Fermate lo stupro come arma di guerra

Un rapporto drammatico di Stop Rape Italia. L'Onu si appella alle donne della società civile

di Maurizio Sacchi

La violenza sessuale correlata ai conflitti armati è uno tra i più efferati crimini imposti alle persone inermi. Il 19 luglio si è svolto nell’aula Caduti di Nassirya di Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica Italiana, la presentazione del Report “La violenza sessuale nei conflitti di guerra” di Stop Rape Italia, redatto dal Prof. Francesco Antonelli e dalla Dott.ssa Pina Sodano. A seguito dell’evento sono stati rilasciati due comunicati stampa dalla Viceministra Marina Sereni e dalla Senatrice Valeria Fedeli. Il contrasto al crimine della violenza sessuale nei conflitti e l’impegno nel recupero delle vittime è un tema di fondamentale valore che le organizzazioni della società civile sono riuscite a portare all’attenzione generale facendolo riconoscere dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU già nel 2000 (n.1325) e successivamente nel 2019 (n.2467). 

Stop Rape Italia (Campagna Italiana contro lo stupro e la violenza sessuale nei conflitti) é nata  nel 2014, con il sostegno della Campagna Italiana contro le Mine (CICM), su invito della Premio Nobel per la pace 1997 Jody Williams, con l’obiettivo di contribuire alla trasformazione dell’attuale cultura di violenza, in cui la disuguaglianza di genere è alla radice della violenza sessuale sia nelle situazioni di conflitto che in tempo di pace, in una cultura basata sul rispetto dei Diritti Umani. Agendo all’interno della cornice del Disarmo Umanitario, Stop Rape Italia si impegna per contribuire a porre fine all’uso dello stupro come strumento di guerra, di tortura, repressione e intimidazione.  E’ bene sapere che dai  Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sono stati esportati nel 2020 quasi i tre quarti delle armi vendute nel mondo, per una spesa totale di 1981 miliardi di dollari. 

Le organizzazioni della società civile, in particolare quelle femminili, hanno già dimostrato di poter svolgere un ruolo fondamentale in materia di accoglienza e tutela dei diritti delle donne, della pace e della sicurezza. Da tempo, inoltre, il mondo del volontariato è entrato di diritto tra i principali attori per la proposizione di azioni e iniziative sul tema. Nei documenti ufficiali consultati, si sottolinea che la natura in continua evoluzione dei conflitti richiede che la comunità internazionale identifichi strategie innovative non solo per rispondere alla violenza sessuale, ma in definitiva per prevenirla. 

Essendo stata da sempre minimizzata come “un inevitabile sottoprodotto della guerra” e mero “danno collaterale”, oggi si comprende che la violenza sessuale rappresenta in realtà una parte prevenibile del repertorio di conflitti, coercizione, repressione politica, estremismo violento e tratta di esseri umani ed è spesso deliberatamente impiegata come tattica di guerra, tortura e terrorismo.

Il rapporto annuale sulla “Violenza sessuale legata ai conflitti” presentato dal Segretario Generale al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 30 marzo 20, unitamente alla relazione  “Donne e ragazze che rimangono incinte a causa di violenze sessuali e dei bambini nati da violenze sessuali compiute da parti in conflitto”, testimonia una serie di sforzi volti a tutelare le donne durante i conflitti armati ,  ma  si rimane ancora lontani dal prospettare soluzioni definitive. Il quadro complessivo che emerge da tale relazione è preoccupante. 

È lo stesso Segretario Generale a dichiarare che: “nonostante il solido quadro messo in atto dal Consiglio di Sicurezza nell’ultimo decennio, il livello di conformità da parte delle parti in conflitto rimane spaventosamente basso. Come rilevato nella “gap assessment” inclusa nella precedente relazione (S/2020/487) oltre il 70 per cento dei soggetti monitorati sono perpetratori persistenti, essendo comparsi negli elenchi inclusi negli allegati delle relazioni annuali per cinque o più anni senza intraprendere azioni correttive. (…) per le parti che hanno assunto impegni sotto forma di comunicati o quadri di cooperazione congiunti e/o unilaterali, il livello di attuazione di queste misure rimane minimo”. 

 Purtroppo, le soluzioni vengono individuate quasi sempre nella fase post evento, quando le violenze sono state già perpetrate, mentre occorrerebbe agire soprattutto sulla fase della prevenzione per poi prospettare interventi repressivi e coordinati a livello internazionale.   La diffusa percezione dell’impunità da parte dei responsabili rischia peraltro di rendere “accettabili” questi crimini sia nelle fasi del conflitto che in quelle post-belliche. L’assenza di una reale volontà politica e l’impreparazione giuridica da parte dei governi interessati appaiono gli elementi strategici sui quali agire con risoluzioni “mirate” che l’Assemblea delle Nazioni Unite può adottare e perfezionare da diversi punti di vista strategici. 

Ma esiste anche l’esempio dell’organizzazione non governativa “La Ruta Pacifica de las Mujeres”: un movimento femminista di base della Colombia, che è stato determinante nel negoziare una soluzione al conflitto armato del paese nel 1996 tra il governo e i gruppi della guerriglia. Il mandato dell’organizzazione femminista è stato quello di mostrare gli effetti che la guerra determina su corpi delle donne e nel chiedere alle parti di assumerne  la responsabilità  nell’ambito della soluzione negoziata al conflitto. 

E la  storia di Nadia Murad. giovane donna yazida del nord dell’Iraq, ha sconvolto la coscienza pubblica di tutto il mondo. Nel 2014, i soldati dell’ISIS l’hanno rapita dalla sua casa tenendola come schiava sessuale per tre mesi: lei e diverse centinaia di altre ragazze e giovani donne sono state oggetto di ripetute percosse e stupri. Alla fine è riuscita a scappare dirigendosi verso un campo profughi vicino alla città di Mosul, diventando poi un’attivista per le donne yazide violentate. Per questo suo impegno le è stato assegnato il premio Nobel per la Pace del 2018, insieme al ginecologo congolese Denis Mukwege, a sua volta attivista in difesa delle vittime di violenza sessuale. 

Nel 2017, le sopravvissute alla violenza sessuale provenienti da 15 paesi si sono incontrate a Ginevra e hanno dato vita alla Global Network of Victims and Survivors to End Wartime Sexual Violence SEMA1, che oggi rappresenta le sopravvissute alla CRSV (Conflict Related Sexual Violence) – violenza sessuale associata ai conflitti. Seguendo il principio “Niente per noi, senza di noi” la rete lavora con organizzazioni in prima linea supportandole nelle attività di advocay e nei loro percorsi di guarigione e reintregrazione. L’impegno dei membri di SEMA è rivolto, in particolare, a richiamare l’attenzione globale sull’uso continuato della violenza sessuale come arma di guerra ed a promuovere i cambia- menti necessari per porre fine a questi crimini e ottenere giustizia.  Una volta vittime, ora sopravvissute, queste donne hanno competenze costruite su esperienze dirette e vissute. Vogliono essere esse stesse agenti del cambiamento, costruttrici di consapevolezza sulla realtà e le conseguenze della CRSV in tutto il mondo. 

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