Myanmar: elezioni sotto una cattiva stella

Mentre si apre la campagna elettorale il Paese torna sotto tiro per il dossier rohingya e il ruolo dell'esercito. Aung San Suu Kyi espulsa dalla lista dei vincitori del Premio Sacharov

Si è aperta sotto una cattiva stella l’8 settembre scorso la campagna elettorale per le elezioni legislative birmane previste nel prossimo novembre. Non solo per l’ombra di un aumento del Covid ma anche per una denuncia video di due disertori dell’esercito che inchioderebbe ulteriormente gli alti comandi birmani per le violenze contro la comunità rohingya; militari messi sotto accusa in queste ore anche da Amnesty International per la loro forte presenza in affari che producono miliardi di profitto di cui beneficia l’apparato militare. Cattiva stella (internazionale) per Tatmadaw, com’è noto l’esercito birmano, ma anche per Aung San Suu Kyi, la de facto leader civile del Paese, cui proprio ieri il Parlamento europeo ha tolto la medaglia del premio Sakharov, conquistato dalla Lady nel 1990 per le sue battaglie per la democrazia. Una democrazia da cui è stata però esclusa l’intera comunità birmana dei Rohingya, musulmani perseguitati e la cui maggioranza vive ormai all’estero mentre chi è rimasto vivacchia prigioniero nei campi profughi, in quartieri “prigione’ o in villaggi sotto assedio.

Un video registrato con la deposizione di due disertori dell’esercito birmano e ora in possesso della Corte penale internazionale dell’Aja inchioderebbe i militari birmani colpevoli della pulizia etnica contro la minoranza musulmana dei Rohingya. Ne ha dato notizia Al Jazeera che cita Fortify Rights, un’organizzazione che sostiene che i due hanno disertato in agosto dopo esser stati fatti prigionieri dell’Arakan Army, un’armata separatista che agisce nello Stato del Rakhine. Dove ora si trovino non è chiaro, ma si tratterebbe della prima pubblica ammissione di atrocità cui erano costretti i bassi ranghi dell’esercito. La notizia è stata diffusa l’8 settembre, giorno in cui è ufficialmente iniziata la campagna elettorale per le elezioni di novembre.

Le indagini della Corte penale internazionale non sono le uniche: il Gambia, col sostegno dei 57 Stati membri dell’Organizzazione per la cooperazione islamica, si è rivolto in novembre alla Corte internazionale di giustizia (Ijc) denunciando il Myanmar per aver violato, nel caso rohingya, la Convenzione sul genocidio del 1948. Ma ora anche Canada e i Paesi Bassi hanno espresso il loro sostegno all’azione del Gambia.

Quanto ai militari, un’altra tegola è arrivata ieri da Amnesty International: alcuni documenti riservati rivelano come diverse imprese internazionali siano collegate al finanziamento delle forze armate e di alcune unità direttamente responsabili di crimini e di altre violazioni dei diritti umani. Gli alti ranghi di Tatmadaw ricevono infatti enormi entrate dalle azioni della Myanmar Economic Holdings Limited (Mehl), conglomerato birmano fondato dal regime militare nel 1990 e ancora diretto e posseduto da personale in servizio o in pensione. Le sue attività includono i settori minerario, della birra, del tabacco, dell’abbigliamento e della finanza in partnership con aziende locali e straniere tra cui la multinazionale giapponese della birra Kirin e il gigante dell’acciaio sudcoreano Posco.

“Gli autori di alcune delle peggiori violazioni dei diritti umani sono tra coloro che traggono vantaggio dalle attività commerciali di Mehl, come il capo militare Min Aung Hlaing che possedeva 5.000 azioni nel 2011”, commenta Mark Dummett, a capo del Business, Security and Human Rights di Amnesty. C’è’ poi un documento confidenziale che riguarda gli azionisti e che A.I. ha condiviso con l’organizzazione Justice for Myanmar, le cui pagine web non si possono leggere in Myanmar. Il documento dice che l’importo totale dei pagamenti dei dividendi effettuati in un periodo di 20 anni è stato di circa 18 miliardi di dollari: di questo importo, Mehl avrebbe trasferito circa 16 miliardi di dollari a unità militari.

Intanto a Bruxelles – riferisce in una nota l’Europarlamento – la Conferenza dei presidenti del Parlamento europeo ha deciso ieri di escludere formalmente la vincitrice del Premio Sakharov Aung San Suu Kyi dalla Comunità dei vincitori del premio per non aver fatto nulla contro i crimini in corso contro la comunità rohingya. Nel 1990 il Parlamento europeo aveva assegnato il Premio Sakharov per la libertà di pensiero ad Aung San Suu Kyi, allora leader dell’opposizione, e un anno dopo, la Lady riceveva il Nobel per la Pace.

(Red/E.G.)

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