La grande illusione afgana

Bilancio di una guerra che dura da quarant'anni. Una raccolta di saggi curata dal direttore editoriale dell'Atlante

La Grande Illusione

L’ Afghanistan in guerra da 40 anni
Rosenberg&Sellier 2019
a cura di Emanuele Giordana

Saggi di: Affatato, Battiston, Carati, De Maio, Foschini, Giordana, Giunchi, Giustozzi, Sulmoni, Recchia, Sergi, Shiri e un saluto della principessa Soraya. Prefazione di Gianni Rufini, direttore di Amnesty Italia

Iniziata con l’invasione sovietica, l’ultima guerra afgana compie quarant’anni con attori diversi ma sempre con le stesse vittime: i civili. Una lunga guerra della quale Usa e alleati – tra cui l’Italia – sono tra i maggiori responsabili anche per per l’ennesima grande illusione: diritti, lavoro, dignità, uguaglianza. A diciotto anni dall’ultima fase del conflitto iniziato nel 2001, il disastroso bilancio è anche il manifesto di come si possa utilizzare la bandiera dei diritti per violarli ripetutamente. I saggi scritti da autorevoli osservatori delle vicende afgane disegnano illusioni e sofferenza, le responsabilità di guerriglia, governo e alleati stranieri, i giochi degli attori regionali e lo spregiudicato uso di una propaganda cui non credono più nemmeno i suoi inventori. Una fotografia in bianco e nero dove il nero trionfa. Un atto d’accusa che, pur riconoscendo la buona fede di molti, mette il dito nella piaga della malafede tipica di ogni conflitto.

Verso la fine del 1979 l’Unione Sovietica, inizialmente riluttante a inviare truppe in Afghanistan, invadeva il Paese dell’Hindukush con 80mila uomini e 1800 carri armati. Iniziava una guerra di logoramento durata dieci anni che alla fine fece decidere al Cremlino il ritiro. Ultimo conflitto della “Guerra Fredda” e terreno di scontro tra sovietici e americani, la campagna afgana era costata a Mosca 30mila morti e oltre 50mila feriti. Fu il colpo decisivo all’implosione dell’Urss. Ma agli afgani la guerra era costata molto di più: morte, distruzione, degrado e povertà. Finita una guerra però ne iniziavano altre: tra i mujahedin e il governo, quella interna alla guerriglia, quella poi condotta dai Talebani. Anche queste però erano solo l’anticipo di un conflitto ancora più lungo e non ancora concluso, iniziato con una nuova occupazione militare guidata dagli Stati Uniti e dagli alleati della Nato.

La guerra infinita, che nel 2019 compie quarant’anni, segna uno dei più lunghi conflitti della Storia con il suo corollario di vittime civili e militari, distruzioni, miseria, illusioni e dolore a fronte di promesse non mantenute, di una ricostruzione incompiuta e di un fallimento delle speranze riposte dagli afgani in un intervento che, anziché essere risolutivo, si è manifestato come un ennesimo capitolo dell’epopea del “Grande Gioco”, iniziata nell’Ottocento tra Regno unito e Russia zarista. Tassello geopolitico ineludibile, schiacciato dalle mire egemoniche di Paesi vicini e lontani, l’Afghanistan è un caso emblematico di come un Paese di montagne e deserti, povero di risorse energetiche e naturali, possa diventare il teatro di un incubo spaventoso e apparentemente senza fine in cui da quarant’anni si agita il fantasma quotidiano della guerra.

I saggi di questo volume disegnano la storia recente del Paese e del suo ultimo conflitto. Le promesse e le speranze ma anche il cinismo e le ambizioni, gli errori umani e i calcoli politici. Con un solo grande protagonista da sempre utilizzato solo come comparsa: la sua popolazione civile. Inascoltata, repressa, ignorata.

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