Etiopia-Tigrai: a rischio tutta la Regione

Il conflitto interno potrebbe avere forti ripercussioni su tutta l'area. Nell'intervista a Enzo Nucci alcuni scenari e il punto sulla guerra

di Alice Pistolesi

Non si ferma la guerra tra l’esercito etiope e il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai. Per capire cosa sta succedendo e quali sono gli scenari nella Regione abbiamo rivolto alcune domande a Enzo Nucci, giornalista, corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana e collaboratore dell’Atlante delle guerre.

Per prima cosa ci può raccontare cosa sta accadendo?

La situazione è poco chiara. Sul campo non ci sono né osservatori internazionali né giornalisti. Oltre che essere vietato l’ingresso c’è anche una forte stretta sulle notizie, che sono controllate e centellinate. Quello che è certo e che è stato confermato anche da rapporti Onu è che in questo anno di guerra (lo scontro è iniziato il 4 novembre 2020, ndr) entrambe le parti si sono macchiate di orrende carneficine, esecuzioni, violenze su donne, bambini e uomini, senza nessuna pietà. Ambedue i fronti, hanno commesso crimini di guerra e contro l’umanità.

Pare che nei giorni scorsi l’esercito nazionale abbia riconquistato parte di territorio.

Sembra proprio di sì, la controffensiva del Presidente Abiy Ahmed Ali, che dobbiamo ricordare viene dai ranghi dell’esercito, sta tracimando le milizie del Tigrai che nei giorni scorsi erano quasi arrivate alla capitale Addis Abeba. Pare comunque che non avessero intenzione di assediarla, ma di costringere il Presidente a una trattativa. L’esercito regolare ha in questi giorni riconquistato territori, tra cui Lalibela, città patrimonio dell’Unesco.

Ma non è ancora finita. I tigrini sono dei grandi combattenti, sono molto uniti e dispongono di un buon numero di armi, tra cui un comparto missilistico di tutto rispetto. Per questo hanno avuto un discreto successo militare. Non ci dobbiamo dimenticare che il fronte del Tigrai fu uno dei più attivi contro Mènghistu Hailé Mariàm, il dittatore che appoggiato dai sovietici, aveva instaurato un regime in Etiopia negli anni Settanta. Già allora il fronte militare  era unito e capace. I tigrini, inoltre, hanno avuto a fianco in questa battaglia anche la milizia degli oromo, altra etnia del Paese. Il presidente Ahmed, pur essendo per metà oromo, è fortemente contestato. A tutto questo si aggiunge poi una situazione umanitaria che rischia di esplodere. Si parla di 5milioni 200mila persone che hanno chiesto assistenza umanitaria e 2milioni 100mila sfollati.

Facciamo qualche passo indietro. Qual è stata la vera causa scatenante del conflitto?

I Tigrini sono una delle circa 80 etnie presenti in Etiopia. Pur essendo una minoranza, perché composta da 6-7 milioni di persone su un totale di oltre 110milioni di abitanti, hanno sempre avuto un ruolo enorme potere politico.

Con varie mosse Ahmed ha di fatto estromesso i tigrini dal potere, dopo 27 anni di partecipazione attiva ai ruoli decisivi del governo. Il presidente ha inoltre rimandato le elezioni a causa del covid-19. Come risposta i tigrini hanno organizzato elezioni proprie e nominato un proprio parlamento. Molti sono stati i passi che hanno portato al conflitto, ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’attacco alla base militare etiope del 4 novembre 2020.

Cosa lascerà sul terreno questa ‘guerra fratricida’?

Il conflitto è ancora in corso e il cessate il fuoco sembra lontano, ma possiamo già prevedere che le ferite che questa guerra lascerà sul campo saranno profondissime, resteranno impresse nelle coscienze della gente e creeranno un forte senso di rivalsa e vendetta. Anche se la guerra convenzionale finisse adesso si darebbe il via a tutta serie di vendette. Tutti hanno avuto perdite. Credo che i danni siano irreparabili.

Qual è il ruolo dell’Eritrea (se ce n’è uno) nel conflitto?

Il trattato di pace firmato tra Eritrea ed Etiopia che è valso ad Ahmed il Nobel per la Pace, sottintendeva, come abbiamo visto, anche una sorta di alleanza militare in versione anti tigrina. L’Eritrea è entrata a più riprese in Etiopia per reprimere i tigrini ed è stata in prima linea nelle stragi, nelle pulizie etniche. Gli eritrei hanno preso di mira anche i campi profughi presenti nel Tigrai che ospitano esuli del regime eritreo. Inizialmente Ahmed negava il coinvolgimento degli ex nemici nel conflitto, ma poi davanti all’evidenza è stato costretto ad ammettere che l’Eritrea era più che attiva nella guerra contro il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai. I tigrini hanno a più riprese risposto con missili verso l’Eritrea.

La guerra in Etiopia può destabilizzare l’intera Regione?

L’Etiopia è il secondo Paese più popoloso d’Africa e la preoccupazione che possa implodere è condivisa da tutti i confinanti, oltre che dagli Stati Uniti, storici alleati. Varie sono le questioni in gioco. C’è il tema dei profughi. Molti etiopi sono fuggiti in Sudan, Paese che ha vari teatri di conflitto aperti e ospita già molti profughi dal Congo e dal Sudan del Sud. L’Etiopia è ai ferri corti da tempo con il Sudan anche per la questione della diga sul Nilo. Tensione che ha portato anche al ritiro dell’ambasciatore a Karthoum nell’agosto 2021. Brutti rapporti, sempre a causa della diga, anche con l’Egitto che qualche mese fa si era detto pronto a bombardare l’Etiopia per il diritto sulle acque del fiume. Tra i confinanti c’è poi  la tensione con il Kenya, che ha rafforzato la sicurezza lungo il confine etiope e ha chiesto ai residenti di segnalare l’immigrazione illegale. Nel Nord del Paese già ci sono molti campi profughi con alta presenza, oltre che di somali, anche di etiopi.

Quale la posizione degli Stati Uniti in questa fase?

Il segretario di Stato americano Antony John Blinken, la settimana scorsa in visita in Africa, ha dichiarato che il fallimento dei colloqui pace porterebbe all’implosione del Paese. Per gli Usa l’Etiopia è sempre stato alleato importante anche perché sono presenti sul terreno alcune basi militari da cui partono i droni usa per colpire gli al-Shabab in Somalia. C’è sempre stata forte cooperazione militare e l’Etiopia è vetrina importante anche per quello che è la competizione con la Russia. 

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