Polveriera Mozambico

Un gruppo terroristico si diffonde nel Paese dove la ricchezza data dalle materia prime non è condivisa. Dove nasce la violenza e qualche perché

di Alice Pistolesi

Una nuova ondata di violenza invade il Mozambico. Un’ondata che pare intrecciare il terrorismo di matrice islamica e la scoperta di nuovi giacimenti petroliferi.

Dove e quando inizia la violenza

Tutto ha avuto inizio nell’ottobre 2017 quando un gruppo di uomini ha attaccato le stazioni di polizia e le caserme di Mocimboa da Praia, città al confine con la Tanzania.

Dopo due giorni di scontri che hanno provocato morti e feriti, le forze governative hanno respinto gli insorti dopo una breve occupazione. La provincia di Cabo Delgado, al confine con la Tanzania è abitata da 2,3 milioni di persone, per il 57% di fede musulmana, mentre il Mozambico è a maggioranza cristiano. Gli scontri nei mesi successivi non si sono placati e la reazione del governo è stata durissima.

Nel dicembre 2017 centinaia di sospetti sono stati arrestati, le moschee ritenute estremiste sono state chiuse, e nel villaggio di Mutimbate, considerata la roccaforte degli insorti, sono stati rasi al suolo la moschea e altri edifici. A confermare l’offensiva governativa anche un report del Centro Africano per gli Studi Strategici (ACSS), con sede a Washington Nel raid con bombardamento aereo le forze di sicurezza hanno ucciso cinquanta persone, tra cui donne e bambini, e ne hanno arrestate duecento.
Nel 2018 gli attacchi sono proseguiti, colpendo anche i civili: molte case sono state bruciate nella provincia di Cabo Delgado e il gruppo ha iniziato a decapitare persone e capi villaggio coi machete.

Ma chi sono gli ‘insorti’?

Sono stati attribuiti molti nomi al gruppo attivo in Mozambico: Al-Sunna wa Jama’ah, Swahili Sunna, Shabaab o Ansar al-Sunna. Secondo un articolo di Eric Morier-Genoud, per The Conversation, Sudafrica e apparso su Internazionale (numero 1261, 22-28 giugno 2018) il gruppo, denominato Al-Sunna wa Jama’ah, Swahili Sunna, Shabaab o Ansar al-Sunna, si è formato nel 2014 in un quartiere di Mocimboa da Praia tra giovani salafiti.

Pare che siano seguaci del predicatore kenyota Aboud Rogo Mohammed, ucciso a Mombasa nel 2012, i cui video in Swahili sono popolari in Africa orientale.
Le comunità musulmane avevano da tempo denunciato i radicali alle autorità, ma la polizia ha cominciato ad arrestare sospetti nel maggio 2017. Dagli arresti effettuati in questi mesi è chiaro che i componenti del gruppo provengono, oltre che dal Mozambico, dalla Tanzania, dalla Somalia e dall’Uganda.

Secondo alcune stime il gruppo avrebbe all’attivo dai 350 ai 1500 militanti, che operano in piccole cellule lungo tutta la costa settentrionale della provincia.
Alcuni analisti ritengono che il gruppo avrebbe legami con i somali di Al Shabaab, mentre secondo l’Unione Africana alcuni elementi del gruppo Stato Islamico starebbero operando in Mozambico.

Perché la violenza

Dare spiegazioni ad un fenomeno recente e ad oggi poco studiato non è cosa semplice. Alcune ragioni si possono però ricondurre agli interessi economici della regione.
Nella provincia di Cabo Delgado sono infatti stati scoperti vasti giacimenti di petrolio e gas che hanno portato all’insediamento di compagnie petrolifere per l’esplorazione a terra e offshore, principalmente l’americana Anadarko e l’italiana Eni. La maggior parte dei lavoratori impiegati sono arrivati dallo Zimbabwe, creando malcontento fra i giovani locali disoccupati.

L’8 giugno i dipendenti della Anadarko non sono andati a lavorare perché temevano un attacco. L’azienda ha chiesto al personale non mozambicano di restare negli alloggi mentre l’ambasciata degli Stati Uniti ha chiesto ai suoi cittadini di lasciare la provincia.
Un altro interesse non indifferente è quello dell’industria mineraria delle pietre preziose. Nella provincia ci sono infatti i più grandi giacimenti al mondo di zaffiri rosa e rubini, gestiti dalla società inglese Gemfields.

Negli anni passati la società è stata accusata da varie organizzazioni umanitarie di espropriazione di terre, violenze e abusi.
Secondo alcuni, le prepotenze e i soprusi hanno spinto molti giovani ad aderire al gruppo terroristico.

Dalle rilevazioni riportate sul reportage di Internazionale “il malcontento economico è stato centrale nel processo di radicalizzazione a Cabo Delgado, che con la propaganda salafita e un nuovo modello sociale ha proposto un’alternativa all’inadeguatezza del governo, lontano da questa periferia”.

Un ruolo importante sarebbe poi quello delle rivalità etniche: la maggior parte dei terroristi sono Kmwani, che si sentono marginalizzati dai Makonde, gruppo tribale di cui fa parte il presidente Filipe Nyusi e l’élite politica.

Rischio guerra?

In molti temono che gli scontri, il radicalismo nascente e dilagante e gli interessi economici potrebbero portare ad una guerra aperta.
Ad oggi la risposta de Paese è stata quella di stringere accordi con i governi di Tanzania, Repubblica Democratica del Congo e Uganda per la creazione di un comando militare regionale.

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