In difesa di Greta

Accuse di estremismo, di ignorare i problemi della classe operaia: sono fondate?

Le polemiche su Greta Thunberg che hanno occupato le pagine dei quotidiani, e una miriade di commenti sui social, oltre ai toni spesso offensivi,  e alle argomentazioni di carattere personale, hanno messo in secondo piano le ragioni di fondo che animano il movimento che a lei  si ispira. Alcune delle critiche piovute sui Fridays for Future vanno però a mettere in discussione la validità dell’allarme che milioni di giovani e meno giovani hanno lanciato sulle piazze di tutto il mondo. Giungendo a presentare tutto il movimento che si è manifestato nelle giornate di settembre come un fenomeno negativo, per la stessa causa per cui si batte. Crediamo importante non lasciare senza risposta almeno alcune di queste critiche, anche per fornire ai giovani e non, argomenti ragionati per rispondere alle critiche, e non abbandonare l’impegno che li muove. 

Una critica argomentata e che ha avuto una certa eco in Italia è stata pubblicata il 31 agosto dal quotidiano Il sole 24 ore.

L’autore è Enrico Mariutti, ricercatore e analista in ambito economico ed energetico. Riassumendo  la sua analisi, Mariutti sostiene che il movimento nato dall’iniziativa di Greta sarà dannoso alla causa che vuol sostenere, perchè estremista e divisivo, e capace solo di protesta e non di proporre soluzioni. E indica come via da seguire quella di Barack  Obama, che “…riesce nell’impresa attraverso un’estenuante opera di mediazione tra interessi contrapposti: sostiene l’industria delle rinnovabili ma anche la shale industry, il comparto petrolifero più dinamico e innovativo. Impone una riduzione delle emissioni al settore elettrico, che aggrava la crisi dell’industria del carbone, ma non pone limiti a quelle legate ai trasporti e ai consumi residenziali, che hanno un maggior impatto sulla vita quotidiana. Cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’alimentazione sostenibile ma si fa fotografare periodicamente al tavolo di un fast food, mentre consuma un hamburger come un americano qualsiasi…ogni decisione che prende deve unire piuttosto che dividere, infondere speranza invece che terrorizzare. E riesce a ridurre le emissioni degli Stati uniti del 10 percento.”

A questa argomentazione si potrebbe rispondere con le stesse parole di Obama, che ha voluto incontrare Greta Thunberg proprio in occasione del suo intervento al Palazzo di vetro delle Nazioni unite a New York, il 23 settembre: “We are a team, facciamo parte della stessa squadra”, ha detto il predecessore di Donald Trump alla giovane attivista, toccandole il pugno nel gesto tipico dei giocatori di basket. Ogni battaglia politica, per definizione, è divisiva: perchè se così non fosse, non sarebbe necessaria, e si trasformerebbe in riforme appoggiate all’unanimità. 

La vera, pericolosa, divisione può essere quella che spezzasse in due il fronte ambientalista, contrapponendo giovani e meno giovani, “estremisti” e “moderati”.

E questo sembrerebbe essere l’intento di Mariutti, quando prosegue: “Greta Thunberg accusa la politica di irresponsabilità e menefreghismo ma è proprio un politico di carriera che trasforma la tutela ambientale e la lotta al cambiamento climatico in priorità globali, non un ambientalista prestato alla politica.”

Riguardo alla “shale industry, il comparto petrolifero più dinamico e innovativo”, ecco che  dice English Wikipedia:

“ L’industria dello  scisto bituminoso comporta una serie di impatti ambientali, più pronunciati nelle miniere di superficie che nelle miniere sotterranee. Questi includono il drenaggio acido indotto dall’improvvisa rapida esposizione e successiva ossidazione di materiali precedentemente sepolti, l’introduzione di metalli, tra cui il mercurio, nelle acque superficiali e sotterranee, aumento dell’erosione, emissioni di gas di zolfo e inquinamento atmosferico causato dalla produzione di particolato durante le attività di lavorazione, trasporto e supporto. Nel 2002, circa il 97% dell’inquinamento atmosferico, l’86% dei rifiuti totali e il 23% dell’inquinamento idrico in Estonia provenivano dal settore energetico, che utilizza lo scisto bituminoso come principale risorsa per la sua produzione di energia (…) l‘estrazione di scisti bituminosi può danneggiare il valore biologico e rigenerativo del suolo  e dell’ecosistema nell’area mineraria. La combustione e il trattamento termico generano materiale di scarto. Inoltre, le emissioni in atmosfera derivanti dalla lavorazione e dalla combustione dello scisto bituminoso comprendono l’anidride carbonica, un gas serra. Gli ambientalisti si oppongono alla produzione e all’uso dello scisto bituminoso, poiché crea ancora più gas serra rispetto ai combustibili fossili convenzionali.“

Secondo Mariutti, Obama mette al centro del suo programma ambientale la sostenibilità politica: “Sa di non essere seduto su un trono: ogni decisione che prende deve unire piuttosto che dividere, infondere speranza invece che terrorizzare. E in pochi anni fa vedere ai leader di tutto il mondo come si fa. Nessun modello nasce perfetto e Obama sottovaluta la dimensione locale….condanna al declino e allo spopolamento i distretti industriali nel Nord-Est, la famosa Rust Belt. E proprio gli Stati della Rust Belt si riveleranno decisivi nelle successive elezioni.”

Ma la “fascia della ruggine”, la zona industrializzata degli Stati uniti che è andata in crisi molti anni fa , mettendo in mezzo alla strada decine di migliaia di operai e addetti dell’industria automobilistica a stelle e strisce, non si è creata affatto a causa delle politiche ambientaliste americane, bensì per la concorrenza delle più efficienti industrie giapponese e tedesca. Due sistemi industriali, è bene ricordare, che producono (non solo e non sempre, è vero)  auto dai minori consumi dei modelli allora in uso negli Usa; e , almeno nel caso della Germania, che già da molti anni hanno adottato politiche di riforestazione e risanamento delle zone industriali più inquinanti. La trasformazione della Ruhr non è che l’esempio più chiaro.

E’ vero che in quella rust belt Trump ha trovato un sostegno forse decisivo: lo ha fatto promettendo una deregulation ambientale, che avrebbe dovuto far rinascere l’industria dell’auto americana. Ma perfino i dati record dell’occupazione,  e la borsa di Wall street in ascesa, non riescono a nascondere il fatto che questa rinascita della General motors o della Ford non c’è stata. E questo dovrebbe essere chiaro agli elettori di quegli Stati, se un’informazione corretta venisse trasmessa, visto che la mancata promessa è già nella loro esperienza di vita. Ma il ruolo della comunicazione,  e delle sue consapevoli distorsioni, è diventato decisivo, e anche per questo Greta, e i milioni di millennials che ne prendono ispirazione, può rappresentare un contraltare potente a messaggi di segno opposto. Il processo che potrebbe portare all’impeachment di Donald Trump si basa appunto su un uso illegale e ingannevole della comunicazione.

Denunciare il fatto che “il fenomeno Greta sia solo un’ invenzione mediatica” equivale allora ad abbandonare un fronte decisivo, e lasciarlo in mano solo ai messaggi populisti e, quelli sì divisivi, dei sovranisti e dei difensori dello statu quo.

Un altro rischio per il movimento è il disfattismo: presentando l’ultimo rapporto sul clima  a Monaco, il membro dell’ organismo dell’Onu IPPC  (Intergovernmental Panel for Climate Change- Comitato intergovernaticvo sul cambiamento climatico)  Valerie Masson-Delmotte ha dichiarato: “I cambiamenti climatici sono già irreversibili a causa dell’assorbimento di calore nell’oceano.Non possiamo tornare indietro, qualunque cosa facciamo con le nostre emissioni”. Questa dichiarazione è stata riportata nel titolo dell’ articolo di The Telegraph di Londra; e suona come una resa, e a uno svuotamento delle ragioni di essere del movimento.Ma chi leggesse il testo dell’articolo  trovava poi una dichiarazione che va nel senso opposto, di Hoesung Lee, presidente dell’Entità:”Se riduciamo drasticamente le emissioni, le conseguenze per le persone e i loro mezzi di sussistenza saranno ancora difficili, ma potenzialmente più gestibili per coloro che sono più vulnerabili”.

 di Maurizio Sacchi

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