Armi/Italia: sorpresa finanziaria

La bozza del decreto fiscale invita il governo a rendere più snelle le procedure per vendere armamenti. Con un intervento diretto del ministero della Difesa

di Emanuele Giordana

Porta la data del 16 ottobre ed è  lo schema del “Decreto-legge recante disposizioni urgenti in materia fiscale e per esigenze indifferibili”. Dunque può anche cambiare ma al momento è la linea del governo. Una linea di continuità, come si vedrà, coi governi precedenti in materia di Difesa, armamenti, denaro dei contribuenti. Una vocazione trasversale che mira a rendere più snelle le procedure per vendere e comprare nuove armi e a innovare i percorsi per rendere le operazioni più efficienti. Questo stralcio non è tra quelli inviati nella nota recapitata a Bruxelles sulla prossima finanziaria. Cade comunque in un momento assai delicato, mentre c’è un acceso dibattito su  un embargo delle armi alla Turchia (opzione scelta da Roma ma non dalla Ue) e rivela una linea di tendenza condivisa con molti partner della Ue che, come gli italiani, vendono armi e sistemi d’arma.

Inizia così: “Il Ministero della difesa, nel rispetto dei principi, delle norme e delle procedure in materia di esportazione di materiali d’armamento di cui alla legge 9 luglio 1990, n. 185, d’intesa con il Ministero degli affari esteri, può soddisfare esigenze di approvvigionamento degli Stati esteri con i quali sussistono accordi di cooperazione o di reciproca assistenza tecnico-militare, e anche tramite proprie articolazioni, svolgendo attività precontrattuale, contrattuale e di supporto tecnico-amministrativo per
l’acquisizione di materiali di armamento prodotti dall’industria nazionale anche in uso alle Forze armate e per le correlate esigenze di sostegno logistico e assistenza tecnica, richiesti dai citati Stati,
nei limiti e secondo le modalità disciplinati nei predetti accordi.”.(i corsivi sono nostri)

E’ il via libera a vendere e acquistare meglio gli armamenti purché siano rispettate certe norme che molto spesso, con triangolazioni (vedi il caso Arabia saudita-Yemen) sono state aggirate. Il motivo? “Ad oggi – dice la relazione illustrativa – il comparto industriale italiano sconta un importante differenziale competitivo rispetto agli altri player del settore, dovuto all’assenza di strumenti istituzionali strutturati per rispondere alla crescente richiesta degli Stati esteri di avere una interlocuzione governativa nelle trattative aventi a oggetto materiale di armamento… dunque, è fondamentale che anche il Sistema Paese Italia si doti di strumenti analoghi a beneficio dell’industria nazionale nelle proprie campagne export”. Insomma, il Sistema Paese deve migliorare la qualità del suo export e rendere più snelle le procedure con un intervento diretto della Stato attraverso il ministero della Difesa.

Ne discende che “Di conseguenza, si rende imprescindibile ampliare le attività di supporto che il Ministero della Difesa italiano può svolgere a favore dello Stato estero… sino a ricomprendere in essa l’attività contrattuale, al pari di quanto avviene negli altri Paesi”. Adeguarsi, spiega il documento, “alle best practice dei principali Paesi esportatori in ambito Difesa (tra i quali USA, UK e Francia)…”.

Cosa deve fare la Difesa

“A tal fine, il Ministero – si spiega – avrebbe il compito di sottoscrivere contratti di acquisto di materiali d’armamento con le industrie nazionali produttrici identificate dallo Stato estero. Una proposta che mira a “soddisfare specifiche esigenze di approvvigionamento degli stati esteri” ma evitando “responsabilità a carico del Ministero della Difesa italiano nella fase di selezione” e  “in fase contrattuale, prevedendo che qualsivoglia pretesa dello Stato estero acquirente in relazione all’esecuzione della fornitura venga trasferita alle industrie produttrici, con rinuncia ad agire verso il Ministero della Difesa italiano”.  Infine ” remunerare le attività svolte dal Ministero della Difesa italiano in linea con il meccanismo attualmente previsto”. Pratiche più rapide dunque e con un intervento di intermediazione diretto del ministero ma senza che gliene venga  responsabilità diretta e pagandogli la consulenza.

A chi e quanto vendiamo?

 

 

 

Nel 2018 sono stati oltre 80 i Paesi del mondo destinatari di licenze per armamenti italiani e si conferma quindi la tendenza ad un robusto allargamento del “parco clienti” registrata negli ultimi anni. “I dati sulle licenze concesse – spiega Rete italiana per il Disarmo – inquadrano però solamente gli affari futuri e potenziali dell’industria militare italiana, che anche nel 2018 ha effettivamente trasferito (e quindi fatturato) armi per circa 2,5 miliardi di €, con una non importante flessione di circa il 12%. Per questo motivo il sensibile calo delle autorizzazioni non deve far pensare a una crisi o rallentamento nella esportazione di armi italiane poiché le aziende stanno comunque incamerando contratti e possibili commesse per un valore doppio rispetto alla effettiva capacità esportativa (senza contare l’enorme ammontare di licenze già ricevuto negli anni scorsi)”.

Nel 2018 hanno ricevuto effettivamente armi italiane non solo Germania (278 milioni), Regno Unito (221 milioni), Francia (152 milioni) e Stati Uniti d’America (133 milioni) cioè Paesi nostri alleati nell’UE o nella NATO. Ma anche Stati problematici o con situazioni di tensione come Pakistan (207 milioni), Turchia (162 milioni), Arabia Saudita (108 milioni), Emirati Arabi Uniti (80 milioni) ed India (54 milioni), Egitto (31 milioni).

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