Il complesso rapporto tra Israele e Onu

La tragica invasione di Gaza ha riaperto in maniera drammatica una vecchia frattura con il Palazzo di Vetro

di Gianna Pontecorboli dal Palazzo di Vetro

New York – La situazione che in questi giorni ha reso palpabile la tensione tra lo Stato ebraico e l’organizzazione internazionale non è certamente un fatto nuovo. Da quando è stato creato, nel 1948, Israele è stato sicuramente spesso vittima dei diversi interessi della Comunità internazionale nei momenti di crisi e del peso politico dei Paesi arabi che lo circondano. Per chi ha seguito per anni il lavoro del Palazzo di Vetro, il suo isolamento è apparso spesso evidente, anche se negli ultimi anni gli accordi di pace con diversi Paesi arabi sembravano averlo temperato. E altrettanto vero è che lo Stato ebraico ha sempre ignorato le risoluzioni dell’Onu sui territori occupati e sullo stato di Gerusalemme. Adesso, la tragica invasione di Gaza ha riaperto in maniera drammatica una vecchia frattura.

Da un lato, un Netaniahu indebolito dalle critiche di un’opinione pubblica profondamente divisa, che lo considera responsabile per la mancata preparazione di fronte al brutale attacco di Hamas e per le violenze dei coloni nei confronti dei Palestinesi nei territori occupati, sta cercando di recuperare il consenso perduto. E per rassicurare una popolazione scioccata dalla tragedia del 7 ottobre e impaurita per il suo futuro ha scelto di mostrare la mano dura militarmente e a parole, incurante della tragedia dei civili palestinesi e del pesante giudizio dell’opinione pubblica internazionale. Dall’altro, una Onu spaventata dal possibile allargamento del conflitto e allarmata dalle sue drammatiche conseguenze per la popolazione civile non esita a ricordare con durezza a Israele tutte le sue responsabilità.

Così, quando durante in intervento di fronte al Consiglio di Sicurezza, il 24 di ottobre, Antonio Guterres ha affermato che ”è importante riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono avvenuti fuori dal nulla. Il popolo palestinese e’ stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione”, la reazione è stata immediata. ”Il Segretario generale dell’Onu, che mostra comprensione per la campagna di sterminio di massa di bambini, donne e anziani, non è adatto a guidare l’Onu. Lo invito a dimettersi immediatamente”, gli ha risposto a ruota l’ambasciatore israeliano Gilad Erdan, mentre il governo ha annunciato di voler annullare i visti per i funzionari dell’organizzazione internazionale .

Pochi giorni dopo, quando l’Assemblea Generale ha votato con una maggioranza di 120 voti a favore contro 14 contrari e 45 astenuti la risoluzione presentata dalla Giordania per chiedere una tregua umanitaria, una risoluzione non legalmente obbligante ma moralmente significativa, la risposta è stata di nuovo secca. Spaventato dalla concreta possibilità di offrire ad Hamas un’occasione di riorganizzarsi e riarmarsi, come è già avvenuto in passato, il governo di unita’ nazionale israeliano non ha avuto dubbi nel rifiutare il risultato del voto. ”L’Onu non ha più neppure un’oncia di legittimità o importanza”, si è affrettato a dichiarare Erdan.

Di fronte al rifiuto di Israele, da parte loro, sia gran parte della Comunità internazionale presente al Palazzo di Vetro, sia i rappresentanti della varie agenzie umanitarie dell’Onu hanno assunto un atteggiamento di aperta critica. Pur riconoscendo il dramma degli ostaggi e la ferocia del massacro del 7 ottobre da parte di Hamas, lo stesso Guterres ha spesso denunciato la chiusura delle frontiere, l’invasione di Gaza e il drammatico prezzo imposto alla popolazione civile dai bombardamenti indiscriminati sugli ospedali e sui quartieri residenziali. ”In pochi giorni, ci sono stati a Gaza migliaia e migliaia di bambini uccisi, il che significa che c’è qualcosa di chiaramente sbagliato nel modo in cui sono condotte le operazioni militari”, ha affermato pochi giorni fa.

In realtà, al di là delle parole dure, i contatti tra i rappresentanti dell’Onu e quelli del governo israeliano sono continuati, magari un po’ in sordina, per permettere alle organizzazioni umanitarie di intervenire di più, anche se ancora assai meno di quanto sarebbe necessario e con l’altissimo prezzo di 99 morti tra i dipendenti dell’Unrwa, per soccorrere la popolazione di Gaza. Contemporaneamente, le pressioni dell’opinione pubblica internazionale e dell’alleato americano hanno convinto Netanyahu a ordinare una pausa giornaliera dei combattimenti per permettere l’evacuazione in sicurezza della popolazione al Sud di Gaza. Piccoli passi, ancora ben lontani da quanto servirebbe, ma comunque significativi e che probabilmente hanno riaperto qualche spiraglio per una discreta partecipazione dell’Onu alle trattative per la liberazione degli ostaggi israeliani.

Con le varie agenzie giustamente preoccupate per la situazione di Gaza, però, i tempi di una possibile riconciliazione tra Israele e le Nazioni Unite saranno certamente lunghi e faticosi. Quello che Antonio Guterres ha definito ”il cimitero dei bambini” continuerà a pesare sul giudizio della Comunità internazionale. E pochi, al Palazzo di Vetro, hanno puntato l’accento anche sulle contemporanee responsabilità di Hamas nella strage. Nel frattempo, anche i cittadini israeliani più critici nei confronti dell’attuale premier si risentiranno per quello che spesso giudicano un sistema di ”due pesi e due misure”.

Solo per fare un esempio, di fronte a un gruppo di giornalisti accreditati all’Onu, Abdallah Al Dardari, assistente segretario generale dell’Onu e direttore dell’Ufficio regionale degli Stati Arabi dell’Undp e Rola Dashti, segretario esecutivo della commissione economica e sociale per l’Asia Occidentale, hanno tracciato giovedi scorso un panorama allarmante delle conseguenze economiche della guerra sulla popolazione di Gaza. Il quadro drammatico che hanno offerto, fatto di fredde cifre, ha mostrato in maniera chiarissima il prezzo che una popolazione innocente ha pagato e pagherà in futuro. Delle conseguenze economiche che il conflitto sta provocando per la popolazione civile israeliana, ugualmente innocente, non hanno però fatto parola. Come nessuno, al Palazzo di Vetro, ha parlato nelle scorse settimane dei circa 400 mila israeliani che sono stati costretti a lasciare nelle scorse settimane i loro kibbutz distrutti dalla furia di Hamas e le loro case bersagliate di missili nel nord di Israele. Il vero ritorno della fiducia tra lo Stato ebraico e l’organizzazione internazionale che lo ha riconosciuto 75 anni fa, insomma, sarà possibile solo dopo la soluzione del problema palestinese. In un domani ancora confuso.

 

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