La guerra continua danneggia anche il commercio. Il punto

Sullo sfondo dei conflitti un'economia globale sempre più in affanno da Suez a Malacca

di Raffaele Crocco

E’ la linea dei carri armati a definire il futuro. A Rafah la vedono nettamente, sono dell’esercito israeliano. Li hanno mandati a prendere il controllo del valico di frontiera: di lì non si passa più e non passano nemmeno i pochi aiuti umanitari. L’attesa per l’annunciata e per ora ferma offensiva israeliana cresce e preoccupa. Gli esperti di cose militari dicono che della forza militare di Hamas sono rimaste integre e in assetto da battaglia solo quattro brigate ormai. Il problema è che sono mescolate nel milione e mezzo di civili inermi che a Rafah è arrivato in fuga dalle 28 settimane di attacchi israeliani. Si rischia l’ecatombe. Per le agenzie delle Nazioni Unite, 630mila bambini rischiano la pelle nell’eventuale attacco.

Si spera nella tregua. Nella notte fra mercoledì e giovedì della ventottesima settimana dall’inizio delle azioni militari, la delegazione di Hamas dal Cairo è tornata a Doha, Qatar. Izzat Al-Rishq, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha spiegato che “il Movimento afferma il suo impegno e l’adesione alla sua posizione accettando il documento presentato dai mediatori”. Il governo israeliano riunirà, invece, il gabinetto di guerra e di sicurezza per decidere che fare. Su Tel Aviv pesa anche la decisione del Presidente statunitense Joe Biden di condizionare le forniture militari, continuando con quelle difensive, ma non con quelle offensive, se Israele invaderà Rafah. Una scelta clamorosa, che ha portato allo scontro con il Premier israeliano Netanyahu: “faremo da soli, se serve”, ha detto. Nella partita sono entrate anche le proteste che nei campus statunitensi e nelle università europee si stanno moltiplicando. In Francia, Italia, Germania, Paesi Bassi e Regno Unito, gli studenti hanno creato degli accampamenti con le tende all’interno o davanti alle sedi dell’università, occupando anche alcuni edifici. Come negli Usa, chiedono che le università, oltre a chiedere con fermezza il “cessate il fuoco”, interrompano e modifichino le relazioni con le università israeliane.

La guerra continua anche nell’invasa ucraina. Il presidente Zelensky cerca brandelli di ottimismo, per fermare la lenta, ma inesorabile avanzata russa nel Sud Est del Paese. Punta tutto sul nuovo pacchetto di forniture militari statunitensi. “Con l’aumento delle forniture di armi – ha spiegato – saremo in grado di fermarli a est. Lì hanno l’iniziativa, non è un segreto. Dobbiamo fermarli e prendere l’iniziativa nelle nostre mani”. Mentre lo diceva era a Kiev, in conferenza stampa congiunta con la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. “Dobbiamo salvare la nostra Europa”, ha aggiunto Zelensky. A Mosca, intanto, il 9 maggio oltre 9.000 soldati hanno sfilato sulla Piazza Rossa per celebrare la vittoria contro il nazismo nella Grande Guerra Patriottica. Una giornata che nella simbologia di Putin è un vero “pezzo forte”. Sono stati schierati anche armamenti e sono sfrecciati aerei. Il ministero della Difesa russo ci ha tenuto a chiarire che dei soldati sfilati, “più di 1.000 partecipano all’operazione militare speciale” in Ucraina. Quella contro Kiev per Putin non è ancora una guerra. Resta una operazione di “pulizia dal nazismo”.

Nel frattempo, in settimana, si sono moltiplicati i bombardamenti contro le città ucraine. I civili sono sempre più sotto pressione, mentre nell’esercito i ranghi si riducono per effetto delle perdite. La parola “negoziato” resta una parola proibita in questo Risiko fra “filoamericani” e Antagonisti” per il controllo dei commerci e delle risorse. Nel mar Rosso, continua l’attacco degli houthi yemeniti alle navi europee e statunitensi in nome della solidarietà ai palestinesi. Nelle ultime ore, tre missili balistici antinave e tre Uav sono stati lanciati contro una nave di proprietà della Grecia e contro un mercantile commerciale europeo. La missione militare europea Aspide ha, sino ad oggi, respinto undici attacchi e scorato 68 navi. Le previsioni sono pessime. Il colosso danese dello shipping, Maersk, ha diffuso una nota, sostenendo che la capacità di trasporto Asia-Europa potrebbe diminuire anche del 20%, generando un poderoso aumento dei costi.  Tutte le compagnie marittime evitano il Mar Rosso e quindi il Canale di Suez e gli Houthi sono arrivati a colpire una nave MSC a oltre 300 miglia a est della Somalia. Una crisi che pare infinita e che genera altre crisi. A Panama, ad esempio, pare iniziata una dura lotta per il potere e il controllo del canale, che potrebbe passare clamorosamente in mano russa nei prossimi mesi.

Per gli Stati Uniti si tratterebbe di un colpo letale e inaccettabile. Più lontano, in Asia, è attorno allo Stretto di Malacca che si gioca la partita: di lì passa il 12% delle merci del Mondo e il controllo di quel braccio di mare è fondamentale per chi, come la Cina, punta a rotte sicure e controllate per le proprie merci. La partita diventa sempre più complessa. Gli attori in campo aumentano e così facendo il rischio che nessuno sappia più controllare l’escalation aumenta ogni giorno di più.

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