Iran, al via l’era di Ebrahim Raisi

Il conservatore, protetto di Ali Khamenei, è il nuovo presidente del Paese. Possibili scenari nella politica interna e internazionale

di Alice Pistolesi

Ebrahim Raisi sarà da agosto il nuovo presidente della Repubblica Islamica d’Iran. Per capire come potrebbe cambiare nella politica interna ed internazionale abbiamo rivolto alcune domande a Marina Forti, giornalista e scrittrice e profonda conoscitrice dell’Iran.

Come è arrivato al potere Ebrahim Raisi?

Ebrahim Raisi  non ha praticamente avuto concorrenti e questo è già il segnale che fosse il favorito del Regime. In Iran il processo di selezione è sempre in capo al Consiglio dei guardiani, che controlla le credenziali dei candidati e che a queste elezioni aveva eliminato tutti concorrenti di peso. Non solo i riformisti, ma anche conservatori.

Questo è senza dubbio il segnale che le elezioni sono state preparate. Il veto sui candidati c’è sempre stato ma in passato c’è stata competizione tra le varie correnti politiche e spesso si sono avute sorprese, come ad esempio con l’elezione di Mohammad Khatami nel 1997, che vinse a discapito del favorito del Regime.

Qual è la ragione di questa chiusura del Consiglio dei Guardiani?

Molti hanno considerato questa più che una elezione una nomina. Si tratta di un segnale di tensione e secondo alcuni anche di debolezza del regime.

Io credo che tutto questo sia una conseguenza dell’uscita di Trump dall’accordo sul nucleare del 2015.

Il mandato esplicito nell’elezione di Rohani era quello di aprire le trattative con gli Stati Uniti e le altre potenze per fare un accordo sul nucleare che permettesse di togliere le sanzioni e far così ripartire l’economia. Il piano internazionale e quello interno sono sempre molto collegati in Iran.

Questo mandato è stato rispettato. L’accordo sul nucleare è stato storico e una delle cose più notevoli degli ultimi anni dal punto di vista diplomatico. Con l’uscita degli Usa dell’accordo e con le nuove sanzioni unilaterali si è però bloccato tutto. Le sanzioni hanno paralizzato l’economia iraniana, l’export di petrolio e le transazioni economiche in dollari che sono la quasi totalità.

La guerra economica ha provocato una crisi molto grave, anche se non è avvenuto quello che Trump si aspettava, ovvero l’implosione del Regime. Anzi, è successo l’esatto contrario. La mossa dell’ex presidente ha fatto sì che si rafforzassero le correnti più oltranziste e che passasse il messaggio che si dovesse difendere il regime a qualsiasi costo.

Già nelle elezioni parlamentari del 2020, infatti, gli ultra conservatori hanno ottenuto la maggioranza assoluta. Trump ha fatto grande favore a regime e alle Guardie della Rivoluzione. Inoltre, con la dipartita delle imprese occidentali, fuggite poco prima delle sanzioni, le aziende che fanno capo alle Guardie hanno potuto riempire i vuoti lasciati e hanno ripreso i vecchi contratti.

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Ebrahim Raisi è quindi la figura che serviva in questo momento al regime.

Lo possiamo definire il protetto di Ali Khamenei. Ha origini umili, viene da una famiglia religiosa ed è stato il discepolo del leader supremo, oltre che un giovane della rivoluzione. Negli anni ha fatto carriera giudiziaria fino ad arrivare ad essere capo della Magistratura. In Iran la Magistratura è sempre stata considerata come roccaforte nelle posizioni più ortodosse, il cane da guardia per la sopravvivenza regime. Il nuovo presidente dispone di un forte sostegno sia da parte del regime che dei poteri forti.

Nel 1988 Raisi ha fatto parte del gruppo speciale composto da quattro magistrati che aveva il compito di epurare i detenuti politici. Il cosiddetto comitato della morte ha in pochi mesi condannato a morte, con sentenze sommarie, migliaia di persone accusate di essere traditori dello Stato. Una delle pagine più nere nella storia del Paese.

Ci sarà secondo lei un cambio di passo nella politica estera e in particolare nell’eventuale ripresa dell’accordo sul nucleare?

Tutti si aspettavano che con l’elezione di Biden gli Usa tornassero a rispettare accordo, ma già prima dell’inizio dei colloqui di Vienna ci si è accorti che non sarebbe stata così semplice.

Anche all’interno dell’amministrazione Biden c’è chi vorrebbe inserire altre clausole e ulteriori richieste all’Iran, mentre Teheran ha sempre detto chiaramente che non avrebbe accettato modifiche all’accordo.

Quando Trump uscì dal patto l’Iran ha continuato a rispettarlo per un anno, chiedendo all’Unione Europea di impegnarsi a mettere a punto un meccanismo commerciale che permettesse al Paese di non subire eccessivamente le conseguenze delle sanzioni Usa.

Non vedendo risultati, dall’inizio del 2021, l’Iran ha ripreso ad arricchire l’uranio al 20%. Percentuale ancora lontana dalla realizzazione dell’arma atomica ma sicuramente un segnale. Già nella prima conferenza stampa Raisi ha affermato che la sua amministrazione rispetterà gli accordi nei termini del 2015 perché il suo è un governo forte e in grado di rispettare la parola data. E in effetti il suo può essere considerato un governo più forte del precedente, perché praticamente senza opposizione.

Sull’accordo pesa però secondo me la mancanza di esperienza e di competenza di Raisi nell’ambito della politica estera. Non sappiamo ancora chi sarà il nuovo ministro degli esteri ma credo che sarà difficile trovare un profilo della caratura dell’uscente Mohammad Javad Zarif, che è stato senza dubbio l’anima del negoziato.

Mi preme comunque ricordare che l’accordo resta volontà della guida suprema, dal momento che le decisioni di politica estera non vengono prese dal governo dal Consiglio supremo sulla sicurezza nazionale e confermate dal leader. L’ayatollah vuole infatti far cessare la guerra economica e mettere fine alle proteste.

Cosa è rimasto delle proteste sociali che hanno attraversato il Paese negli anni precedenti alla pandemia. La piazza è ora sopita? Quale potrà essere la risposta del nuovo Presidente?

La fitta serie di proteste sociali del 2017 e 2019 non avevano e non hanno un’organizzazione politica alle spalle. Si trattava di proteste spontanee che difficilmente avrebbero potuto essere cavalcate. Ci sono alcune organizzazioni sindacali che intercettano una parte del malcontento ed esiste poi un forte attivismo civico di gruppi cittadini che si organizzano per svariate ragioni sociali, ma una regia unica non esiste.

Si tratta principalmente di masse di giovani arrabbiati, spesso istruiti, ai quali il regime non è riuscito a dare risposte, oltre che di persone che non riescono ad arrivare alla fine del mese per mancanza di lavoro, per la svalutazione estrema della moneta, per l’inflazione. È una vera bomba sociale, di cui il Regime ha secondo me ragione ad aver paura e a cui non sa come rispondere.

Detto questo però non vedo nel prossimo futuro la spinta per una rivoluzione. Il regime resta forte e la maggioranza degli iraniani punta a cambiare il sistema dell’interno, senza grandi stravolgimenti alla base. Credo che il cambiamento avverrà per piccoli passi e dall’interno. Raisi si trova comunque di fronte a una situazione molto difficile e dovrà fare i conti con la rabbia sociale di milioni di iraniani impoveriti.

*In copertina foto di Mohammad Hossein Taaghi, Wikimedia Commons

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