Una vita da sfollato

di Tommaso Andreatta

Sfollato: che ha dovuto allontanarsi dal luogo di residenza abituale a causa di una guerra o in seguito a una calamità naturale o comunque in conseguenza di uno stato di emergenza. Una definizione che ci stiamo abituando a sentire. Lo sfollato cerca di sopravvivere, quindi diventa migrante, profugo, richiedente asilo o, per usare un termine che rischia di assumere una connotazione negativa, clandestino.

Più di 31 milioni di persone sono state sradicate dal loro Paese di origine a causa di guerre o genocidi o disastri ambientali (a volte per un mix di questi tre fattori). Praticamente si parla di una persona sfollata ogni secondo e il dato – stando ai numeri del Grid 2017 (Rapporto globale sugli sfollati interni) – il dato è destinato a crescere in modo.

Solo nel 2016 circa 6,9 milioni di esseri umani sono state costrette alla fuga dalla guerra. Dati interessanti vengono anche dal Centro di monitoraggio dei trasferimenti forzati interni e dal Consiglio norvegese dei rifugiati.

L’ex segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon aveva parlato di possibile dimezzamento del numero degli sfollati entro il 2030. A ricordarlo è Marco Cochi su Nigrizia che punta il riflettore sul continente africano. «L’infausto primato del maggior numero di rifugiati quest’anno è detenuto dall’Africa sub-sahariana, dove 2,6 milioni di esseri umani, pari al 38% delle stime totali, hanno dovuto cercare un rifugio di fortuna per sopravvivere. La dura realtà si è manifestata in maniera accentuata anche in Medio Oriente e Nord Africa, che insieme hanno prodotto 2,1 milioni di rifugiati, pari al 30,7% del totale complessivo».

C’è quindi la classifica dei Paesi con il maggior numero di persone sfollate:

Dei dieci paesi con il più alto numero di sfollati causati dalle guerre, ben quattro sono africani: Nigeria, Sud Sudan, Sudan e Repubblica democratica del Congo. «Quest’ultimo è stato il paese che nel solo 2016 ha registrato un picco di 922.000 nuovi sfollati in fuga dal conflitto nel Nord e nel Sud Kivu e dalla recrudescenza degli scontri nelle province centrali e meridionali di Tanganyika, Kasai, Kasai orientale, Ituri e Uele. Qui, in alcuni casi, le persone sono state costrette a spostarsi più di una volta, provocando un aumento del fenomeno superiore del 50% rispetto alle stime del 2015».

La crisi umanitaria in Sud Sudan ha prodotto più di 281mila nuovi trasferimenti di persone. «A dicembre, una persona su quattro è stata costretta a fuggire dalla propria casa, dopo che i nuovi scontri scoppiati nel luglio 2016 hanno provocato un’escalation del conflitto sud-sudanese».

Moltissimi sfollati restano nel territorio africano. Per loro non c’è alcuna protezione. Per gli altri c’è la speranza (spesso il miraggio) di una vita migliore in Europa, ammesso che riescano ad ottenere i soldi per imbarcarsi e riescano a raggiungere le coste italiane.

Nel complesso, tra il 2011 e il 2016 i morti in mare sono stati oltre 18.300. Nel 2015, l’1,86% dei migranti non hanno concluso il viaggio dalla Libia all’Italia. Nel 2016 (dati al 28 novembre) la percentuale è cresciuta fino al 2,4%.

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