La guerra sottile oltre il coronavirus – 2

Viaggio nel  Sudest asiatico dove il dilagare del virus - che in Cina ha ormai largamente superato la soglia psicologica dei cento morti - non si è trasformato né in ansia eccessiva e tanto meno in psicosi anti cinese

Dal nostro inviato nel Sudest asiatico Emanuele Giordana

Vientiane – Mentre il coronavirus si estende a macchia di leopardo in tutta l’Asia, tanto da aver fatto suonare l’allarme persino nel lontano Pakistan, si contano ormai sulle dita di una mano sola i Paesi vicini alla Cina ancora esenti dal contagio: Laos, Myanmar, Filippine e Indonesia nel Sudest, il maggior campo di battaglia dove ieri è “caduta” anche la Cambogia (restano fuori in realtà anche i micro Stati del Brunei e di Timor Est). In Cina si contano ormai 132 vittime e oltre 6mila casi.

Per quanto diverse farmacie della capitale laotiana avessero finito le mascherine protettive, pochi le portano e il Laos non sembra molto preoccupato dell’emergenza virus. Dopo un comunicato del 22 gennaio scorso, il ministero della Sanità ha emesso ieri una nuova dichiarazione che invita a fare attenzione ai luoghi affollati e a utilizzare la mascherina. Agli aeroporti si fa attenzione a chi viene dalla Cina, ma la sensazione è che il dilagare del virus non si sia trasformato né in ansia eccessiva e tanto meno in psicosi anti cinese. C’è del resto un elemento chiave che spiega perché – almeno qui – non sia il caso di preoccuparsi eccessivamente.

Bamboo Network

Contrariamente a Singapore – dove la popolazione cinese sfiora l’80% dei residenti nella città Stato – o della Thailandia dove vivono nove milioni di cinesi (sono i due luoghi col maggior numero di casi acclarati, seguiti dalla Malaysia), la popolazione cinese del Laos è inferiore a quella di Paesi come l’Argentina o gli Emirati Arabi Uniti. Poiché il pericolo del diffondersi del contagio è legato alla bamboo network, alla rete cioè delle comunità cinesi fuori dalla Cina, Laos e Myanmar (dove sono una minoranza della minoranza) non corrono grandi rischi. Il contagio infatti si è diffuso in Asia o tra cinesi dell’Hubei in viaggio all’estero o in membri della comunità cinese d’oltremare, vuoi rientrati dalla Cina, vuoi entrati in contatto con connazionali venuti a trovarli per le festività.

Il grande pericolo – ora in parte contenuto dopo che oltre una decina di città nella provincia dell’Hubei (di cui Wuhan è la capitale) sono state sigillate – ha trovato infatti il suo cavallo da corsa nei milioni di cinesi che si sono mossi per il capodanno lunare. Nella maggior parte dei casi sono stati spostamenti in Cina. In altri, son stati invece viaggi di lavoro ma anche per visitare i parenti all’estero. La popolazione cinese del Vietnam non è molto elevata (1 milione su 97) ma la festa del Tet coincide col capodanno lunare cinese e la presenza cinese (magari non dichiarata al censimento) è evidentissima quasi in ogni città vietnamita. In Thailandia, dove i cinesi sono tantissimi, ogni città, Paese, villaggio ha il suo quartiere cinese e i legami della diaspora con la “madrepatria” restano fortissimi. Infine ci sono i turisti. Al momento Bangkok conta 4mila possibili portatori tra i cinesi ancora entro i confini siamesi. E paventa una consistente diminuzione del turismo cinese quest’anno.

Preoccupati ma non allarmisti

Anche in Vietnam comunque, Paese dal quale siamo partiti per il Laos, l’atmosfera era tutt’altro che preoccupata anche se a fine anno già si segnalavano due casi e le autorità avevano predisposto una rete di protezione sanitaria aperta al pubblico e istituito controllo agli aeroporti. Preoccupazione si, allarmismo no.

Il bollettino dell’espansione del virus si aggiorna comunque di ora in ora. Con sorprese. Come quella dello Sri Lanka o del Nepal. Ma non c’è di che stupirsi. La comunità cinese nel mondo è una delle più grandi e delle più diffuse, anche se il suo vero cuore resta in Asia. Va notato comunque che, almeno per il momento, il virus non sembra aiutare chi si oppone, da queste parti, all’espansione cinese che i suoi detrattori vivono come una pericolosa epidemia. Tanto meno nel Laos dove la grande ferrovia che collegherà lo Yunan a Singapore passando da Vientiane, Bangkok e Kuala Lumpur, procede spedita con ponti, gallerie, sbancamenti che solo un anno fa erano soltanto sulle carte degli ingegneri. La Via della seta avanza, nonostante il coronavirus.

Leggi qui la prima puntata

L’immagine di copertina e del Cdc di Atlanta e mostra la diffusione del virus 

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