La ritirata russa. Il punto

L'aggiornamento settimanale sulla guerra ucraina dopo oltre 250 giorni dall'invasione di febbraio

di Raffaele Crocco

Era nell’aria la ritirata: i russi stanno abbandonando Kherson, per attestarsi sull’altra riva del Dnepr. Nel giorno 257 dall’invasione dell’Ucraina voluta da Putin, la città che fa da cerniera con la Crimea è stata di fatto liberata. Era stata una delle prime conquiste russe. Da settimane la pressione militare ucraina faceva intuire che qualcosa stava accedendo. Avevamo scritto della decisione presa dal Governatore russo di trasferire sulla riva orientale del grande fiume la statua del principe Potemkin e altri monumenti. Allora si era detto “per maggior sicurezza”. Contemporaneamente, si raccontava del trasferimento – gli ucraini usano il termine “deportazione” – di 115mila civili. Segnali precisi, che spiegavano come la controffensiva ucraina stesse funzionando e come fosse necessario, per i russi, attestarsi su una nuova linea di difesa.

L’annuncio ufficiale della ritirata è arrivato dal ministro della Difesa russo, Serghei Shoigu. Ha ordinato alle truppe di ritirarsi dalla città e attestarsi nuovamente a oriente. Gli osservatori parlano di ritirata disordinata e complessa. Ci vorranno giorni e nel frattempo la città resterà inaccessibile per gli ucraini: troppo alto il pericolo di trappole e troppe le zone minate. Kherson sarà una specie di città fantasma, come molto altri centri abitati coinvolti in questa guerra.

Quello che, però, è certo sono i due i risultati ottenuti da Kiev. Quali? Vediamo. Il primo è militare: costringere i russi ad attestarsi in una posizione più complessa e difficile. Il Dnper è un fiume largo in quel punto e se a primavera Mosca decidesse di rilanciare un’offensiva, sarebbe decisamente in difficoltà, proprio per la conformazione del terreno. Kherson è considerata la “porta per la Crimea” e lasciandola i russi abbandonano l’ipotesi di saldare alla penisola i territori occupati in Ucraina. Il secondo risultato ottenuto è legato al primo: dare un colpo di maglio all’orgoglio russo e ottenere un grande ritorno d’immagine. Kherson era stata una delle più importanti conquiste nei primi giorni di campagna militare di Mosca. Averla perduta è – anche sul piano della propaganda – un pessimo segnale per Putin e per il suo esercito. Per Kiev, poi, è il completamento dell’operazione militare iniziata in autunno. Una controffensiva che ha portato a liberare quasi 6mila chilometri di territorio. Ora, resta da capire se questa nuova situazione sul campo potrà aprire la strada ai negoziati, sino a questo momento esclusi dalla partita.

Il vantaggio russo è scomparso e il governo di Kiev si sente più forte. C’è da chiedersi se esista quel “vantaggio militare sul campo” che molti osservatori ritenevano necessario per creare le condizioni di dialogo. La risposta è davvero difficile e i segnali per ora sono contraddittori. Proprio mentre iniziava la ritirata, ad esempio, la portavoce del Ministro degli Esteri, Maria Zakharova, spiegava che il Cremlino era “aperto ai negoziati sulla base dell’attuale situazione. Non troviamo, però, la disponibilità al dialogo da Kiev”. Il Governo Zelensky appare effettivamente tiepido, almeno ufficialmente. L’idea di un negoziato sembra naufragare nella convinzione che i russi, con questo ripiegamento, stiano solo preparando una trappola. Non a caso, i consiglieri del Presidente hanno denunciato il tentativo di Mosca di rifornire i propri arsenali offensivi grazie a Teheran e hanno rilanciato sulla “necessità, in questa fase, di rafforzare e intensificare gli aiuti all’Ucraina”. Zelensky ha parlato dell’ impegno di Canada e Gran Bretagna nell’assistenza militare e Washington ha annunciato la cessione di nuove armi per 400miloni di dollari.

Gli Stati Uniti, però , puntano anche alla trattativa. Il Consigliere alla sicurezza nazionale, Sullivan, lo ha ribadito: “Con Mosca teniamo un canale aperto”.  L’impressione è che, nelle prossime ore, qualcosa possa accadere. Il negoziato punterebbe, eventualmente, ad un cessate il fuoco, per creare la base al lungo lavoro di costruzione della Pace. Servirà comunque molto tempo e la ripresa, per i due Paesi, non sarà facile. In questa chiave, dall’Unione Europea, arrivano segnali all’Ucraina. La Commissione Europea ha proposto nuova assistenza finanziaria a Kiev. Si tratta di 18 miliardi di euro, da erogare con prestiti agevolati, da rimborsare in 35 anni a partire dal 2033. Inoltre, la Commissione propone ai Paesi dell’Unione Europe di farsi carico dei costi dei tassi di interesse su prestiti contratti dall’Ucraina. Una solidarietà concreta, dicono. Si aspetta il sì dei vari governi. Il no dell’Ungheria sulla questione dei tassi d’interesse è già arrivato.

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