La Cina oggi: un’analisi in vista del XX Congresso

Taiwan, gli Usa, la Russia, il Covid : Xi Jing Ping di fronte a una sfida senza precedenti. Intervista con Simone Dossi

di Maurizio Sacchi

A metà ottobre il XX Congresso del Partito Comunista Cinese dovrebbe confermare Xi Jinping segretario. Ne abbiamo parlato con Simone Dossi, docente al Dipartimento di Studi Internazionali, Giuridici e Storico dell’Università degli Studi di Milano ed esperto di questioni cinesi

.Alla luce degli ultimi eventi, pensa che la sua rielezione possa essere in dubbio?

I segnali delle ultime settimane non mi sembra suggeriscano un indebolimento della posizione di Xi Jinping. I media ufficiali – Quotidiano del Popolo e televisione di Stato in primis – riportano con il consueto risalto le notizie relative alle attività quotidiane di Xi. Sugli stessi media, nuove rubriche decantano i successi conseguiti a partire dal XVIII Congresso nazionale, che segnò nel 2012 l’ascesa al potere di Xi. Nuove pubblicazioni dedicate al pensiero di Xi nei più svariati campi vengono pubblicizzate e diffuse per lo studio. Parallelamente, si chiudono con condanne esemplari i processi per corruzione nel settore della pubblica sicurezza, uno dei più duramente colpiti dalla campagna anticorruzione voluta da Xi. Il punto non mi sembra sia tanto la riconferma o meno di Xi, quanto l’assetto complessivo della nuova dirigenza del Partito. Verrà riconosciuto un ruolo a dirigenti “in panchina” dal XVIII Congresso, ritenuti vicini a Hu Jintao e mantenuti sotto stretta osservazione in questi dieci anni? O viceversa verranno saltati a piè pari per fare spazio a una nuova generazione, la cui carriera è maturata sotto l’ala protettrice di Xi? Verranno compiuti i primi passi nel lungo percorso che porterà infine alla successione a Xi, oppure ogni scelta in tal senso verrà ulteriormente rinviata?

Per quanto riguarda le relazioni internazionali della Repubblica popolare, come vede il prossimo futuro, specie in relazione alla guerra in Ucraina?

Il contesto internazionale attuale è decisamente complicato per Pechino. La pressione da parte americana si è fatta via via più intensa negli ultimi anni e tutto suggerisce che questa tendenza si intensificherà ulteriormente. A Washington si è ormai consolidata la convinzione, tanto fra i repubblicani quanto fra i democratici, che l’ascesa della Cina rappresenti la principale sfida alla preservazione dell’egemonia americana. Di qui lo scontro commerciale iniziato dall’amministrazione Trump, ma anche il tentativo dell’amministrazione Biden di mobilitare gli alleati attorno alle parole d’ordine della democrazia e della sicurezza. E di qui anche la tentazione sempre più forte, a Washington, di giocare la carta di Taipei contro Pechino, come evidenziato dalle ripetute forzature di questi mesi. In questo contesto la guerra in Ucraina complica ulteriormente il calcolo strategico per i decisori cinesi. Da un lato Mosca rappresenta una sponda essenziale di fronte alla pressione esercitata da Washington: una sponda che Pechino non può permettersi di perdere, non foss’altro perché il crollo della Russia consentirebbe a Washington di concentrare le proprie energie (e, verosimilmente, quelle degli alleati) sulla Cina. Dall’altro l’invasione russa dell’Ucraina viola quegli stessi principi di integrità territoriale e sovranità su cui Pechino fonda da sempre la propria rivendicazione su Taiwan, creando un pericoloso cortocircuito. Di qui la posizione cauta e apparentemente defilata che la Cina ha tenuto sin dall’inizio delle ostilità, da un lato ribadendo in astratto i principi di sovranità e integrità territoriale sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, dall’altro richiamando al principio della indivisibilità della sicurezza, cioè alla necessità di tenere in debita considerazione gli interessi di sicurezza della Russia.

Come vede la questione di Taiwan? Ritiene che vi sia la volontà di Pechino di giungere ad una annessione di fatto? E se sì, in che tempi?

Su questo aspetto sarà interessante leggere i documenti congressuali per rilevare eventuali novità. Allo stato attuale, la politica ufficiale di Pechino resta sostanzialmente immutata, come evidenziato dal Libro bianco pubblicato questa estate nel mezzo della crisi innescata dalla visita di Pelosi a Taipei. Si tratta della politica riassunta nella formula ufficiale “riunificazione pacifica, un paese due sistemi”: la riunificazione di Taiwan alla Cina continentale è un interesse essenziale di Pechino e in quanto tale non negoziabile; l’obiettivo è raggiungere la riunificazione per via pacifica, ma Pechino non esclude l’uso della forza qualora ciò dovesse risultare inevitabile ai fini della riunificazione. Sin dalla metà degli anni Novanta, Pechino ha risposto alle spinte indipendentiste sull’isola con una strategia di deterrenza: minacciando cioè il ricorso alla forza per dissuadere Taipei dal proclamare l’indipendenza formale e Washington dal sostenere passi in tal senso. Vanno lette in questo senso le manovre militari condotte dalle Forze armate cinesi quest’estate. Alla visita di Pelosi, interpretata a Pechino come una provocazione senza precedenti, si è risposto intensificando la pressione militare sull’isola, per ricordare a tutti – Taipei, Washington, alleati nella regione – che la riunificazione nazionale resta un interesse non negoziabile. La crisi di questa estate suggerisce però anche alcuni aggiustamenti nel mix degli strumenti utilizzati da Pechino. Autorevoli osservatori cinesi hanno osservato come al “salami slicing” americano – relazioni sempre più strette con Taipei, una fetta di salame dopo l’altra – Pechino debba rispondere con un opposto “salami slicing” volto a rafforzare la prospettiva della riunificazione nazionale. Si potrebbe leggere in questa prospettiva il superamento di alcuni vincoli nella conduzione delle manovre militari da parte delle Forze armate cinesi: vincoli autoimposti e rispettati per decenni, in particolare il limite della linea mediana nello Stretto. Insomma, la visita di Pelosi potrebbe aver offerto il destro a Pechino per accrescere la pressione sul governo del Partito democratico progressista a Taipei, archiviando alcune delle limitazioni osservate in passato. Allo stato attuale l’opzione di una riunificazione forzata resta in ogni caso l’extrema ratio, per i costi proibitivi che avrebbe da un punto di vista militare (come per altro la guerra in Ucraina conferma), ma anche dal punto di vista politico e morale.

La decelerazione della crescita economica della Cina rischia di mettere in crisi il modello politico e sociale che la ha portata al successo? Ed essa è da attribuire solo a eventi esterni, o riflette una crisi interna del modello?

Credo che un impatto formidabile lo stiano avendo le politiche di contenimento della pandemia. Le restrizioni attuate per azzerare i contagi, con ripetute chiusure di grandi centri urbani, forti disincentivi alla mobilità interna, drastiche limitazioni alla mobilità internazionale, hanno avuto e continuano ad avere pesanti contraccolpi economici. Che la dirigenza politica sia disponibile ad accettare questi contraccolpi non deve stupire. È coerente con il mantra della politica cinese dai primi anni Novanta: wending yadao yiqie, la stabilità prima di tutto. E in questo caso l’obiettivo della stabilità rispetto al caos che una diffusione su vasta scala del virus potrebbe generare manda in secondo piano gli obiettivi di crescita economica. Certo, c’è da chiedersi quanto ancora questo calcolo rimarrà inalterato, a fronte della riduzione delle restrizioni in quasi tutto il resto del mondo. E c’è da chiedersi soprattutto come le autorità cinesi potranno fare marcia indietro, considerata la forte associazione delle politiche vigenti con la figura di Xi. Anche da questo punto di vista il Congresso andrà osservato attentamente. 

Per quanto a sua conoscenza, come si delinea il dissenso cinese oggi? Quale è la sua consistenza e rilevanza?

Dal 2012 a oggi la repressione del dissenso si è intensificata in ogni sfera, in particolare nel mondo della cultura, nei media, nell’associazionismo. Nella storia lunga della Cina fasi di maggiore tolleranza per il dissenso interno si sono alternate – talvolta con gradualità, talvolta con brusche virate– a fasi di stretta repressiva. La fase avviata con il XVIII Congresso è senza dubbio una fase di stretta repressiva. Questo anche per effetto del processo di accentramento del potere all’interno del Partito, realizzato con una vasta campagna anticorruzione che, oltre a perseguire obiettivi di contrasto della oggettiva corruzione esistente nel Partito e nello Stato, ha rappresentato un formidabile strumento di disciplinamento politico. La contrazione del pluralismo interno al Partito ha a sua volta ridotto lo spazio per il dissenso esterno, che proprio dal pluralismo nel Partito aveva in altre fasi tratto precarie coperture politiche.

Simone Dossi è professore associato di Relazioni internazionali all’Università Statale di Milano, dove insegna Relazioni internazionali dell’Asia orientale. I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla politica estera e di sicurezza della Repubblica popolare cinese e sulle relazioni tra Italia e Cina. È autore del volume Rotte cinesi. Teatri marittimi e dottrina militare (Università Bocconi Editore, 2014). 

In copertina Xi Jinping con sua moglie Peng Liyuan a un incontro ufficiale in Messico (cropped).  Nel testo: Simone Dossi

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