degli ucraini. Le manifestazioni sono andate avanti per settimane, nonostante i tentativi della polizia antisommossa di rimuovere le barricate, e il freddo pungente dell’inverno di Kiev. Fino al culmine di fine febbraio, quando 84 manifestanti sono morti sotto i colpi dei cecchini. Il bilancio definitivo di oltre tre mesi di EuroMaidan è stato di 103 morti tra i manifestanti e 13 tra i poliziotti. Il risultato, la fuga in Russia di Janukovič e la formazione di un nuovo Governo.

È qui che ha avuto inizio la seconda fase della crisi ucraina del 2014. In risposta alla formazione del nuovo Governo e alla svolta filoeuropea di Kiev, la Russia – con un’operazione di maskirovka (guerra sotto copertura) – ha preso possesso delle strutture strategiche in Crimea, appoggiato l’organizzazione di un discutibile referendum sull’indipendenza e annesso la Penisola nel Mar Nero alla Federazione, tutto in meno di una mese.

Oltre alla presenza militare della flotta del Mar Nero, che sarebbe stata messa in discussione da un eventuale futuro ingresso dell’Ucraina nella Nato, le ragioni a favore dell’annessione riguardano la storia recente. La Crimea, a maggioranza di etnia e lingua russa, fu “ceduta” all’Ucraina solo nel 1954 per volere di Nikita Kruščëv, quando i confini interni dell’Urss erano poco più che segni sulla carta. L’annessione, formalizzata il 21 marzo, non è stata riconosciuta dalla comunità internazionale e la Crimea, di fatto sotto il controllo della Russia, resta formalmente un territorio conteso.

L’ondata filorussa, e anti Maidan, si è espansa oltre la Crimea, investendo anche le Regioni dell’Est comprese nel bacino del Don, il cosiddetto Donbass. Anche lì uomini armati di provenienza non soltanto locale hanno preso il controllo delle istituzioni, indetto un referendum sul modello della Crimea e dichiarato l’indipendenza di due nuove entità, le Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk (le città capoluogo delle due Regioni più grandi del Donbass). Il Governo centrale ha risposto con un’operazione militare per la riconquista del territorio che si è cristallizzata nell’attuale guerra a bassa intensità attorno alla linea di frizione stabilita dagli accordi di Minsk.

Senza la Crimea e con le Regioni dell’Est – industrializzate e ricche di materie prime – sottratte al controllo del Governo, quel che resta dell’Ucraina ha intrapreso con decisione la strada europea. Nel 2014 il Governo ha firmato il fatidico Accordo di associazione con l’Unione europea, da cui tutto aveva avuto inizio, il 27 giugno, voltando – forse per sempre – le spalle alla Russia. Nel 2016 è poi arrivata la firma dell’accordo per la Deep and Comprehensive Free Trade Area (Dcfta), l’area di libero scambio conseguente all’Accordo di associazione, che dovrebbe dare nuovo impulso all’economia attraverso gli scambi commerciali con l’Unione europea.

Resta ancora aperto il nodo dello status giuridico da dare ai territori separatisti del Donbass nel caso in cui il percorso di pace dovesse andare avanti, così come quello dell’eventuale amnistia ai guerriglieri, argomento di cui le forze più nazionaliste non vogliono neanche sentir parlare. Ma, va detto, sono nodi ancora molto lontani dall’arrivare al pettine.