Myanmar, la protesta blocca il Paese

Milioni in piazza contro il golpe. Riesce con una massiccia adesione popolare lo sciopero generale deciso dal Movimento di disobbedienza civile birmano

Il 18mo giorno della protesta birmana iniziato oggi segue il lunedi della piazza che ha visto ieri la manifestazione più straordinaria da che il 1 febbraio una giunta di militari ha preso il potere in Myanmar. La giornata di ieri è iniziata all’insegna di una sequenza di numeri: 22222, i “5-2”. Si riferiva ovviamente al 22-2- 2021, in cui compaiono 5 numeri 2, ma anche a quel 8 agosto 1988 – 8888 – in cui le piazze birmane si riempirono di una rivolta purtroppo finita male e che diede origine a quella Generazione 88, modello adesso alla disobbedienza civile di questi giorni. Il numero simbolico, la memoria storica, la magia rituale dei numeri in sequenza, han fatto di ieri una mobilitazione straordinaria con centinaia di migliaia di persone a Yangon, Mandalay, Naypyidaw – solo per citare le città più importanti – nella più grande prova di forza dal golpe, dopo già quattro morti e centinaia di arresti. La stampa locale dice che in tutto il Paese sono stati milioni i manifestanti.

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Negozi e fabbriche chiuse e partecipazione di massa nonostante le minacce della giunta via cavo: “chi disobbedisce rischia la vita”, aveva detto alla vigilia la Tv legata ai militari MRTV che Facebook ha subito oscurato. Le immagini diffuse da tutto il Paese via twitter sono impressionanti: un mare di folla diffuso in più parti delle diverse aree urbane. Lo sciopero nazionale è riuscito. Il Paese è bloccato. La giunta non sembra sapere che pesci prendere e se sta aspettando che la ribellione si attenui, si sbaglia: “Non vogliamo tornare in cucina mentre ci siete voi”, recitava lo slogan di un gruppo di collaboratrici domestiche. Tutti i segmenti sociali erano in piazza: medici e paramedici, impiegati, burocrati, operai, lavoratori informali, sindacati, organizzazioni sociali, ong, corporazioni, categorie. La giunta non viene digerita nemmeno alla Confindustria locale il cui business è bloccato e nemmeno alle gradi fabbriche che qui hanno investito, da Coca Cola a Karlsberg.

La presenza tra la folla di monaci buddisti – inizialmente un po’ in sordina – aumenta e cosi quella di appartenenti ad altri credi religiosi. Bhamo Sayadaw Bhaddanta Kumara, il monaco al vertice della comunità buddista birmana (State Sangha Maha Nayaka Committee) rilancia appelli per il dialogo e anche la Chiesa cattolica torna a chiedere un negoziato con un “appello alla riconciliazione attraverso il dialogo”, lanciato dalla Conferenza episcopale del Myanmar in un documento firmato da tutti i presuli delle 16 diocesi birmane.

Le dichiarazioni di appoggio alla protesta si susseguono in tutto il mondo e manifestazioni di solidarietà si segnalano in altri Paesi del Sudest asiatico mentre la Cina, sempre più in imbarazzo, cerca di prendere le distanze da quanto avviene pur se continua a ripetere il mantra dell’“affare interno”. La giunta può contare sull’appoggio più o meno esplicito di tre grandi Paesi: Cina, Russia e India. Ma fino a quando? L’Onu, attraverso il suo segretario generale, rincalza la dose. Antonio Guterres, alla vigilia della protesta, invita i militari del Myanmar “a fermare immediatamente la repressione… Rilasciate i prigionieri. Ponete fine alla violenza. Rispettate i diritti umani e la volontà del popolo espressa nelle ultime elezioni”, dice. Gli fa eco Tom Andrews, relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Myanmar: “Diamo un avvertimento alla giunta: a differenza del 1988, le azioni delle forze di sicurezza vengono registrate e voi sarete ritenuti responsabili”.

(Red/Em. Gio.)

In copertina: manifestazioni quotidiane a Yangon. foto di Svetva Portecali

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