Hong Kong: proteste contro la nuova legge

Migliaia nelle strade per  manifestare contro la proposta sulla sicurezza nazionale che bypassa l'autonomia della città. Minacciando il paradigma "Un Paese, due sistemi"

A Hong Kong migliaia di persone sono scese di nuovo nelle strade domenica 24 maggio. La nuova ondata di proteste è contro la proposta di legge sulla sicurezza nazionale discussa dall’annuale Assemblea Nazionale del Popolo della Repubblica Popolare Cinese. Lacrimogeni, getti d’acqua, cariche della polizia e violenze urbane hanno segnato il weekend nel centro finanziario asiatico. Gli arresti sarebbero almeno 180 secondo la BBC, un video (fermo immagine della copertina dell’articolo) mostra anche come la manifestazione abbia assunto tratti di scontro urbano molto violento. Il tutto si è svolto tra persone indossanti mascherine per prevenire il contagio da Nuovo Coronavirus.

L’oggetto dello scontro è la nuova proposta di legge sulla sicurezza nazionale che mira a portare “stabilità, uno stato di diritto più forte e un ambiente più favorevole al business internazionale”, ha spiegato il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi in una conferenza stampa mentre le proteste infuriavano. I reati che saranno oggetto della nuova legge, della quale si sa ancora molto poco, saranno “tradimento, secessione, sedizione e sovversione”, ha aggiunto Wang, come riportato dal locale South China Morning Post.

Sebbene innumerevoli funzionari e politici cinesi abbiano provato a smorzare i toni, le critiche e preoccupazioni locali e internazionali permangono. Come riportato dall’agenzia stampa governativa XinhuaNet, la legge non dovrebbe, secondo le dichiarazioni di coloro i quali la hanno discussa, inficiare sulla capacità di esercizio del potere giudiziario, anche di ultima istanza, in autonomia delle autorità di Hong Kong, così come dovrebbe rispettare i diritti e le libertà di cui godono i residenti della città. Le critiche però non si smorzano, soprattutto perché nessuno ha ancora visto questo documento.

Proprio domenica è quindi giunto il sostegno alle ragioni della piazza da parte di 200 parlamentari e decisori politici di 23 Paesi del globo, che hanno firmato una dichiarazione congiunta, bollando come “introduzione unilaterale” e una minaccia per l’autogoverno di cui gode Hong Kong la nuova proposta di legge. Gli Usa tramite il Ministro Pompeo hanno quindi chiesto a Pechino di rivedere la decisione definendola una “campana a morto” per lo status privilegiato di Hong Kong.

Non solo l’autonomia richiesta da alcuni gruppi politici sembra quindi un miraggio, ma il paradigma “un Paese, due sistemi” sembra poter vacillare. Quest’ultimo principio ha garantito a Hong Kong un ampio grado di autonomia amministrativa e governativa in tutti i campi eccetto che nella politica estera e di difesa. La metropoli affacciata sul Mare  Cinese meridionale è passata sotto la sovranità della Cina nel 1997, quando la Gran Bretagna pose fine al dominio coloniale. Dall’epoca  è in vigore una sorta di mini costituzione,  “La legge Fondamentale della regione amministrativa speciale di Hong Kong, della Repubblica Popolare Cinese”, come si legge sul frontespizio del documento.

Molti dei 7,2 milioni di residenti sono quindi preoccupati, perché come è stato spiegato, la nuova legge esplicita che Hong Kong “dovrà migliorare” la propria sicurezza nazionale e che  se però dovesse fallire, Pechino potrà intervenire. Si sa infatti già secondo quanto riporta la BBC che qualora l’azione locale non dovesse essere sufficiente “quando necessario gli organi competenti del Governo Centrale del Popolo (Pechino), istituiranno agenzie a Hong Kong, per perseguire i loro obblighi di salvaguardare la sicurezza nazionale secondo la legge”.

“Il giorno più triste nella storia di Hong Kong… un enorme passo indietro”, così hanno definito la decisione di Pechino i leader del movimento pro-democrazia di Hong Kong. In sostanza il Governo cinese vuole provare a stroncare le mire secessioniste, abbassare le critiche pro-democratiche e diminuire le proteste, numerose negli ultimi anni: dalla fallita “Rivoluzione degli Ombrelli” del 2014 che rivendicava la piena realizzazione del suffragio universale nelle elezioni locali, per altro previsto dalla Legge Fondamentale; alla manifestazioni massicce che l’anno scorso hanno costretto Pechino a rinunciare a una legge che avrebbe consentito l’estradizione verso la Repubblica Popolare Cinese da Hong Kong.

(Red/Eli.Ger.)

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