Ucraina. Un anno dall’invasione

Alcune riflessioni a 365 giorni dall'aggressione russa all’Ucraina con l'editoriale di Raffaele Crocco e una panoramica sugli scenari attuali e futuri nell'intervista al generale Fabio Mini

di Raffaele Crocco

Un anno dopo, siamo ancora in guerra. Ricordare questi 365 giorni dalla folle e inaccettabile aggressione russa all’Ucraina costringe a mettere in fila alcune riflessioni. Molte sono state già scritte e commentate in questi lunghi mesi di morte e distruzione, ma ripeterle è utile per capire dove siamo arrivati tutti, nessuno escluso. Iniziamo.

  • Il prezzo di questa guerra lo pagheranno i nostri figli e i nostri nipoti, in modo molto più oneroso di quanto riusciamo a immaginare. Lo pagheranno in termini di terre aride che aumenteranno, di assenza di acqua, di coste erose dall’innalzamento del mare, di temperature sempre più calde. La guerra in Ucraina, con il suo anno di combattimenti e la contemporanea, folle, paura del Mondo di restare senza gas e petrolio, ha sepolto definitivamente la speranza di contenere il cambiamento climatico. Non riusciremo a tenerlo sotto la soglia del +1,50 gradi medi di aumento e questo significa solo una cosa: il disastro. Meglio preparare un piano B di sopravvivenza, perché la nostra specie rischia l’estinzione.

  • Il Mondo per come lo conoscevamo non esiste più. Questa guerra sta ridisegnando i confini delle aree d’interesse e influenza delle grandi e medie potenze, ridefinendo rotte commerciali, alleanze e modelli culturali. A governare il Pianeta è l’asse asiatico, che ha nella Cina il proprio propulsore. L’incontro di questi giorni fra governi di Mosca e Pechino ha ribadito l’assoluta intenzione della Cina di tenere la Russia legata ad un progetto politico-militare di largo respiro. La risposta degli Stati Uniti è nel rilancio – accettato per debolezza e convenienza dall’Unione Europea – della Nato, come organizzazione militare di dissuasione e minaccia. La ridefinizione delle aree e dei ruoli ha dato il colpo definitivo allo strumento che per due decenni pareva vincente e innovativo nelle relazioni internazionali: la cooperazione. Oggi, il confronto è tornato ad essere di tipo “imperiale”, basato sulla forza e lo scontro periferico, delegato. L’Ucraina ne è l’esempio più drammatico.

  • La ridefinizione di campi d’interesse e alleanze ha avuto, come ulteriore conseguenza, la scomparsa di “agenti terzi”, cioè di Paesi in grado – in situazioni di questo genere – di proporsi come negoziatori obiettivi e privi di interesse. Oggi, non c’è nessuno che possa pensare di mediare fra Russia e Ucraina. Tutti sono in qualche modo coinvolti e sono portatori di interessi specifici. Contemporaneamente, l’Onu – che per carta istitutiva e statuto sarebbe il luogo dove mediare – non ha alcuno strumento utile e serio per provare a mettere fine non solo a questa tragica guerra, ma alle troppe, più di 30, che in contemporanea si combattono nel Mondo. L’unica cosa sensata da fare sarebbe avviare la riforma delle Nazioni Unite, mettendola come punto fermo dei programmi di governo dei Paesi che si definiscono “democratici e guardiani dei diritti umani”.

  • L’analisi che facciamo, giorno dopo giorno, di questa guerra, dimostra che siamo ancorati a schemi ottocenteschi, quelli che mettono gli “interessi dello Stato e del sistema” prima di ogni cosa. Se guardassimo a questa guerra – e a tutte le altre – aprendo una diversa finestra sul Mondo, riusciremmo a trovare strumenti di intervento sia per la prevenzione, sia per la costruzione della pace. Dobbiamo sostituire la visione della geopolitica, con la visione della geografia dei diritti umani, leggendo con quella griglia – diritto al lavoro, alle libertà individuali e collettive, alla salute, all’istruzione – quello che accade e quali scelte fare nelle relazioni internazionali. Questo non eviterebbe lo scontro nel breve, ma cambierebbe le regole del gioco – penso al regime degli investimenti all’estero, degli scambi commerciali- nel medio-lungo periodo. La dimostrazione l’abbiamo proprio con questa guerra: abbiamo avuto a disposizione otto anni per tentare di evitarla. Non abbiamo voluto, non ci interessava farlo. Era geopoliticamente più interessante continuare a fare affari con Putin e con Kiev, immaginando che l’interesse di tutti fosse il nostro: evitare di alzare il livello della guerra che già era in corso.

Questo quello che abbiamo davanti oggi, 24 febbraio 2023, un anno esatto dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Abbiamo un quadro desolante, dipinto con alcune centinaia di migliaia di morti fra soldati e civili, con città e strutture distrutte, con 7milioni di persone in fuga. Abbiamo, soprattutto, la certezza che continuare la corsa al riarmo serve solo a prolungare una guerra che non ha vincitori sul campo e che, in queste condizioni, non può avere vincitori nemmeno al tavolo negoziale. Ci stiamo strozzando e, con noi, strozziamo il Pianeta, senza trovare risposte capaci di evitare che in Ucraina si continui a morire.

 

Un post conflitto ancora lontano

di Alice Pistolesi

Quali gli scenari di un post guerra, chi può fare da mediatore e cosa ne sarà delle mole di armi arrivata in Ucraina. Per rispondere a questi quesiti ecco l’intervista a Fabio Mini, Generale di corpo d’armata, già capo di Stato maggiore del Comando NATO per il Sud Europa.

L’ultimo libro di Fabio Mini

A un anno dall’invasione ci sono state situazioni che non si sarebbe aspettato o la guerra sta procedendo come era prevedibile?

La guerra prosegue come ho temuto che avvenisse. Ho scritto e detto pubblicamente quali sarebbero stati i rischi e le errate percezioni sulle quali si fondava l’entusiasmo dei bellicosi europei e dei giornali del cosiddetto “main stream”. Mi sono trovato a far parte di una sparuta minoranza. Sin dall’inizio, da tecnico militare e da analista che deve esaminare i fatti e non le chiacchiere, non ho condiviso nulla della vulgata diffusa dagli Usa e ripresa fedelmente dalla Ue e dalla Nato. Mi sono opposto alla narrazione della guerra iniziata il 24 febbraio come se nei giorni e anni prima non fosse accaduto nulla. Ho esposto ciò che secondo me era l’intenzione russa.

Esaminando strategie e tattiche oltre alla quantità e qualità delle forze contrapposte, ho escluso che la Russia volesse o potesse invadere l’Europa, scontrarsi con la Nato e provocare la terza guerra mondiale. Non era vero che la Russia non avesse motivi per un’azione di forza. Il giusto clamore per l’invasione sarebbe apparso fuori luogo se soltanto la storia fosse stata narrata includendo gli otto anni di repressione ucraina in Donbass, e i venti precedenti di provocazioni Nato.

Mi sono opposto alle misure di pura propaganda e soppressione del pensiero prese dall’Europa e dalla Nato. Ho anche anticipato che proprio la narrazione unilaterale avrebbe sì raccolto il pubblico consenso contro la Russia, ma le avrebbe concesso un ulteriore motivo per esasperare la guerra portandola alle estreme conseguenze. Ho più volte messo in evidenza che la Russia in quanto prima potenza nucleare avrebbe potuto scatenare l’inferno e comunque la prima vittima della mobilitazione occidentale a favore della guerra in Ucraina sarebbe stata proprio l’Europa. In questi giorni è uscito un mio libro (L’Europa in guerra- Paper First) in cui riprendo questi argomenti e purtroppo confermo le analisi e i timori del primo giorno.

Ci sono spazi secondo lei per una trattativa senza una vittoria militare schiacciante di uno dei contendenti?

No. Neppure se ci fosse una vittoria militare schiacciante di una delle due parti. Finché la Russia detiene il potere di deterrenza nucleare e convenzionale e gli Usa, la Nato e l’UE continuano ad alimentare le forze ucraine e l’ostilità occidentale contro la Russia, non ci sarà alcuna trattativa.  

 Chi è secondo lei che può fare realmente da mediatore alla Pace in questa fase?

Nessuno. Non c’è nessuno stato o personaggio politico che si stia dissociando dalla guerra e nessuno di essi ha il potere di pressione sugli Stati Uniti e la Russia. Le stesse organizzazioni internazionali come Onu e Osce hanno perso credibilità. Nessuno possiede i requisiti fondamentali per mediare: la terzietà, l’obiettività e la volontà di salvaguardare l’interesse comune, la sicurezza e l’umanità. L’Unica soluzione possibile può venire da un accordo fra le grandi potenze sulla sicurezza in Europa. Vale a dire sull’Europa che includa la Russia, la Bielorussia e l’Ucraina.

Comunque vada, cosa succederà in futuro con un’Ucraina così armata? Che ne sarà di tutte le armi arrivate nel Paese? 

L’Ucraina sta rischiando di diventare una zona europea in guerra permanente. La guerra fra stati sarà delegata alle bande, alle milizie private. Se le armi continuano ad affluire si faranno gli interessi dei venditori, dei profittatori di guerra e dei loro piazzisti istituzionali. La guerra permanente impedirà che l’Ucraina entri legalmente nella Nato ma sarà armata e sfruttata dagli Usa come proprio avamposto almeno fino al Dniepr. Mezza ucraina sarà ricostruita dall’Occidente e l’altra metà (quella più disastrata) dalla Russia come sta già facendo a Mariupol. Di fatto l’Ucraina perderà sovranità, dipenderà dai sussidi occidentali che alimenteranno la voracità dei suoi oligarchi, perderà il controllo di metà territorio e sarà costretta a combattere per conto della Nato. Tuttavia, prima o poi l’Europa e la Russia si renderanno conto che il sostegno militare e finanziario alla guerra è insostenibile pena il crollo definitivo. E gli Usa dovranno decidere fino a che punto impegnarsi per l’Ucraina e contro la Russia.

Brevemente, quali sono gli scenari più plausibili di un post conflitto?

Il post conflitto più promettente deriva soltanto da un riassetto europeo e per questo Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Ucraina devono essere disponibili a cedere qualcosa. Ora non vedo alcuna disponibilità. Fra un anno o due o tre o dieci, vedremo.

 

*In copertina Ukrainian soldiers stand in front of pro Russia civilians after storm a rebel checkpoint near Kramatorsk ,Ukraine, Friday, May 1, 2014 (Manu Brabo). Finalista della prima edizione della prima edizione di Wars 

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