La sfida di Zelensky. Il punto

Nessun segnale di pace, nessun segno di negoziato, parole sempre più dure. E intanto in Ucraina si continua a morire  

L’Ucraina è viva e combatte” La parole del presidente Zelensky al Congresso degli Stati Uniti sono state come il tuono, come il rombo del cannone. Vestito da soldato in prima linea, il leader ucraino è uscito dal Paese per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa, 302 giorni fa. Il tempo di questa nuova fase della guerra si dilata e rende il profilo dello scontro sempre più incerto.

L’Ucraina ha bisogno di armi non solo per resistere: vuole sconfiggere militarmente Putin e la Russia, per essere forte al futuro tavolo delle trattative. Così, parlando ad un Congresso Usa che cambia maggioranza – diventando più repubblicano e meno disponibile ad aiutare gli ucraini – cerca consensi ed altre armi, spiegando che “la Russia potrebbe invadere altri Paesi. E’ un Paese terrorista. Dobbiamo fermarla”. Discorso che pare ottenere consensi: gli Stati Uniti hanno pronti altri aiuti militari per 1,8miliardi di dollari. Potrebbe trattarsi della fornitura di missili Patriot e di bombe per gli aerei.

Mentre Zelensky parlava, Putin non taceva. Parlando ai suoi generali e ai dirigenti politici russi in una riunione allargata del Collegio del ministero della Difesa, il capo del Cremlino ha spiegato che “gli obiettivi dell’operazione speciale saranno raggiunti e la sicurezza sarà garantita in tutti i territori russi”. Putin ha anche annunciato che i missili intercontinentali Sarmat saranno messi in stato d’allerta: “E’ risaputo che il potenziale e le capacità militari di quasi tutti i principali Paesi della Nato sono impiegati attivamente contro la Russia”. Non è mancata la retorica nazionalista: “I nostri soldati – ha detto – stanno combattendo valorosamente, come fecero quelli che combatterono contro Napoleone e Hitler”. Per la prima volta, Putin ha anche usato la parola “guerra”, parlando dell’invasione dell’Ucraina. Lo ha fatto in un video, riferendosi alla possibilità di “raggiungere prima possibile la fine della guerra”.

Per legge voluta proprio da lui, la parola “guerra” è vietata in Russia. Così, Nikita Yuferev, consigliere comunale di san Pietroburgo ha pensato bene di denunciarlo per “diffusione di falsità sulle azioni dell’esercito russo”. Comunque sia, sono parole che danno l’esatta distanza fra Mosca e Kiev. La guerra continuerà tutto l’inverno, gli esperti ne sono certi. L’esercito russo continua a concentrare i propri sforzi nelle direzioni di Bakhmut e Avdiika, nel sud est del Paese, per migliorare le linee di rifornimento e preparare nuove offensive.

Grandi risultati non ce ne sono. Si tratta di piccole manovre e minimi consolidamenti, mentre proseguono i bombardamenti sulle città e sulle infrastrutture. La situazione della popolazione civile resta pesante. Due terzi dell’Ucraina sono di fatto al buio, senza riscaldamento e con le strutture ospedaliere in costante emergenza. Negli ultimi giorni a vivere la situazione più difficile è Kiev. I danni alle reti e alle apparecchiature provocati dai bombardamenti russi sono ingenti. Il 60% dei trasformatori – spiega la società elettrica Yasno – è stato distrutto e non ci sono alle porte “cambiamenti in meglio. Ci sono aree che ricevono luce per circa cinque ore al giorno. Altre che hanno luce per 2- 3 ore al giorno E c’è chi è senza luce dall’ultimo bombardamento. La città non può ricevere energia dal sistema elettrico del Paese a causa dei danni alle apparecchiature ad alta tensione. La rete non può funzionare quando manca il 60% dei trasformatori. È impossibile fornire elettricità in luoghi dove non ci sono apparecchiature”. A Mariupol, occupata da mesi, i russi stanno demolendo il teatro Comunale. “Un modo terribile – sostiene il sindaco in esilio, Andryushchenko – per distruggere la nostra identità”.

In questo quadro, non ci sono segnali positivi per quanto riguarda la diplomazia, anzi. Zelensky ha ribadito un concetto chiaro: “questa guerra – ha detto dagli Usa – la possiamo vincere, la vogliamo vincere”. Putin, dal canto suo, fa sapere che i negoziati sono fermi perché “Kiev non ha minimamente cambiato posizione in questi mesi”. Sul piano internazionale, ad una Cina che chiede a mezza voce una “soluzione politica alla guerra”, fanno eco Biden dagli Stati Uniti, dicendo “Putin non vuole la fine della guerra” e il presidente polacco, Andrzej Duda, che parla della “fine dell’Europa se Putin dovesse vincere la guerra”.

Nessun segnale di pace, nessun segno di negoziato. E intanto si continua a morire: secondo il portale Children of War sono 450 i bambini morti dal giorno dell’invasione, 863 i feriti. Per loro non ci sarà più alcun futuro.

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