Il golpe birmano compie un anno

La comunità internazionale non ha fatto nulla per cercare almeno di mitigare la situazione. Gli unici risultati si devono alla società civile. Dentro e fuori dal Paese

A un anno dal golpe del primo febbraio, la giunta di Min Aung Hlaing è isolata e in difficoltà. Il movimento di disobbedienza continua a funzionare con scioperi e astensioni dal lavoro, boicottaggi, piccoli e grandi scontri, attentati incendiari, omicidi mirati. La popolazione sembra nutrirsi di una forza morale che le fa sopportare, oltre al dolore, gli arresti, la morte, persino la fame. Le forze dell’opposizione si sono organizzate: in aprile hanno formato un governo esecutivo di unità nazionale (Nug) che a sua volta lavora in un quadro legislativo composto da un parlamento a interim (Committee Representing Pyidaungsu Hluttaw) e da un National Unity Consultative Council (Nucc) che include partiti politici ed eserciti etnici (Ethnic Armed Organisations/Eao), i movimenti di disobbedienza civile e organizzazioni della società civile.

Sono istituzioni dominate dalla Lega di Aung San Suu Kyi che però stanno tentando di rompere l’antica diffidenza verso la comunità maggioritaria  bamar per arrivare alla formulazione non di una nuova Unione birmana, ma di uno Stato federale, primo nemico di Tatmadaw, l’esercito golpista. Lanciato il 16 novembre il Nucc conta per ora su 28 entità. Poche: delle decine di Eao, non arrivano a dieci quelle che hanno aderito anche se vi sono gruppi importanti come il Karen National Union (Knu), il Karenni National Progressive Party (Knpp) e il Chin National Front (Cnf).

Se il fronte militare non è compatto, quello del governo appare più solido. Organizza conferenze stampa, coordina la diaspora, raccoglie informazioni, fa trapelare nelle sedi diplomatiche le verità nascoste dalla giunta. In questo lavoro è sostenuto, oltreché dal movimento locale, anche da un’organizzazione capillare della diaspora nel mondo, che ha trovato in diversi casi il sostegno di attivisti ma anche sacerdoti e suore cattoliche (specie in Italia), monaci buddisti e gruppi cristiani. Ed effettivamente, si potrebbe ben dire che è stato proprio questo movimento diffuso dal basso a ottenere risultati. Più delle spinte sanzionatorie europee e americane, tardive, lente e senza verifica.

Prima TotalEnergies, poi Chevron Corp, poi l’australiana Woodside Petroleum, nel giro di pochi giorni hanno lasciato il Myanmar e il suo succulento mercato energetico controllato dal colosso statale Myanma Oil and Gas Enterprise (Moge). Ma non se ne sarebbero andate da sole se non fossero entrate nel mirino degli attivisti. Intanto quella birmana resta una tragica stagione che quest’anno si chiude con un bilancio pesantissimo: 1.500 morti tra i civili (numeri per difetto perché non includono i militari di Tatmadaw e delle Eao) e quasi 12mila arresti. Bilancio incorniciato da una diplomazia in stallo dopo che l’unica mediazione vera massa in campo, quella del Gruppo Asean, non è riuscita a fare nessun passo avanti.

(Red/Est)

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