A caccia di fantasmi digitali

Social e democrazia: quanto sono diventati importanti le nuove tecnologie telematiche nella campagne elettorali. Per indirizzare chi vota

di Gianna Pontecorboli da New York 

Un post pubblicitario su Facebook, un gruppo di ”amici” su Whatsapp, un profilo su Instagram. Per i candidati alle elezioni in tutto il Mondo, la tecnologia digitale ha aperto negli anni più recenti delle strade nuove, inesplorate e soprattutto relativamente economiche per comunicare il proprio messaggio. Per chi ha il compito di controllare e certificare la trasparenza dei processi elettorali e del loro finanziamento, però, quelle strade nuove tanto gradite ai candidati sono diventate ormai un problema sempre più difficile da gestire. E che nessuno, veramente, sa ancora come affrontare per ottenere davvero un risultato.

In uno studio presentato la settimana scorsa alle Nazioni Unite da International IDEA , un’organizzazione non governativa svedese che si occupa di democratizzazione, un gruppo di esperti ha approfondito la questione e esaminato con suggerimenti e esempi alcune delle vie che potrebbero essere percorse. A gennaio di quest’anno, hanno calcolato gli estensori dello studio, il numero degli utilizzatori dei social media in tutto il mondo superava i quattro miliardi di persone , pari a piu’ o meno il 43 per cento della popolazione globale, con un balzo del 13,2 per cento rispetto all’anno precedente.

Solo durante la campagna elettorale che ha portato all’elezione di Joe Biden negli Stati Uniti a novembre del 2020, secondo il Center for Responsive Politics, ben 97,000 pubblicitari hanno riversato nelle casse di Facebook e di Google oltre due miliardi di dollari, con cui hanno comprato 14 milioni di annunci a pagamento. Negli Stati Uniti come negli altri Paesi, ai legittimi messaggi dei candidati si sono aggiunti milioni di post di provenienza oscura, destinati a influenzare, o qualche volta manipolare, l’opinione pubblica senza rivelare la loro fonte. I ”troll”, apparentemente utilizzatori privati dei media, ma in realtà personaggi assoldati dai candidati o dai partiti, hanno amplificato e diffuso messaggi spesso aggressivi e divisivi, gli ”influencer”hanno usato le loro abilità di comunicatori online per propagandare, senza rivelarne la fonte, idee e progetti targati, i ”bot”, programmi software creati per mimare i comportamenti umani, non hanno risparmiato ”share” o ”mi piace”per raggiungere milioni di possibili elettori.

Tutto questo, insieme alle difficoltà di adattarsi ad un mondo tecnologico in continua evoluzione, ha reso il lavoro di chi ha il compito di certificare la trasparenza delle elezioni e soprattutto del loro finanziamento particolarmente arduo. Chi paga, in realtà, quei brillanti influencer? E i soldi che ricevono per promuovere un candidato arrivano per caso dall’estero? Fino a che punto i dati che i social media sono pronti a rendere pubblici chiariscono davvero il panorama?

Per proteggere l’integrità delle elezioni, hanno osservato gli esperti di IDEA, sono necessarie delle norme per regolare i flussi di denaro, con l’imposizione di limiti di spesa e divieti ai contributi elettorali che arrivano da fonti dubbie o dall’estero. Fino ad oggi, però proprio la difficoltà di elaborare queste norme ha fatto si che solo 18 Paesi sui 180 presi in considerazione dagli studiosi sono riusciti a elaborare una normativa. E quelli che lo hanno fatto hanno dovuto ammettere, accanto a qualche successo, anche molti fallimenti.

In Canada, solo per fare un esempio, l’Elections Modernization Act, una legge approvata nel 2018, ha stabilito dei limiti di spesa molto precisi per le organizzazioni sindacali o le organizzazioni civili senza scopo di lucro prima e durante le elezioni e proibito gli annunci elettorali provenienti dall’estero. Ai social media, inoltre , la legge ha chiesto di mantenere un registro dei messaggi elettorali a pagamento pubblicati sul loro sito. Nella normativa, però, non sono stati inclusi i messaggi gratuiti dei privati. Dopo le elezioni del 2019, così, si è scoperto che la campagna elettorale di Canada Proud è stata in grado di raggiungere almeno quindici milioni di elettori alla settimana attraverso le condivisioni e i ”mi piace” inseriti nelle inserzioni formalmente private.

Nel Regno Unito, dove la spesa pubblicitaria online per le elezioni è passata dallo 0,3 al 42,8 per cento dal 2011 al 2017, la Commissione Elettorale ha chiesto di modificare la legge esistente per bandire ogni spesa proveniente dall’estero. La modifica, però non è stata ancora accettata e ha lasciato aperto lo spazio a qualunque privato o organizzazione stranieri per acquistare all’interno del proprio paese degli spazi pubblicitari destinati agli inglesi. A complicare le cose, ovunque, è spesso non soltanto la relativa ignoranza sui sistemi digitali delle organizzazioni di controllo, ma anche una mancanza di coordinamento tra le diverse istituzioni che si occupano nei singoli stati di finanziamenti politici, corruzione e protezione dei dati.

In Messico, per esempio, le responsabilità sono divise tra l’INE, che è il corpo amministrativo, il Federal Electoral Tribunal, che è ovviamente l’organo giudiziario che difende i diritti dei cittadini e il Tribunale speciale per i crimini elettorali. La già difficile collaborazione tra le tre diverse agenzie rischia per di più di essere vanificata dal fatto che la Technical Audit Unit, che fa parte dell’ INE e ha il compito di revisionare i conti delle attività online, non ha le infrastrutture e le capacita’ tecniche per scoprire e segnalare i pagamenti in contanti che permettono ai candidati o ai partiti di evadere i limiti di spesa.

Nel loro studio, gli esperti di International IDEA hanno proposto ora alcune soluzioni che potrebbero essere utili e che partono da una ridefinizione legale di propaganda elettorale online che comprenda non soltanto i partiti e i candidati ma anche tutte le parti terze, compresi i privati e le multinazionali. Ai siti online, le legislazioni dovrebbero imporre una legislazione uguale per tutti che garantisca la trasparenza dei dati e la verifica dell’identità e della provenienza degli sponsorizzatori. E infine, hanno osservato gli esperti, sarebbe fondamentale un maggiore coordinamento delle organizzazioni regionali e internazionali per l’elaborazione di norme comuni. Lo sforzo, purtroppo, è soltanto all’inizio. E non per niente International IDEA si è chiesta: ”A caccia del fantasma?”nel sottotitolo del suo studio.

In copertina foto di Sam Albury

Tags:

Ads

You May Also Like

Kosovo, grazie agli Usa sale ancora la tensione

L'ambasciatrice Usa all'Onu, Nikki Halley,  chiede la fine della missione Unmik, ma la mossa potrebbe crearenuovi problemi nei Balcani

di Raffaele Crocco Pace sempre poca, da quelle parti. E il carico nelle ultime ...

West Bank, Israele torna dopo 20 anni

di Andrea Tomasi Nuovo insediamento ebraico in Cisgiordania. Isarele lo ha approvato nei giorni ...

Pericolo annessione

Il coronavirus non placa il conflitto tra Israele e Palestina: la situazione di Gaza e Cisgiordania, esposte a rischi non solo sanitari

Se serviva un’altra conferma del fatto che il coronavirus non ferma il conflitto, questa ...