Il conflitto e l’attivismo nel Sahara Occidentale

A sei mesi dalla fine del cessate il fuoco sembrano proseguire gli scontri lungo il muro, mentre nei territori occupati l'attivismo delle donne (e non solo) continua

di Alice Pistolesi

Sono passati sei mesi dalla ripresa delle armi ma la situazione per la popolazione saharawi resta congelata. Una sensazione che conoscono bene gli abitanti dei campi profughi nel deserto algerino, così come chi vive nel Sahara Occidentale. Il bollettino di guerra dell’Esercito popolare di liberazione saharawi (SPLA) arriva puntuale ogni giorno. Siamo al 189esimo.

In tutti si riportano notizie di “bombardamenti contro le forze nemiche lungo il muro della vergogna nel Sahara Occidentale”. Il Ministero della Difesa Nazionale ha riferito domenica 16 maggio, nella sua 186 dichiarazione militare, che l’Esercito saharawi  ha lanciato intensi bombardamenti contro le posizioni nemiche nel muro militare marocchino. “Anche se il Marocco nega la distruzione – si conclude il bollettino – e il caos alle sue basi. Il nemico ha subito perdite nel suo arsenale e perdite nelle sue file”. In effetti il Marocco scrive e ha scritto poco (per non dire nulla) delle operazioni militari in corso. Le poche informazioni sugli scontri in atto che si riescono ad estrapolare si trovano sulla pagina Facebook non ufficiale dell’esercito marocchino forum Far-Maroc. Vige infatti il divieto di ingresso per operatori umanitari e giornalisti nei territori occupati e nelle zone di guerra.

Intanto nei Territori del Sahara Occidentale un caso ha attirato l’attenzione internazionale, quello dell’attivista Sultana Khaya. Diventata simbolo della lotta del suo popolo, è presidente dell’organizzazione Lega per la difesa dei diritti umani e contro il saccheggio delle risorse naturali a Boujdour, città del Nord del Sahara Occidentale, controllata dal Marocco.

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Nel 2007, durante un’aggressione subita dalla polizia all’Università Cadi Ayyad di Marrakech, ha perso l’occhio destro. Negli anni ha organizzato decine di manifestazioni e documentato gli abusi delle forze di occupazione soprattutto nei confronti delle donne saharawi e ha partecipato anche al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite. Anche Human Rights Watch e Amnesty International hanno denunciato la situazione in cui vivono lei e la sua famiglia.

Da mesi Sultana vive infatti assediata dalle forze di sicurezza, appostate sotto la sua abitazione, giorno e notte. L’11 maggio l’attivista ha denunciato di essere stata violentata, insieme alla sorella, con bastoni dalle forze del regime marocchino.

In suo sostegno, centinaia di donne si sono radunate nei campi profughi in una marcia che ha visto la partecipazione di oltre 300 donne. La manifestazione richiedeva poi la libertà di tutti i prigionieri politici saharawi e la fine delle rappresaglie subite dalla militante Mina Baali, agli arresti domiciliari e sottoposta a frequenti interruzioni di corrente, privazione della comunicazione con l’esterno tra le altre misure repressive. Mina è membro dell’Associazione saharawi delle vittime dei diritti umani gravi (ASVDH). Ex prigioniera, è stata recentemente licenziata dal suo lavoro per la sua solidarietà con altri prigionieri politici saharawi. È stata picchiata più volte dalla polizia per aver partecipato a proteste pacifiche.

Con la ripresa della armi la repressione nei territori del Sahara Occidentale è peggiorata notevolmente. Come denunciato tra le altre dall’Associazione internazionale dei giuristi democratici (Aijd), infatti, “molestie, atti barbari, uso eccessivo della forza, arresti arbitrari, torture e rapimenti fanno parte della vita quotidiana dei civili”. Abusi che vengono quotidianamente denunciati dall’agenzia stampa Equipe Media e dalla Fondazione Nushatta. Motivo per cui, chi scrive clandestinamente per questi due mezzi di informazione, vive sotto tiro ed è stato arrestato più volte.

Dal punto di vista internazionale poco, se non niente, si è mosso nei sei mesi dalla fine del cessate il fuoco. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU “ha optato per l’inazione e non ha ottenuto risultati tangibili”, usando le parole del rappresentante del Fronte Polisario presso le Nazioni Unite Sidi Mohamed Omar. “Il fatto che il Consiglio di Sicurezza – si legge in un comunicato del 22 aprile – non abbia adottato misure concrete per affrontare le gravi conseguenze della violazione da parte del Marocco dell’accordo di cessate il fuoco del 1991 e della sua nuova aggressione contro il territorio saharawi liberato, così come le sue azioni illegali nel Sahara occidentale occupato, ha minato non solo la prospettiva di rilanciare il processo di pace, ma lascia anche la porta aperta all’escalation della guerra in corso”.

Altre questioni aperte che coinvolgono il Sahara Occidentale sono quelle tra la Germania e il Marocco. Il 6 maggio Rabat ha infatti richiamato il proprio ambasciatore a Berlino denunciando in un comunicato ufficiale “atti ostili” da parte di Berlino, in particolare sulla questione del Sahara. “La Repubblica federale di Germania – si legge nel comunicato diffuso dal ministero degli Esteri marocchino – ha intensificato atti ostili e azioni che sono dannose per gli interessi superiori del regno”.

Il retroscena della crisi, secondo fonti diplomatiche riportate da El Pais, è il tentativo di Rabat di esercitare pressioni sull’Unione Europea affinché cambi la sua posizione sulla disputa del Sahara, dopo che il 10 dicembre, l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva riconosciuto la sovranità marocchina sull’ex colonia spagnola.

Un’ultima questione riguarda invece la Spagna, dove il presidente della Rasd Brahim Ghali si trova per ricevere cure mediche. Nel comunicato diffuso dal ministero degli Esteri marocchino, Rabat ha avvertito la Spagna di non “minimizzare il grave impatto” di questa crisi sui rapporti bilaterali e l’ha avvertita che ” trarrà tutte le conseguenze “di una decisione “premeditata”, presa” alle spalle di un partner e di un vicino “. Il Marocco, scrive El Pais, “finora non ha adottato nessuna delle misure applicate alla Germania contro la Spagna, ma ha alzato il tono di indignazione retorica”.

Mentre Ghali si sta riprendendo dal coronavirus, il giudice del Tribunale Nazionale Santiago Pedraz lo ha citato come imputatoNella sua corte sono infatti aperti due casi per accuse  di atti commessi contro dissidenti saharawi nei campi profughi di Tindouf. Secondo El Pais al Ministero degli Affari Esteri assicurano che, quando il suo ingresso in Spagna è stato autorizzato, gli è stato comunicato che poteva essere convocato dal giudice, nonostante non ci fosse alcun mandato di perquisizione e arresto nei suoi confronti.

Una questione, quella tra Marocco e Spagna, che si inserisce all’interno dell’ennesima crisi umanitaria, dopo che in pochi giorni oltre 8.000 immigrati, la maggior parte dei quali marocchini hanno fatto ingresso in Spagna da Ceuta.

*In copertina l‘attivista saharawi Mina Baali durante un atto di protesta sul tetto di casa sua, sorvegliata e circondata da paramilitari e poliziotti in borghese. Ha aderito alla campagna saharawi #OndeaBanderaDeLaRASD.

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