La Corea testa i missili. Trump: “Tutto OK”

Dopo la fine del Trattato sulle armi balistiche, una nuova generazione di armamenti è pronta a volare

 

di Maurizio Sacchi

La Corea del Nord ha lanciato il 10 agosto un nuovo tipo di missile a corto raggio, l’ultimo di una serie di test sulle armi che hanno scosso i suoi vicini nelle ultime settimane. Un diplomatico nordcoreano ha citato dichiarazioni di Donald Trump per giustificare il lancio dei missili, che segnano progressi significativi e rappresentano una grave minaccia per la Corea del Sud, il Giappone e le forze statunitensi nella regione.

“Anche il presidente degli Stati Uniti ha fatto un’osservazione che in effetti riconosce i diritti di autodifesa di uno Stato sovrano, affermando che si tratta di un piccolo test missilistico che molti paesi fanno”, ha dichiarato Kwon Jong Gun, direttore generale per gli affari americani presso il ministero degli Esteri della Corea del Nord. Che l’ultima serie di test non abbia guastato i rapporti fra i presidenti americano e del Paese asiatico è testimoniato dal cordiale scambio di lettere fra i due seguito al test, in cui si conferma un nuovo incontro al vertice, per riallacciare le trattative interrotte a febbraio.

Il cambio di rotta degli Stati uniti sui missili a corto e medio raggio coreani corrisponde a una nuova strategia globale sul tema, dopo l’uscita unilaterale dal Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (Inf) ai primi di agosto. Il trattato, firmato dal presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e dal leader sovietico Mikhail Gorbachev l’8 dicembre 1987, vieta la produzione, i test di volo e il possesso di tutti i missili da crociera e balistici a terra con un raggio compreso tra 500 e 5.500 km.Un trattato ritenuto ormai superato dai fatti, da entrambe le parti, che si accusano a vicenda di violazioni e squilibri.

Washington accusa Mosca di violare il trattato con il missile da crociera SSC-8, designato come 9M729 in Russia. Mosca lo nega, dicendo che il vettore non è stato sviluppato e testato per il raggio proibito. Il mese scorso, un comandante russo, il generale Mikhail Matveyevsky, ha annunciato la sua autonomia massima di volo di 480 km. Gli Stati Uniti rimangono non convinti, citando  dati dei prori servizi.

Mosca è diffidente nei confronti dei sistemi di lancio verticali americani Mk-41 per intercettori missilistici dispiegati in Romania, e presto anche in Polonia, perché, oltre a svolgere compiti difensivi, questi possono lanciare missili da crociera terrestri. In effetti, la struttura di controllo degli armamenti dell’era della guerra fredda, in cui erano centrali gli accordi Mosca-Washington, sta diventando obsoleta – e  il trattato Inf non fa eccezione. Senza la partecipazione di altre nazioni, in particolare della Cina, con la sua potenza militare in forte aumento, la sua efficacia è nulla. Ricordiamo che la Cina non ha mai aderito al trattato, in considerazione  del suo svantaggio sul piano strategico rispetto alle altre due superpotenze .

Le trattative fra Mosca e Washington – vi è tempo fino al 2 febbraio 2020 per salvare il trattato – non sembrano quindi destinate al successo. Anche perché la presidenza americana ha già annunciato la sua intenzione di uscirne, e l’unica cosa che le interessa ora sono le modalità per farlo. Nel nuovo scenario che si prospetta, i due teatri dove si dovrebbe assistere al proliferare di una nuova generazione di missili a corto e medio raggio sono l’Europa e l’Asia.

Ma Trump deve ottenere il consenso dei suoi alleati, prima di tutto quello dei Paesi dell’Europa occidentale, insoddisfatti della risoluzione del trattato,  perché saranno loro, non l’America, ad essere esposti ai missili che la Russia potrà schierare, una volta che l’accordo sarò annullato. Saranno gli europei  quelli che dovranno ospitare la nuova generazione di missili americani che dovrebbe ristabilire l’equilibrio. E probabilmente, se la linea Trump sul tema sarà confermata, pagare per averla e mantenerla.

Anche con la Corea del Sud, come con l’Europa, il presidente sostiene da tempo che gli alleati non partecipino nelle proporzioni desiderate ai costi legati alla difesa. E’ significativo che, mentre Trump sminuiva di importanza i test di Pyong Yang, attaccasse Seoul in occasione delle prossime esercitazioni congiunte Usa-Corea del Sud. In questa occasione si è ribadito che il test servirà proprio a garantire l’operatività dell’esercito di Seoul, anche dopo il prossimo ritiro dei 48.000 militari americani presenti sul territorio.

Ma in Asia la strategia americana ha un obbiettivo più arduo e più vasto, che la ricerca di equilibrio con la Russia di Putin. Qui il confronto ha come meta il contenimento e il ridimensionamento della ascendente potenza cinese. E, nella nuova linea di politica internazionale della Casa bianca, senza coinvolgimento diretto delle truppe americane.  Si conta in sostanza sugli alleati regionali, dalla Corea del Sud al Giappone, all’Indonesia. Un via libera alla proliferazione di armi balistiche regionali può essere una via per creare questa sorta di “assedio in appalto” alla Cina. E naturalmente aprirebbe ricchissimi mercati a chi produce e vende i costosissimi sistemi.

Nell’immagine in evidenza una foto da Unsplash

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