La svolta autoritaria della Tunisia

Oltre il 93% degli elettori ha votato sì al referendum che consegna massimi poteri al Capo dello Stato: libertà democratiche a rischio e forte crisi economica. Forte astensionismo

In Tunisia si teme una svolta autoritaria. Con il referendum proposto dal presidente Kais Saied entrerà in funzione la nuova Costituzione che sostituirà quella scritta dopo la Primavera araba del 2011. Il Oltre il 93% degli elettori tunisini hanno votato Sì, ma solo il 27% degli aventi diritto (1,9milioni, non era previsto il raggiungimento del quorum), si è recato alle urne. 

Cosa prevede la nuova Costituzione

La nuova costituzione reintroduce nel Paese un presidenzialismo forte, che riserva al Capo dello Stato numerose prerogative e non prevede nessun contropotere. Il capo dello stato assume maggiore controllo sul governo e sulla magistratura, potrà ratificare leggi, sarà il Capo delle Forze Armate e avrà anche il compito di definire la politica generale dello stato con proposte al parlamento che dovranno essere valutate con priorità. Il suo potere si estende fino alla possibilità di sciogliere il parlamento. Un altro tratto distintivo è che per la prima volta in un paese arabo, l’Islam non è definita religione di stato, ma a detta degli esperti non si può comunque considerare un testo modernista, dal momento che nel nuovo articolo 5 si dichiara che “bisogna rispettare la legge coranica”.Molte le proteste che si sono verificate prima e dopo il voto. Secondo gli oppositori, che avevano invitato a boicottare il voto per una Costituzione creata “a misura del presidente” e da cui lo stesso Sadok Belaid, il giurista che ne aveva redatto il testo poi modificato dal presidente, si era dissociato, che riteneva che potesse “aprire la strada a un regime dittatoriale”.

Non solo Referendum…

Non è solo la nuova Costituzione a fare temere la svolta autoritaria. Kais Saied, salito al potere il 14 ottobre 2019, è considerato da molti un populista. Docente universitario in pensione candidato come indipendente dichiarò nel 2021 che avrebbe governato con decreto presidenziale e sciolse le istituzioni democratiche, tra cui il Consiglio superiore della magistratura e il parlamento, suscitando vaste critiche internazionali. Le libertà democratiche sarebbero quindi messe a dura prova da mesi. Nella classifica della libertà di stampa nel mondo pubblicata ogni anno da Reporters sans frontières, la Tunisia si è classificata al 94esimo posto, in calo di 21 posizioni rispetto al 2021. Per Rsf le ragioni del peggioramento del paese del Nord Africa sono proprio dovute alle misure eccezionali annunciate dal presidente Saied il 25 luglio 2021. Nel maggio 2022 i giornalisti tunisini erano scesi in piazza a Tunisi per protestare contro quella che ritengono essere una crescente repressione e intimidazione contro la stampa.

Il quadro economico

Non va meglio dal punto di vista economico. Nel 2021 il debito pubblico registrato è stato di oltre 107 miliardi di dinari (circa 33 milioni di euro), pari all’85,8% del Pil, di cui 67,7 miliardi di debito estero (prestiti multilaterali e bilaterali). L’agenzia Fitch ha declassato il rating della Tunisia a ‘CCC’, che riflette i maggiori rischi fiscali e di liquidità esterna. Secondo l’agenzia, il disavanzo pubblico registrerà l’8,5% nel 2022, rispetto al 7,8% del 2021. La crescente dipendenza della Tunisia dai prestiti e dagli elevati prezzi globali delle materie prime ha inoltre portato a un grave aumento dell’inflazione: nel mese di marzo il dato ha raggiunto il 7,2%, rispetto al 4,8% di marzo 2021. E ancora: il rincaro dei generi alimentari ha toccato il +19% e il governo non è stato in grado di pagare le spedizioni di grano degli ultimi mesi. La disoccupazione, inoltre, può essere definita cronica.

(Red/Al.Pi.)

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