Cosa fanno, cosa vogliono i Brics

Un'analisi su una realtà già molto operativa e concreta

di Maurizio Sacchi

Nei giorni scorsi, quando i Brics si sono ampliati, includendo nell’alleanza Iran, Egitto, Etiopia, Emirati arabi uniti, ed Arabia saudita, abbiamo riferito come, così esteso, il gruppo includa più del 40 percento della popolazione mondiale, e quasi un terzo del Pil gobale.  Abbiamo osservato anche che l’estrema eterogeneità dei membri rendano i Brics una realtà poco compatta. Un’analisi  di Andrea Vento uscito di recente, mette in luce alcuni aspetti sostanziali, e già in atto, che contribuiscono a far considerare i Brics come una realtà già molto operativa e concreta.

Un aspetto, collegato alla  Nuova via della seta, la Belt and Road Initiative lanciata da Xi Jimping nel 2013, rimanda  al corridoio Cina-Pakistan. realizzato grazie ai fondi della banca dei Brics, la New development bank, che permette di collegare la Cina con l’Oceano indiano. Alcune mappe corredano l’articolo, rendendo visibile l’impatto a livello geopolitico del gruppo.  In un’altra mappa si vede come  New Delhi abbia, a partire dal 2015 progressivamente intensificato i rapporti con Teheran con l’obiettivo di aggirare via mare il Pakistan, suo storico avversario, e di raggiungere l’Asia centrale via terra. In particolare la sinergia indo-iraniana ha inizialmente portato alla progettazione del corridoio India-Afghanistan-Iran incentrato sul porto iraniano di Chabahar sul mar Arabicp

Inoltre, le misure restrittive che hanno isolato la Russia a Occidente, è sfociata nella realizzazione dell’International North-South Corridor Trasporter, un progetto infrastrutturale multimediale, navale, ferroviario e stradale, che si estende per 7.200 km tra India, Iran Azerbaigian, Asia Centrale, Russia ed Europa, interconnesso alla rotta ferroviaria meridionale della Via della seta cinese, e che rappresenta una alternativa alla più lunga e costosa rotta del Canale di Suez (vedi a sinistra la mappa, tratta dal dossier curata da Vento). 

Sul fronte degli equilibri finanziari, Vento fa notare che, all’interno del Fondo monetario internazionale, nonostante nominalmente le quote sarebbero dovute essere aggiornate ogni 5 anni, la Cina continua a mantenere invariata la sua quota del 6,08% dal 2010, anche se la sua economia in rapida ascesa è arrivata nel 2023 a rappresentare il 18% di quella mondiale. Tale immobilismo è dovuto al fatto che gli Stati Uniti, pur essendo sottorappresentati in termini di diritti di voto rispetto al suo ruolo nell’economia mondiale, circa il 25%10, con il suo 16,5% detiene un sostanziale diritto di veto sulle decisioni più importanti del Fondo, le quali necessitano della maggioranza qualificata dell’85% dei voti. In tal modo gli Stati Uniti hanno continuato sino ad oggi a bloccare l’ascesa della Cina e di altri paesi emergenti in seno al Fmi, a beneficio del Giappone e dei paesi europei. E uno degli obiettivi più importanti dei Brics consiste nell’operare come gruppo di pressione all’interno dell’Fmi, ma anche della Banca mondiale e del Wto (ìorganizzazione mondiale del commercio), per superare questo ostacoli, che esistono per mantenere l’egemonia dell “Occidente”  in seno a questi organismi. 

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