Un popolo senza Stato

I curdi sono una nazione senza un'entità nazionale sempre promessa e sempre negata. Una comunità di  origini antichissime che popola la regione mediorientale

di Lucia Frigo

 Il  popolo curdo è una nazione senza Stato, un gruppo etnico di origini antichissime che popola la regione mediorientale che oggi è divisa tra Iraq, Iran, Turchia, un piccolo angolo di Armenia e il nord della Siria. Al momento, il popolo curdo costituisce il 18% degli abitanti della Turchia, il 15% in Iraq, e si aggira attorno al 10% della popolazione sia in Siria che in Iran. In tutto, le stime parlano di circa 32 milioni di persone, sparse non solo nell’area mesopotamica ma anche in Europa, in Libano, Israele e in Asia a seguito dei decenni di persecuzioni nelle loro terre natìe.

In questa scheda rivediamo le tappe fondamentali  della storia curda, la lotta per l’autodeterminazione, e in particolare il loro più recente ennesimo coinvolgimento nella geopolitica del Medio Oriente, tra lotta all’ISIS, referendum e minacce internazionali.

fonte: BBC news

La popolazione curda porta con sé una grandissima cultura e, purtroppo, una storia di dominazioni straniere: a partire dalla conquista persiana, seguita da quella romana, poi islamica, fino al lungo periodo di dominio dell’Impero Ottomano, che portò con sé nella prima guerra mondiale tantissimi curdi tra le fila del suo esercito. Con il crollo dell’Impero Ottomano alla fine della Grande Guerra, nel 1920 venne promessa ai curdi la costituzione, finalmente, di uno stato indipendente: nel Trattato di Sevres si prevedeva la creazione di una specifica commissione delle Nazioni Unite per la determinazione dei confini di quel piccolo stato accordato ai curdi tra le province di Mosul e Diyarbakır. Ma il Trattato di Sevres non fu mai ratificato dagli Stati Alleati né dal Governo Ottomano e pertanto non entrò mai in vigore. A determinare gli equilibri della regione fu firmato e ratificato invece il Trattato di Losanna del 1923, che spartiva il controllo della regione tra Francia (responsabile della Siria) e la monarchia irachena sotto il controllo del Regno Unito.

La promessa non mantenuta della creazione di una nazione indipendente, libera di organizzarsi autonomamente, di parlare la propria lingua e coltivare la propria cultura, ha posto le basi per una rivolta destinata a durare per decenni: i curdi rivendicano l’autodeterminazione e la liberazione del Kurdistan, un’area a netta prevalenza etnica e linguistica curda, di circa 500mila kmq.

Ma mentre Turchia, Siria e Iran hanno lentamente ottenuto l’indipendenza dalle grandi potenze straniere, i governi che vi si sono susseguiti hanno sempre condiviso una linea politica: la repressione, durissima, delle richieste di indipendenza dei curdi all’interno dei loro Stati. La cancellazione della volontà nazionale curda è passata attraverso la chiusura di scuole, giornali e associazioni curde, ma anche di incarcerazioni, negazione della cittadinanza e tortura contro esponenti della comunità turca.

Il Kurdistan Iracheno

La repressione curda in Iraq è forse tra le più truci: deportazioni forzate in Iran, bombardamenti di villaggi, ma anche uccisioni da parte dei servizi segreti. Tra la fine degli anni 80 e la Guerra del Golfo dei primi anni 90 (1990-1991), il governo iracheno guidato da Saddam Hussein è arrivato ad impiegare armi chimiche contro i propri cittadini di origine curda: una tale violenza ha portato all’intervento nel di una coalizione Anglo-americana che ha imposto, nella regione del Kurdistan Iracheno, una sorta di governo autonomo regionale. Mentre, inizialmente, il governo centrale iracheno è stato durissimo nella gestione di una tale regione autonoma, imponendo un embargo strettissimo nei confronti della regione curda, la situazione sembra essere migliorata dopo la fine della guerra tra USA e Iraq. Ma l’instabilità permane tra il governo di Baghdad e la zona a gestione curda: nel 2017 il governo autonomo della regione ha indetto un referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno, che ha visto la vittoria del “sì” al 92,7%. Nonostante il voto non abbia, al momento, alcun valore programmatico o politico, la tensione è quasi esplosa in una guerra civile, risolta solo con la ritirata delle truppe curde dai giacimenti petroliferi di Kirkuk e dalla zona di Mosul.

I curdi siriani e la guerra contro ISIS

Il cosiddetto Kurdistan siriano si estende nella zona a Nord e Nord-Est del Paese,  Rojava, che comprende le regioni di Afrin, Kobane e Jazina: la popolazione curda rappresenta la minoranza etnica più cospicua del paese, ma fino al 2011 non ha ricevuto alcun riconoscimento dal governo di Damasco. La situazione è iniziata a cambiare quando, nel 2013, all’interno della guerra siriana, il sedicente stato islamico ha iniziato a mobilitarsi per invadere i territori occupati dai curdi: le forze armate curde dell’YPG (le milizie curde, il cui nome significa ‘Unità di Protezione Curda’) hanno respinto l’avanzata di ISIS combattendo non solo nel Nord del paese, ma cooperando con le forze internazionali intervenute contro ISIS anche in Iraq. Il contributo dei combattenti curdi con la coalizione SDF (Syrian Democratic Forces) è stato cruciale per la vittoria a Kobane (città curda per eccellenza) ma anche per la più recente riconquista di Raqqa, quella che era definita la capitale dell’ISIS fin dalle origini del movimento.

L’impegno militare, economico e il costo in vite umane sopportato dai curdi non ha comunque riscosso il favore del governo Siriano. Damasco non ha apprezzato la decisione unilaterale di una gestione curda del territorio del Rojava, né la sua espansione in aree come la piana di Ninive e la regione petrolifera di Kirkuk. Per questo, il governo continua ad imporre pressione militare nei confronti della regione, anche attraverso operazioni di politica estera volte a ridurre il supporto internazionale al YPG.

Nel frattempo, e per tutta la durata della guerra, acerrima nemica del YPG curdo è la Turchia di Erdogan, che non ha mai fornito supporto alla lotta curda contro ISIS, e ha negato rifugio alle migliaia di profughi curdi in fuga da Afrin e Kobane durante i momenti più sanguinosi del conflitto. Anzi: incursioni e attacchi da parte dell’esercito turco si sono fatte sempre più frequenti negli ultimi anni.

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