Sangue sul voto

Oltre cento milioni di pachistani alle urne nel Paese dei puri tra promesse, paura, attentati e la guerra strisciante con l'islam radicale. Un appuntamento importante

di Emanuele Giordana

Nonostante il timore suscitato dall’ondata di sangue che, alla vigilia della consultazione si è abbattuta sul Paese dei puri alla vigilia del voto, oggi in Pakistan si vota. Una giornata che è stata subito bagnata dal sangue di 29 persone in Belucistan per un attentato con la firma Stato islamico e nonostante 370mila uomini delle forze di sicurezza siano stati mobilitati per garantire il voto nelle varie circoscrizioni e negli 85mila seggi elettorali. I morti erano già già stati a decine con quasi 150 persone in un solo colpo a metà luglio proprio in Belucistan.

Passaggio di poteri tra civili

L’appuntamento è importante in un Paese ufficialmente in pace ma attraversato da una guerra di bassa intensità con l’islam radicale: per la prima volta nella storia del paese il cambio di governo avverrà tra uomini che non portano la divisa. Gli aventi diritto sono 105 milioni contesi da 110 partiti e oltre 3.700 candidati. Il risultato è incerto con l’interrogativo di brogli e intimidazioni, ma le elezioni sono un fatto rilevante che aiuta un Paese a lungo sotto tutela militare a uscire dal tunnel di una fosca tradizione. Si vota nelle quattro grandi province chiamati alle urne in Sindh, Belucistan, Punjab e Khyber Pakhtunkhwa e preoccupazioni sulla trasparenza elettorale sono state espresse dalla Human Rights Commission of Pakistan e da altri organismi locali. il voto sarà seguito da missioni di diversi osservatori internazionali tra cui Free and Fair Elections Network, la Ue e il Commonwealth.

In palio ci sono 342 seggi dell’Assemblea nazionale (di cui 60 riservati alle donne e 10 per i non musulmani). Sono così ripartiti : Belucistan – la provincia sudoccidentale al confine con Iran e Afghanistan: 17 seggi; Khyber Pakhtunkhwa – la ex provincia della Frontiera che ora include anche le aree tribali al confine con l’Afghanistan: 43 seggi; Punjab – la provincia più industrializzata e più ricca che fu divisa in due tra India e Pakistan dalla Partition del Raj britannico nel 1947: 183 seggi; il Sindh, agricolo e feudo della famiglia Bhutto con la grande città-porto di Karachi: 75 seggi; le Federally Administered Tribal Areas, da poco incluse nella Khyber Pakhtunkwa: 12 seggi; Islamabad capitale federale: 2 seggi (i territori del Nord Gilgit/Baltistan seguono un sistema a parte e non partecipano al voto).

Gioco a tre

La partita elettorale si gioca tra tre organizzazioni storiche del panorama politico e con tre candidati che rappresentano altrettante dinastie. La più antica è quella del Partito popolare pachistano (Pakistan Peoples Party – Ppp) guidato da Bilawal Bhutto Zardari, classe 1988, figlio dell’ex presidente Zardari – e soprattutto della scomparsa ex premier Benazir – e nipote di Ali Bhutto, leader socialdemocratico impiccato dal dittatore militare Zia ul-Haq. Il suo feudo elettorale è la provincia agricola del Sindh, ma raccoglierà voti anche altrove. Non abbastanza, dicono gli osservatori, per contrastare la vera sfida: quella tra la Lega musulmana (Pakistan Muslim League-Nawaz – Pml-N) e la tradizionale opposizione del partito capeggiato dall’ex giocatore di cricket Imran Khan (Pakistan Tehreek-e-Insaf – Pti), che si presenta e autopresenta come il favorito alla carica di premier.

La speranza di ottenere abbastanza seggi per formare il governo non è in realtà affatto scontata per Imran, personaggio istrionico e robante che sta sfruttando con abilità la tempesta che si è abbattuta sulla Lega, rimasta priva – alla vigilia delle elezioni – sia del suo leader sia dell’uomo che è stato – senza concluderlo – a capo dell’ultimo mandato sancito dalla vittoria elettorale del 2013. Nawaz Sharif, premier a più riprese a capo di un partito di centrodestra, è stato infatti destituito dalla carica di premier in seguito allo scandalo dei cosidetti Panama Papers, che hanno rivelato maneggi di denaro in conti esteri e proprietà immobiliari a Londra non dichiarate. Accuse che gli sono costate 10 anni (più 7 alla figlia Maryam): arrestato con la figlia al suo ritorno in patria, per tentare di rivitalizzare un’immagine distrutta dai guai giudiziari e che stava costando cara al parito, vedrà la battaglia elettorale dalla sua cella.

Il cavallo della Lega

Suo fratello Shehbaz è il cavallo su cui punta la Lega soprattutto in Punjab, la provincia ricca e più popolosa dove gli Sharif sono dei rais: Shahbaz è stato chief minister, guadagnandosi la fama di abile amministratore. Inutile dire che aveva un appoggio forte nel governo del fratello. Imran Khan se la sta giocando da favorito ma sapendo bene che dalla sua roccaforte del Khyber Pakhtunkhwa muovere alla conquista delle altre province non è facile. In casa poi, gli gioca contro anche la rinascita della Muttahida Majlis–e–Amal, una coalizione di partiti islamisti di destra che ha già governato sia nel Khyber sia in Belucistan.
Di Imran si è detto molto, persino che fosse sponsorizzato dai militari che, stando a quanto si racconta nei circoli della Lega, avrebbero deciso di cambiare cavallo sciftando dalla destra degli Sharif verso un partito “nuovo” e paladino di legalità e buon governo ma che scarseggia di esperienza. C’è chi sostiene che alla fine, la potente macchina militare abbia preferito puntare ancora una volta sulla Lega e sulla dinastia che, nel tempo, si è dimostrata più solida. Senza il rischio di grandi scossoni.

Nelle immagini dall’alto: Shahbaz Sharif, Imran Khan, Bilawal Zardari Bhutto

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