Cambiamenti climatici e dighe: il Mekong è a rischio

Il fiume è il dodicesimo del Pianeta per portata d’acqua, ma in alcune zone è ridotto ad essere quasi un rigagnolo. In pericolo la sopravvivenza di quasi 60milioni di persone
di Raffaele Crocco da Can Tho, Vietnam
 
Sembra mare, alle 5 del mattino. Un mare marrone e insano. Pericoloso. “Ma no tranquilli, questo fiume deve essere di questo colore bruno. Qui niente acque azzurre: se sono limpide la gente si preoccupa e protesta. Sa che non andrebbe bene”: Steve, la nostra guida, ci tranquillizza mentre in barca ci accompagna al mercato galleggiante di Cai Bei. Siamo a Can Tho, sul delta del fiume, in Vietnam. È uno dei tanti mercati galleggianti di questa area, negli anni ’70 del secolo scorso famosa come teatro di guerra fra vietnamiti e nordamericani. Ora la guerra è un ricordo. Il mercato è il passato e il presente.
 
È un mercato alimentare. I contadini della zona scendono con le loro piccole barche e portano ciò che coltivano. Le grandi barche, con grandi occhi disegnati sulla prua, per vedere gli spiriti del fiume, fanno da grossisti e deposito. Ogni grande barca vende un solo prodotto: ananas o zucche o altro. I piccoli commercianti arrivano, acquistano e portano a terra. Così ogni mattina, ogni alba sul fiume che muove verso il mare.
 
Il Mekong nasce quasi 4.900 chilometri più su, nel Tibet, a 5.700 metri di quota. Scende sin qui lentamente, portandosi dentro e dietro una quantità inimmaginabile di pesce – gli esperti dicono che ci vivono 850 diverse specie – e soprattutto il limo, che rende così fertili queste terre. Il colore bruno è dovuto proprio a quello e quando due anni fa l’acqua è stranamente diventata limpida, la gente del Mekong, soprattutto in Thailandia e Laos, si è preoccupata. Sapeva che quella limpidezza nascondeva solo dei pericoli.
 
“Anche qui gli abitanti erano arrabbiati. Colpa delle dighe”, dice Steve. Le dighe sono quelle che i cinesi stanno costruendo lungo il fiume, sventrando montagne e cambiandone il percorso. Saranno più di 130 alla fine e a volerle è appunto Pechino, che da queste parti investe molto, commercia tanto e impone le proprie regole. La Cina considera il Mekong il proprio fiume e lo ritiene indispensabile per produrre energia elettrica in un’area dell’Asia che si sta sempre più industrializzando. Gli sbarramenti stanno, però, compromettendo il ciclo naturale del grande corso d’acqua, con conseguenze pesanti per la popolazione. La pesca in alcune zone è diventata più’ difficile: colpa di un alga che ha rischiato di soffocare tutto. Anche il limo è diminuito e le coltivazioni ne risentono.
 

 

Al problema dighe, si aggiunge quello del cambiamento climatico. La piovosità media sta diminuendo rapidamente. Il fiume è il dodicesimo del Pianeta per portata d’acqua. Insomma, è un gigante, che negli ultimi anni, in alcune zone, si riduce invece ad essere quasi un rigagnolo. Una situazione che mette a rischio la sopravvivenza dei quasi 60milioni di esseri umani che vivono lungo il fiume. Il rischio concreto è quello di una futura, rapida migrazione, con conseguenze inimmaginabili.
Del pericolo incombente, gli abitati del fiume si rendono conto. Continuano a coltivare frutta lungo le sponde, a pescare e vivere come hanno sempre fatto. Sanno, però, che la vita del grande fiume sta cambiando. Anche i governi sono preoccupati e per capire cosa sta succedendo e quali potrebbero essere i rischi, hanno messo al lavoro anche gli esperti di antiterrorismo. Il risultato della loro analisi è sconfortante: le conseguenze di cambiamenti climatici e dighe saranno pari a quelle di una guerra. Il Mekong, con tutta la sua storia, rischia davvero di morire.

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