Guerre di carta

Dalle ritorsioni commerciali a quelle contro giornali e giornalisti in Stati Uniti e Cina. Che ha deciso di ritirare i permessi di lavoro ai reporter delle principali testate statunitensi con base nella Rpc

Invocando “contromisure necessarie” il ministero degli Esteri cinese ha deciso di revocare le credenziali ai giornalisti americani del New York Times, Wall Street Journal e Washington Post, richiedendo loro di restituire i pass entro 10 giorni ed essenzialmente espellendoli da Paese. Pechino ha inoltre accusato cinque organi di stampa statunitensi – Voice of America, The Times, The Journal, The Post e Time – di essere in sostanza funzionari di un governo straniero, identificandoli come agenzie controllate da Washington. La Cina aveva precedentemente espulso tre reporter del Wall Street Journal a febbraio per la copertura del giornale dell’epidemia di coronavirus.

La scelta clamorosa che colpisce le principali testate statunitensi arriva dopo che l’amministrazione del presidente Donald Trump aveva designato cinque media cinesi come “missioni straniere”, limitando in seguito il numero di cittadini cinesi che potranno lavorare per loro negli Stati Uniti.

Sempre le tre scimmiette: non dico, non vedo, non sento

All’inizio di marzo – ricorda Al Jazeera – gli Stati Uniti hanno dichiarato che per cinque organi di informazione cinesi controllati dallo Stato ci si sarebbe limitati a  100 visti, un’espulsione di fatto di circa un terzo dello staff cinese. Washington ha anche accusato la Cina di una sorveglianza sempre più dura, molestie e intimidazioni nei confronti di giornalisti statunitensi che lavorano in Cina. Era subito seguita una minaccia di ritorsioni dopo la misura che colpisce in particolare due grossi canali di informazione cinese in inglese: Xinhua News Agency e China Global Television Network.

La “guerra di carta”, che segue quella commerciale, si nutre ovviamente di quella politica. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump – ricorda Scmp – ha descritto Covid-19 come un “virus cinese”, un’etichetta che ha scatenato polemiche. “Gli Stati Uniti sosterranno con forza quei settori, come le compagnie aeree e altri, che sono particolarmente colpiti dal virus cinese. Saremo più forti che mai! ”, ha scritto tra l’altro in un tweet. Una dichiarazione twittata dopo che il segretario di Stato americano Mike Pompeo si era scontrato lunedì con la sua controparte cinese per quello che ha definito gli sforzi di Pechino di “spostare la colpa di Covid-19 negli Stati Uniti” dopo che erano volate accuse di cospirazione tra Pechino e Washington, quando funzionari cinesi del ministero degli Esteri avevano ipotizzato che truppe statunitensi avrebbero potuto introdurre il coronavirus in Cina. Pompeo aveva telefonato ai cinesi sostenendo che “non è il momento di diffondere disinformazione e voci stravaganti”. Un ridda di accuse e controaccuse, misure e contromisure crescenti che da ieri si è arricchita di un nuovo capitolo. La cui vittima è la libertà di espressione.

#IoRestoACasa

(Rd/Est)

Nella foto una rotativa nelle pagine della cinese AliBaba

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