Bloody Sunday, l’oblio obbligatorio non è un destino

Una strage senza colpevoli nel cuore dell'Europa. Non basta ammettere che fu un massacro e che a sparare fu la polizia su gente disarmata. Perché per quella domenica di sangue ancora non c'è chi abbia pagato

di Alessandro Negrini

Che cos’è il potere? Il potere è impunità. E l’impunità è figlia della memoria riscritta o, peggio, dell’amnesia storica indotta. Lo sanno bene tutte le famiglie delle vittime di stragi ed omicidi commessi con la complicità di pezzi dello Stato, che hanno subito indagini deviate, prove occultate e, spesso, la criminalizzazione delle stesse vittime, con la speranza che la polvere del tempo si accumulasse sopra le collusioni rendendole sempre più opache e lontane. E di fronte a questo infinito panorama d’ingiustizie di Stato, nella generale rassegnazione collettiva e nichilista che regna di fronte a questo lunghissimo ed interminabile elenco di impunità nelle quali ci si trova soli, dove occorre guardare? Dove cercare un filo di speranza?

Personalmente, guardo a quei pezzetti di umanità abitate da un indomabile senso di giustizia e che sempre, per sempre, contro tutto, anche contro le istituzioni che avrebbero dovuto difenderli, hanno tenuto lo sguardo alzato. Tante persone singole, come Ilaria Cucchi, come le madri argentine, i parenti delle stragi neofasciste, o intere comunità, popoli. Come in Cile. Come in Palestina. E come in Irlanda del Nord. 50 anni fa accadde a due passi dall’Italia, in Irlanda del Nord, una strage per la quale mai nessuno ha pagato: Il Bloody Sunday.

La mattina del 30 gennaio del 1972 nel quartiere del Bogside a Derry si muove una folla ordinata. È stata indetta una manifestazione dal NICRA (Northern Ireland Civil Rights Association) e studenti, lavoratori e anziani sono lì a rivendicare parità di diritti con gli anglicani fedeli alla corona inglese. Perché nell’Irlanda del Nord del 1972 per avere un lavoro o una casa, i diritti basilari, fa una bella differenza se sei cattolico o protestante. Per esempio, il suffragio era censitario: per avere il diritto di voto, si doveva essere proprietari di almeno una casa, o perlomeno pagare un affitto, ed avere un lavoro; i prezzi proibitivi degli immobili che portavano moltissimi giovani a vivere a lungo con i genitori e la disoccupazione, che in alcuni quartieri cattolici raggiungeva l’80 %, erano solo i principali sintomi dell’oppressione. Infine, nel sistema elettorale aveva un ruolo importantissimo il company vote, che conferiva un voto plurimo a chi fosse proprietario d’azienda: non è difficile capire da chi fosse egemonizzata la struttura economica in quel contesto, costituendo un perfetto caso di apartheid in Europa.

In quella manifestazione per i diritti civili minimi e basilari in qualunque democrazia, 14 manifestanti furono uccisi dal reggimento inglese Paracadutisti che sparò contro la folla inerme. In tutta fretta fu avviata un’inchiesta che si concluse pochi giorni dopo, scagionando l’operato dei militari, sostenendo che i manifestanti uccisi erano armati e furono loro ad aprire il fuoco. Per 40 anni, la comunità di Derry, insieme ai famigliari delle vittime, ha proseguito la lotta per la verità, arrivando – grazie ad una infinità di prove trovate da loro e dai loro avvocati, ad ottenere l’apertura di una seconda inchiesta ufficiale.

Derry è la città irlandese nella quale sono residente. Il giorno della sentenza della seconda inchiesta del Parlamento sul Bloody Sunday, nel 2010, ero anche io nella piazza del Guild Hall a Derry, insieme a tutta la cittadinanza, con i mega schermi a trasmettere l’esito della sentenza: Cameron, il Primo Ministro in quei giorni, inizia a parlare. La tensione nella piazza è altissima. Ricordo quel silenzio, quell’attesa pregna di caparbietà, e paura e coraggio e ostinazione. Io ero lì sia in veste di regista a riprendere, ma anche di cittadino a fianco di questa lotta, ed anche ora mentre scrivo ho un brivido a ripensare a quei momenti.

Cameron inizia a parlare: chiedendo – Scusa: “Non si possono difendere le forze armate difendendo l’indifendibile”. Rammento l’applauso, fragoroso, lì in mezzo, con i familiari delle vittime che facevano il segno della vittoria. Dopo 40 anni di lotte, la verità sul Bloody Sunday viene riconosciuta: il primo colpo fu sparato da un militare inglese, e così i successivi. Nessuna delle vittime era armata ed Il governo britannico ha accettato la totale responsabilità dei fatti avvenuti a Derry in quel 30 gennaio del 1972. In totale contraddizione con la frettolosa inchiesta di 40 anni prima, tutte le vittime furono dichiarate “Vittime innocenti”.

Sono passati altri 12 anni da quel giorno, che fu sì una vittoria. Ma nessuno è stato condannato, nessun ufficiale, nemmeno l’unico militare identificato, «il soldato F.» che uccise cinque manifestanti nell’arco di 20 minuti.
È la disuguaglianza di fronte alla legge che crea la nostra Storia e come diceva Eduardo Galeano “la storia ufficiale non la scrive la memoria, bensì l’oblio obbligatorio”. Un abbraccio, lungo e senza fine, alle famiglie e a questa cittadinanza che conosco così bene e che contro tutto, tutto, per 40 anni mai ha ceduto al lento meccanismo dell’ “oblio obbligatorio”. Questa lotta, inscalfibile ed indomabile, è da esempio per tutti noi, ovunque nel mondo:
l’oblio non può essere il prezzo della pace.

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