Il clima dell’Asia

Il continente continua a correre segnando lunghezze sulla via dello sviluppo e degli standard di vita. L'aumento  del turismo aiuta. Ma a che prezzo per l'ambiente?
  1. dall’inviato nel Sudest asiatico Emanuele Giordana 

Nella grande isola tailandese di Ko Chang non è difficile capire che costo ambientale possono produrre in Thailandia 35 milioni di turisti che ogni anno visitano questo paradiso tropicale.  Frotte di turisti di ogni dove hanno trasformato l’isola in una sequenza ininterrotta di alberghi, sale massaggio, ristoranti, affittacamere. Per trovare una spiaggia solitaria, bisogna prendere la barca e andare nelle isolette vicine. Ma li, gli effetti del turismo si vedono ancora di più.

Nelle piccole isolette in parte disabitate dove c’è solo qualche rara guesthouse – il cellulare non prende e magari non c’è neppure la luce elettrica – il novello Robinson si ritrova però rapidamente proiettato nel bello della civiltà. In certe condizioni atmosferiche infatti,  il piccolo paradiso tropicale diventa una sorta di plasticopoli: bottiglie, cannucce, contenitori che arrivano sin dalla Cambogia dal Vietnam e addirittura dalla Cina senza contare ciò che proviene dalle coste tailandesi. Non c’è da stupirsi: l’Asia è la maggior consumatrice di plastica del pianeta.

Una classifica della rivista  Forbes dell’anno scorso dava il bilancio di questa corsa alla plastica: Cina, Indonesia, Filippine, Thailandia e Vietnam sono i maggiori consumatori di  plastica al mondo. Plastica che finisce in mare e che si ritrova anche nei microrganismi più piccoli. La rete green  Earth Day Network’s ha inserito tra i primi venti consumatori di plastica 12 Paesi asiatici. E’ in gran parte il prezzo dello sviluppo di questi Paesi che consumano sempre di più a fronte di una coscienza ambientale ancora poco diffusa. Questione di “sottosviluppo” o il suo contrario?

L’Asia è il continente delle contraddizioni: se l’Indonesia,  può vantare il  fiume  più inquinato della terra, una classifica dell’Economist pone  Singapore in cima alla lista delle città più costose del mondo.  Cinque delle sei città più care dell’inchiesta del giornale britannico sono in Asia: Hong Kong è al secondo posto, mentre Tokyo, Osaka e Seul sono rispettivamente al quarto, al quinto e al sesto.  Singapore costa addirittura il 20% in più della Grande Mela. Sempre in Asia ci sono però anche le città  meno care: cinque delle dieci città più economiche sono in India o in Pakistan e il titolo della città meno cara al mondo spetta ad Almaty, il centro più importante del Kazakistan.

Il problema è che sviluppo e coscienza ambientale non si sviluppano per forza in parallelo. E non sempre il fatto che una città sia cara significa automaticamente che investa sicurezza ambientale o in conservazione dell’ambiente. L’emergenza inquinamento è ormai stabile in molte metropoli asiatiche anche molto diverse tra loro: le grandi città cinesi e Bangkok, simbolo di modernità, lavoro ed efficienza, sono inquinatissime e vivono con una costante e  pericolosa esposizione a microparticelle di veleno. E così accade a Dacca e a Delhi, città con grandi slum e una forte densità umana che ogni anno fronteggia vere e proprie emergenze da smog.

In Asia sembra dunque concentrarsi il grande problema che attanaglia il mondo: uscire dal sottosviluppo si può e una crescita veloce ha permesso a molte persone di dimenticare la povertà. Ma si paga anche un prezzo altissimo in termini di salute perché molti distretti industriali si trovano nelle aree urbane. E l’aria che si respira nelle città asiatiche è spesso…irrespirabile. Nel contempo però si studiano anche soluzioni.

Nell’isola di Bali, in Indonesia, quest’anno entrerà in vigore ovunque il divieto dei sacchetti di plastica monouso.   Reality Tours & Travel, una compagnia di turismo responsabile attiva in quattro località indiane, prova a  coniugare vacanze ed esperienze reali ma non soltanto nei musei o visitando le bellezze naturali classiche del viaggio in Oriente: oltre a quelle, il tour comprende infatti anche visite negli slum di Bombay o di Delhi. E l’80% dei proventi di questi tour va a finire nelle mani della comunità che reinveste in progetti sostenibili. E’ un’esperienza che esiste ormai da dieci anni e che coniuga responsabilità d’impresa a responsabilità personale di chi viaggia. Il rispetto dell’ambiente passa anche dal turismo responsabile e il turista diventa consapevole della realtà sociale di queste grandi città. Quando il turismo nonè responsabile infatti  aggiunge danni di importazione a danni locali già in atto e spesso i turisti fanno in vacanza quel che non farebbero mai a casa loro.

Nella foto di copertina: Bangkok. Nel testo due scatti sull’isola tailandese di Ko Wai. Tutte le immagini di questo servizio sono di Atlante delle guerre e dei conflitti. Si possono utilizzare liberamente citando la fonte

 

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