Il silenzio dei Talebani – 1

Viaggio in Afghanistan. Il Paese dove è tornato il divieto di fare e ascoltare musica

di Massimo Annibale Rossi

Di ritorno da Kabul – Dalle strade di Kabul le donne sono praticamente sparite. I talebani, che nell’accordo del 2020 con Donald Trump avevano sottoscritto di rispettarne i diritti, hanno fatto girare la vite della morsa. Le donne non possono andare all’università, alle superiori, uscire senza un accompagnatore, devono coprire il viso, non possono frequentare i parchi, non hanno luoghi loro dedicati. Si tratta della forma di apartheid più dura della storia recente, che riguarda la metà della popolazione. I proclami talebani mirano a restaurare, vista la debolezza dell’occidente, i parametri del primo emirato e la inerente visione dell’Islam. La grande maggioranza di loro non conosce l’arabo, ma ha imparato a memoria i sutra nelle madrase pakistane. Mantengono un livello culturale basso, ma nei lunghi anni di guerriglia e di detenzione hanno assimilato l’arte della strategia. Sanno sparare, comandare, logorare il nemico, ma soprattutto aspettare. Dai tagiki, di cultura e lingua persiana, il costrutto etico che caratterizza l’emirato è considerato una creazione pashtun, la maggioranza etnica del Paese. Maggioranza prevalente a sud ovest e nei “territori tribali” oltre la frontiera pakistana. Gli editti, che lasciano molto spazio all’interpretazione personale, sono formalmente ispirati al Corano, ma richiamano implicitamente il Pashtunwali. Le decisioni possono mutare con rapidità e riguardare aspetti minuti della vita pubblica o dei diritti individuali.

Recentemente è stato vietato scattare foto, anche con il cellulare per strada, sono stati chiusi i bagni per le donne, sono stati limitati ulteriormente i lavori loro concessi. È stato prescritto il perahan, abito tradizionale per i maschi, l’obbligo di portare la barba, di frequentare la moschea e della preghiera. Come un buon patriarca, in ogni ufficio di qualche rilevanza, è presente un talebano, digiuno di nozioni tecniche, ma competente per decisioni, organizzazione interna e questioni etiche e religiose. Una volta consolidato il potere, l’emirato si è mosso su tre direttive: sicurezza, controllo delle istituzioni, islamizzazione delle città. Informatori, agenti e cellule erano presenti nei grando centri dai tempi del primo emirato, incaricati di atti di sabotaggio, agguati e attentati. Il territorio del sud e dell’est a maggioranza pashtun era da oltre un decennio sotto il loro controllo. Con la presa del potere, i talebani hanno sospeso e persecuzioni ai danni degli hazara, scacciati in massa dalla provincia di Qandahar durante l’offensiva nella primavera 2021. Quindi hanno piazzato i loro uomini nei posti chiave, assegnando gli incarichi per aree geografiche di competenza e iniziato l’islamizzazione nelle istituzioni. Dai ministeri hanno riorganizzato gli uffici centrali, poi quelli periferici, attuando il modello dei padri – mullah. Gli esperti, i dirigenti, i funzionari, anche se compromessi con il passato regime, sono stati amnistiati e confermati nell’incarico. Una carta vincente che ha permesso la rapida ripresa delle attività e il ritorno a una certa efficienza del sistema. Si sono mantenute le procedure precedenti, prendendo tuttavia a pretesto la lotta alla corruzione per aumentare la burocrazia e con essa l’apparato governativo. Le retribuzioni sono tuttavia rimaste al palo, causando malcontento; nonostante l’aumento del costo della vita, un impiegato guadagna duecento dollari il mese.

L’imposizione della sharia versione pashtun è stata graduale, partendo dalle restrizioni lavorative e scolastiche per le donne. Dalle strade sono spariti manifesti e insegne raffiguranti visi umani o essere viventi; le pubblicità del nuovo corso sono rare e riportano oggetti, disegni astratti e frasi a caratteri cubitali. Con una rilevante eccezione: un grande manifesto celebra all’ingresso dell’aeroporto di Kabul l’amicizia tra Afghanistan e Cina. La bandiera afghana è stata ovunque sostituita con l’insegna dell’emirato, recante la prima sutra coranica in nero su sfondo bianco. Sono stati chiusi cinema, luoghi di ritrovo e associazioni culturali, vietata ogni forma artistica. In particolare, sono stati distrutti gli strumenti e ridotti al silenzio musicisti, attori e cantanti, perlomeno i pochi rimasti. Ufficialmente ascoltare musica nella propria auto è reato. L’emirato è intervenuto sui costumi, l’abbigliamento, le forme di aggregazione: barba per i maschi e burka per le femmine oltre la pubertà. Le punizioni corporali sono applicate raramente e i talebani in cerca di alleati non si azzardano ad appendere le mani mozzate ai cavi della luce o a lapidare le donne allo stadio.

Le misure contro l’educazione femminile superiore sono tuttavia invise alla classe media, che le considera discriminatorie, dannose per le prospettive di sviluppo del Paese. Considerazioni che inducono molti tecnici, docenti e giornalisti a giocarsi la carta dell’espatrio e della richiesta di asilo nei paesi occidentali. Tra loro Torpekai Amarkel, con un passato come reporter radio e collaboratrice della Nazioni Unite, perita per ignavia della Guardia di finanza italiana il 26 febbraio 2023 a Cutro, assieme al marito e a tre figli. Come nel vicino Iran, il motore del sistema è il mullah. Si tratta della generazione formatasi nelle madrasse pakistane all’epoca dell’invasione sovietica e dei loro figli. Gente rude, abituata al comando, non incline al compromesso e cresciuta con il kalashnikov in mano. La morsa della moralità islamica si stringe, ma rispetto al primo emirato vi sono alcune differenze. I taleb non hanno deciso di combattere la tecnologia, ma di piegarla ai loro scopi. Negli anni ’90 era vietato possedere un televisore e chi veniva scoperto in flagrante doveva fare un giro alla berlina nel suo quartiere. Ora i mullah sono costantemente in televisione; hanno epurato i canali da conduttori scomodi e dalle presentatrici e introdotto uno stretto controllo sulla programmazione e sulle news. Non ci sono limitazioni nell’uso di internet e dei social, anche se alcuni ritengono che sul tema avverrà presto una stretta. Gli uomini sono tenuti a portare la barba, ma è ammessa qualche eccezione e gli agenti della moralità non si affaticano a misurarne la lunghezza. Sulle preghiere e sull’osservanza è possibile chiudere un occhio, ma il dissenso in ogni sua forma non è tollerato. Militari, poliziotti e truppe speciali presidiano le strade, gli avamposti e le strutture militari.

A Kabul le persone camminano con lo sguardo basso e l’atmosfera è permeata da una profonda tristezza. Si vocifera l’esistenza di liste nere che potrebbero apparire al momento opportuno. Le truppe scelte sono equipaggiate con le uniformi ed armi lasciate dai contingenti militari occidentali, mentre i più imbracciano logori Kalashnikov di era sovietica. Pick up con le insegne dell’emirato scorrazzano per Kabul con fragore di clacson e sirene; a bordo reclute del 2021 armate sino ai denti, una fascia bianca attorno al capo, gridano slogan antioccidentali. Le basi Usa sono pienamente operanti ed hanno fornito mezzi e materiali, compresi gli stivali anfibi, ai nuovi dominatori. Bagram, situata a nord della capitale, ospitava oltre 6 mila militari, piste di atterraggio, un carcere di massima sicurezza, installazioni strategiche e d’intelligence. La struttura è stata resa famosa al grande pubblico dalle major nei film sugli “eroi” di guerra americani, ma fu abbandonata da un giorno all’altro nell’agosto 2021. (1-segue)

Foto di copertina di G. Battiston

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