Nagorno-Karabakh, quale futuro dopo il conflitto?

Quattro mesi dopo l'intervento armato azero che ha espulso 100.000 armeni che vivevano nell'area costringendoli a fuggire. L'opinione della politologa Nadja Douglas

di Ambra Visentin

Nel settembre 2023, l’Azerbaigian ha lanciato un’offensiva militare su larga scala contro lo Stato separatista autodichiarato di Artsakh, nella regione del Nagorno-Karabakh, internazionalmente riconosciuta come parte dell’Azerbaigian ma contesa con l’Armenia dal 1993. L’azione ha costretto più di 100.000 armeni che vivevano nell’area a fuggire. La repubblica autoproclamata del Nagorno-Karabakh è stata ufficialmente sciolta il 1° gennaio 2024. Dell’epilogo di questo lungo conflitto e degli attuali negoziati di pace, abbiamo parlato con Nadja Douglas, politologa e ricercatrice presso il Centro di studi internazionali e dell’Europa orientale (ZOiS) di Berlino (nella foto a dx).

Dottoressa Douglas, nella sua pubblicazione del settembre 2023 sostiene che il Nagorno-Karabakh è stato “sacrificato”. Chi ha permesso questo sacrificio e perché?

“All’indomani degli eventi del 19-20 settembre, il Nagorno-Karabakh è stato sacrificato da più parti, in varia misura e per motivi molto diversi. La comunità internazionale non ha reagito con un approccio comune all’uso della forza da parte dell’Azerbaigian per spingere verso una soluzione definitiva tra Azerbaigian e Armenia. La Federazione Russa non è intervenuta a causa della guerra contro l’Ucraina e della necessità di mantenere buone relazioni con l’Azerbaigian come partner per il commercio, il transito e l’elusione delle sanzioni occidentali. Infine, il Nagorno-Karabakh è stato sacrificato dalla stessa Armenia, per la necessità di salvare la propria integrità territoriale. L’Armenia si trova in una posizione molto debole nei confronti dell’Azerbaigian a causa della guerra del 2020 e teme di subire ulteriori aggressioni azere a meno che non si raggiunga un accordo di pace nel prossimo futuro”.

Con la vittoria azera nell’ultima offensiva, si è tornati a parlare del “corridoio di Zangezur”, il tratto di circa 30 chilometri di territorio armeno che separa l’Azerbaigian dalla sua exclave di Nakhchivan. Quali sviluppi possiamo aspettarci?

“Al momento è molto difficile dirlo. L’Azerbaigian ha effettivamente rinunciato, forse in nome dell’accordo di pace, a spingere per il cosiddetto corridoio di Zanzegur. Tuttavia, Baku continua a chiedere una via di trasporto priva di ostacoli che colleghi l’Azerbaigian occidentale con la regione autonoma di Nakhchivan, ricordandolo come un impegno assunto dall’Armenia nell’accordo di pace trilaterale del novembre 2020 con Russia e Azerbaigian. Gli armeni temono che l’Azerbaigian possa imporre una sorta di status exterritoriale del corridoio, tagliando di fatto la regione meridionale del Syunik dal resto del Paese. Attualmente, anche l’Azerbaigian sta cercando alternative attraverso l’Iran. Hanno ancora l’idea di realizzare questa rotta, ma presumo che non cercheranno di ottenerla ad ogni costo”.

A che punto siamo con il processo di pace?

“Entrambe le parti sono piuttosto pragmatiche. L’Armenia vuole questo accordo di pace, soprattutto per mettere in sicurezza i propri confini e per avere un documento che garantisca che l’Azerbaigian non continuerà a fare incursioni militari nel suo territorio. Tuttavia, le prospettive di un accordo di pace sono molto difficili da valutare perché al momento le parti non riescono a mettersi d’accordo se debba essere un accordo mediato o se debba essere realizzato su base bilaterale, cosa che svantaggerebbe l’Armenia.

È innegabile che entrambe le parti lo vogliano, certo per ragioni diverse, ma si tratta del processo di pace più concreto e tangibile a cui abbiamo assistito, almeno nell’ultimo decennio. Tuttavia, guardando la situazione nel complesso, siamo lontani da una pace positiva e sostenibile. L’odio, il risentimento e il desiderio di ritorsione tra le due società sono ancora molto forti. Inoltre, la retorica dell’Azerbaigian è ancora piuttosto aggressiva, il che ovviamente ostacola la comprensione reciproca e il dialogo tra le due popolazioni nel lungo periodo”.

Quali sono le priorità dell’Azerbaigian?

“L’Azerbaigian ha due ragioni principali per continuare i negoziati di pace con l’Armenia. In primo luogo, vuole consolidare la sua vittoria in un documento. Hanno recuperato con successo il Nagorno-Karabakh. Era un obiettivo a lungo termine e una sorta di “ragion di Stato” quella di “riportare il Karabakh a casa”. Questo ha dato legittimità all’intero regime del presidente Ilham Aliyev. Vogliono questo accordo di pace, ma non vogliono che il Karabakh ne faccia parte, perché considerano il conflitto comunque concluso. Il secondo aspetto è quello economico. L’Azerbaigian mira a rilanciare la rete regionale. Insieme alla Georgia, stanno già pensando al futuro, a come una regione del Caucaso meridionale più riunita possa diventare un importante hub di trasporto e transito”.

E le prospettive dell’Armenia?

“L’Armenia vuole la demarcazione dei confini e la restituzione dei prigionieri di guerra, ma è anche interessata a potenziare le connessioni territoriali. Trarrebbe, infatti, enormi benefici dall’apertura dei confini con i suoi avversari a est e a ovest. Questo includerebbe la riapertura di ex linee ferroviarie e nuovi collegamenti stradali in tutta la regione del Caucaso meridionale. Un’altra questione importante è la protezione del patrimonio culturale. Recentemente sono stati lanciati appelli per dividere i negoziati, separando i colloqui di pace dalla demarcazione dei confini. Ma questo probabilmente non andrebbe a vantaggio dell’Armenia”.

All’inizio della nostra conversazione, ha citato gli interessi di esportazione della Russia fra le ragione del non-intervento. Può darci un’idea di come sta crescendo il commercio con l’UE attraverso l’Azerbaigian?

“Come è noto, la Commissione UE ha concluso un accordo sul gas con l’Azerbaigian a metà del 2022 per raddoppiare la quantità di gas importato nell’Unione Europea a partire dal 2027. L’obiettivo era quello di compensare la decisione della Russia di tagliare dell’80% le sue esportazioni di gas verso l’Europa a seguito delle sanzioni occidentali in reazione alla guerra in Ucraina. Di fronte al rischio di rimanere bloccata con il proprio gas e al crollo dei profitti, la Russia ha cercato mercati alternativi. L’esportazione di gas verso Paesi terzi come l’Azerbaigian, la Turchia o l’India, che a loro volta riesportano verso l’UE, ha perfettamente senso per la Russia. Sappiamo bene che l’Azerbaigian da solo non sarebbe mai in grado di soddisfare la sua quota di fornitura senza l’uso del gas russo che, in sostanza, viene riciclato”.

Qual è la situazione dei rifugiati del Nagorno-Karabakh?

“L’Armenia è ancora un Paese molto povero e molto piccolo in termini di popolazione. Integrare più di 100.000 rifugiati rappresenta quindi un onere enorme. Il sostegno del governo non può continuare all’infinito, poiché l’Armenia non ha le stesse risorse dell’Azerbaigian, che sostiene da oltre 30 anni alcuni rifugiati provenienti dal Karabakh e dalle regioni circostanti. Tra il 1992 e il 1994, circa 700.000 persone sono dovute fuggire dalle regioni che sono state poi annesse all’Armenia. Ancora oggi, alcune di queste persone sono sostenute dal governo azero e alcune di loro vivono in condizioni molto difficili, il che è deplorevole anche considrata la prosperità dell’Azerbaigian. L’Unione Europea, da parte sua, ha già stanziato, almeno per il momento*, diversi milioni di euro per gli aiuti di emergenza, soprattutto per aiutare i rifugiati. Tuttavia, sostenere intere famiglie per un lungo periodo di tempo, trovare loro un alloggio, integrarli nel mercato del lavoro e nel sistema educativo è una sfida immensa e richiederebbe un impegno a lungo termine.”

* Nell’ottobre 2023, l’UE ha mobilitato altri 500.000 euro in aggiunta agli 1,17 milioni di euro di aiuti umanitari forniti all’inizio dell’anno per la crisi del Nagorno-Karabakh. Dalla grave escalation del conflitto nel 2020, l’UE ha sostenuto le operazioni umanitarie in Armenia e Azerbaigian con più di 21 milioni di euro, ndr

Le foto di copertina e all’interno sono di Eugene Shalnov. Vedi tutto il servizio fotografico su atlasofwars

Eugene Shalnov, fotografo russo  Sono nato nel 1995 a San Pietroburgo, in Russia.  Dal 2018 è designer delle luci in uno dei teatri di San Pietroburgo e contemporaneamente si occupa di fotografia.  Nel 2022 si è  diplomato alla Scuola di fotografia contemporanea DOCDOCDOC e ha completato il mio primo progetto indipendente sull’assistenza medica volontaria. Nello stesso anno, per via delle sue idee politiche e dell’inizio della guerra in Ucraina, ha dovuto lasciare prima il teatro e, dopo quattro mesi, la Russia. Vive e lavora  come fotografo in Armenia

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