Glasgow Cop26: una pioggia di critiche

Insufficienti i fondi per i Paesi più poveri.Troppo poco negli accordi tra Stati. Le delusione è più forte di qualche passo avanti che non basta

di Maurizio Sacchi

Boris Johnson è tornato a Glasgowper la fase finale del summit sul clima Cop26, e ha anticipato che chiederà alle nazioni partecipanti di “mettere da parte le differenze e unirsi per il nostro pianeta e la nostra gente”. Durante il viaggio verso la Scozia, ha chiamato Mohammed bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita. L’Arabia Saudita che basa la sua ricchezza sul petrolio é uno dei principali ostacoli alle decisioni del vertice, che vanno concordate tra le 196 nazioni. Un portavoce di Downing Street ha dichiarato: “[Johnson] ha accolto con favore l’impegno dell’Arabia Saudita a raggiungere lo zero netto entro il 2060 e i loro sforzi per la transizione dai combustibili fossili”. Una dichiarazione diplomatica dovuta, e che non ha certo rassicurato scienziati ed attivisti. Il primo ministro britannico ha incontrato i negoziatori nazionali e della società civile insieme al segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che ha già definito “deludenti” i risultati finora raggiunti.

Nemmeno la prima bozza resa pubblica dall’Onu, detta “decisione di copertura della Cop 26” è parsa incoraggiante. Essa  chiede ai Paesi di “rivedere e rafforzare gli obiettivi per il 2030 nei propri piani economici  nazionali, [ atto] necessario per allinearsi con l’obiettivo di temperatura dell’accordo di Parigi entro la fine del 2022”  e una “giusta transizione verso emissioni nette zero” , sottolineando l’importanza di aumentare le risorse finanziarie,  specie quelle destinate ai Paesi in via di sviluppo, le più vulnerabili agli effetti negativi del cambiamento climatico, e non in grado di affrontare da sole la transizione ecologica.Nel documento preliminare delle Nazioni unte si chiede di impostare politiche per fermare la crescita dei gas serra “entro o intorno alla metà del secolo”, e soprattutto di  accelerare la riduzione dei sussidi alle industrie collegate ai combustibili fossili. Ma vi sono forti dubbi sull’efficacia delle misure proposte.

Un segnale incoraggiante viene però dall’annuncio ieri che Cina e  Stati Uniti, i due maggiori emettitori di anidride carbonica al Mondo, hanno presentato un accordo per intensificare la cooperazione nella lotta ai cambiamenti climatici, anche riducendo le emissioni di metano, proteggendo le foreste e eliminando gradualmente il carbone.In una dichiarazione congiunta annunciata alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP26) a Glasgow, i Paesi hanno affermato di aver raggiunto un accordo per raddoppiare gli sforzi per combattere il cambiamento climatico con “azioni concrete”.

Al  vertice sul clima delle Nazioni unite a Copenaghen, nel 2009 però, le nazioni ricche avevano promesso 100 miliardi di dollari all’anno alle nazioni meno ricche entro il 2020, per aiutarle ad adattarsi al cambiamento climatico e a mitigare ulteriori aumenti di temperatura. Il ministro dell’ambiente del Gambia, Lamin B. Dibba, ha ricordato che “si sta ora parlando di 80 miliardi di dollari” proprio mentre essi dovrebbero essere incrementati. Il capo della delegazione di Oxfam alla Cop26, Tracy Carty, ha definito  la bozza  “troppo debole”. “Non riesce a includere un impegno chiaro e inequivocabile per il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni del 2030 [per mantenere] l’aumento delle temperature entro i 1,5 gradi. Le emissioni stanno aumentando, non diminuendo, e gli impegni attuali sono molto lontani dal mantenere questo obiettivo a portata di mano”.

Anche Yamide Dagnet, direttore dei negoziati sul clima al World Resources Institute, ha espresso dubbi, specialmente sull’ entità dell’aiuto finanziario promesso  ai Paesi in via di sviluppo. “Abbiamo visto qualche progresso, ma non credo che soddisferà gli standard che i Paesi del terzo mondo si aspettano”. Il ministro dell’ambiente del Gambia, Lamin B. Dibba, ha detto al riguardo:”Il Gambia e altri Paesi in via di sviluppo stanno cercando di adattarsi alla situazione, ma l’adattamento non può avvenire in assenza di risorse”. “I mezzi di sostentamento delle persone sono stati bloccati [dalla pandemia], e dobbiamo costruire la loro resilienza”. Il Gambia mira a raggiungere emissioni di carbonio nette zero entro il 2050 ed è l’unico paese al mondo che è conforme all’accordo di Parigi. Hanno anche detto che l’UE e gli USA non hanno ancora fatto un passo avanti nei negoziati per guidare verso un risultato forte. L’UE e gli USA devono formare alleanze con le nazioni vulnerabili e più povere per affrontare i “bloccanti”, hanno detto gli esperti.

Alden Meyer, del thinktank e3g ha detto: “L’ [obbiettivo dei] 1,5 gradi  è  ancora vivo? A malapena. In particolare, non abbiamo visto l’Ue e gli Stati Uniti fare un passo avanti per spingere il sostegno finanziario che devono fornire ai paesi vulnerabili per portare equilibrio al pacchetto [Cop26]”. Sono stato in questo processo per molto tempo, e ho visto il gioco delle contrattazioni andare avanti”, ha detto. “Ma se l’UE e gli Stati Uniti tengono in mano le loro fiche di contrattazione fino alla fine del gioco, giovedì mattina o venerdì sera, i loro soldi non avranno alcun valore. Per ottenere ciò che dicono di volere a Glasgow sui [tagli alle emissioni] e sulla trasparenza da Paesi come la Cina e altri, c’é bisogno di costruire una coalizione ad alta ambizione molto più forte, dando ai Paesi vulnerabili ciò di cui hanno bisogno, e che meritano, sull’adattamento, e sui finanziamenti e sulle perdite e sui danni. E sia per gli Usa che per l’Ue, questo significa superare alcune delle loro linee rosse”.

Meyer ha anche detto che é “assurdo” che l’impegno di porre fine ai sussidi per i combustibili fossili entrasse nei testi della Cop solo 13 anni dopo che il G20 si era impegnato a porvi fine: “Stiamo ancora pagando centinaia di miliardi di dollari all’anno di denaro dei contribuenti per incoraggiare la produzione e il consumo di combustibili fossili. La prima regola per trovarsi in una buca è smettere di scavare”. Jennifer Morgan, di Greenpeace International, ha detto: “Penso che vedrete i Paesi più vulnerabili del mondo uscire allo scoperto e lottare per le loro stesse vite, che è ciò che è in gioco qui”.

La battaglia dei movimenti sociali fuori dall’incontro si può leggere su Pressenza cliccando qui

L’immagine è tratta da  Unsplash

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