La vittoria scontata di Daniel Ortega

L’epilogo della farsa elettorale in Nicaragua conferma al quarto mandato presidenziale consecutivo l'ex comandante guerrigliero

di Gianni Beretta

Come avevamo annunciato, l’epilogo della farsa elettorale in Nicaragua non poteva che determinare la conferma di un quarto mandato presidenziale consecutivo del “fu” comandante guerrigliero Daniel Ortega. Ma, ironia della sorte, in queste prime consultazioni dalla rivolta popolare del 2018 soffocata nel sangue, il 75% dei suffragi che il regime si è attribuito coincide paradossalmente con i sondaggi indipendenti della vigilia della società di consulenza americana Gallup, che lo accreditava di un 19% (comunque la metà dello zoccolo duro degli esordi dell’orteguismo nel 2007). I conti infatti tornano se, alla rovescia, si considera al contempo il livello dell’astensione, con le organizzazioni semiclandestine d’opposizione Urnas Abiertas e Observatorio Ciudadano che (mentre i dati ufficiali parlano di un 65% di affluenza) assicurano che l’80% degli aventi diritto avrebbe raccolto l’invito di restare a casa.

A testimoniare la tragica commedia sono giunte da tutto il Paese e in particolare dalla capitale Managua quantità di immagini di urne deserte oltre che numerosi dati di singoli scrutatori filtrati dall’interno dei seggi stessi, brogli compresi. La gran parte degli elettori si è così concentrata fra i dipendenti del settore pubblico, che al loro rientro in ufficio dovevano mostrare il proprio pollice macchiato di tinta indelebile; un’usanza post voto seguita da sempre in Nicaragua per scongiurare (al contrario) che qualcuno possa votare più volte.

Ortega-Murillo: coppia di potere

Il 10 gennaio prossimo dunque Ortega si rinnoverà alla guida del Paese. Ma con un’ennesima bizzarra invenzione di certa rilevanza: Rosario Murillo da Vicepresidente e factotum del Governo, assurgerà a co-presidente. Il che vuol dire che in caso di morte del 76enne Daniel gli subentrerà automaticamente. Aldilà della figura messianica del leader, sua moglie è la figura centrale degli orteguisti (al cui interno non è peraltro particolarmente amata) almeno dal ‘98 quando sconfessò la propria figlia Zoilamerica che aveva accusato il padrastro Ortega di aver abusato in passato di lei. Fu Murillo a promettere la legge contro l’aborto alla vigilia del primo reinsediamento del marito alla presidenza, ingraziandosi i favori dell’ex nemico numero uno della rivoluzione sandinista, il cardinale arcivescovo di Managua Obando y Bravo (che subito dopo li risposò in chiesa) e rinforzando conseguentemente il patto con l’oligarchia locale. Con le sue pratiche esoteriche e la sua 35ina di anelli alle dita (uno contro ogni specifico malocchio) la poetessa Rosario si è così rifatta dello smacco di non essere stata nominata ministro della cultura durante la rivoluzione, al posto del grande padre-poeta Ernesto Cardenal. Al quale fece una guerra feroce organizzando in concorrenza l’Associazione Sandinista dei Lavoratori della Cultura.

Dopo la tirannia dei Somoza, queste elezioni consolidano fatalmente in Nicaragua la dinastia della famiglia Ortega, i cui numerosi figli/e, generi e nuore, sono piazzati nei posti chiave dell’amministrazione, dei media e della sicurezza. Eppure potrebbe essere anche il principio della fine del sistema autocratico con l’apertura di crepe al suo interno, visto lo sconcerto di diversi suoi sostenitori, sgomenti in questa prova al constatare la distanza abissale che il popolo nicaraguense ha voluto marcare nei confronti di chi lo vuole a tutti i costi capitanare.

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