La vittoria dei fratelli Rajapaksa

Le elezioni presidenziali a Sri Lanka hanno premiato Gotabaya.  Ma nel governo è scontato un posto anche per suo fratello Mahinda. Una famiglia che piace alla Cina

di Emanuele Giordana

Le elezioni presidenziali a Sri Lanka, dove si è votato sabato, hanno premiato Gotabaya Rajapaksa che, oltre il 50% delle preferenze, ha vinto senza nemmeno aver bisogno della somma di altri voti. Ma se le parole hanno un senso, un senso hanno anche gli aspetti cerimoniali. Soprattutto se si tratta dell’investitura di un presidente. E se Gotabaya Rajapaksa, fresco di vittoria elettorale, nel discorso inaugurale ha parlato di unità del Paese, la scelta cerimoniale sembra dire il contrario.

Avviene nel cuore dello Sri Lanka ad Anuradhapura, una delle vecchie capitali. E’ qui che si trova il Ruwanweli Seya (a destra), enorme stupa bianco che fa da sfondo alla cerimonia d’insediamento. Fu costruito nel 140 a.C. da Dutugamunu, re “compassionevole” venerato dai buddisti anche perché sconfisse Ellalan, principe tamil di Chola, che aveva invaso il regno di Rajarata. Poco prima, per non farsi mancare nulla, Gotabaya aveva visitato lo Sri Maha Bodhi, il sacro fico che, di talea in talea, sarebbe il discendente diretto dell’albero indiano sotto cui Siddhartha Gautama Budda arrivò all’illuminazione.

Con oltre l’80% di partecipanti al voto, Gotabaya Rajapaksa ha preso il 52,25% delle preferenze dei 16 milioni di aventi diritto sgominando il suo principale rivale Sajith Premadasa (41,99%). Voto polarizzato dove non è difficile capire per chi abbia votato la maggioranza singalese buddista e dove sia andato quel 22% di voto che appartiene a tamil e musulmani, due comunità vessate che hanno buoni motivi per temere sia Gotabaya sia suo fratello Mahinda, già presidente due volte e ora possibile futuro premier.

I due fratelli erano assieme nel 2009 quando l’esercito srilankese sgominò la secessione dei tamil nel Nord utilizzando modi che sono andati sotto il capitolo “crimini di guerra”. Gotabaya, pur se ora si dice un ferreo propugnatore dell’Agenda 2030 dell’Onu, in campagna elettorale aveva detto di non riconoscere la risoluzione del Consiglio per i diritti umani dell’Onu, approvata dallo Sri Lanka nel settembre 2015 (dopo che il fratello aveva perso le elezioni in gennaio) che impegnava Colombo a soddisfare una serie di misure relative a diritti umani e giustizia, inclusi quindi ulteriori possibili passi sui fatti del 2009. Quanto ai musulmani, i pogrom dei buddisti radicali contro la sparuta minoranza, sono un pezzo delle attività di monaci e attivisti ultranazionalisti appoggiati dai Rajapaksa e loro base elettorale.

Gotabaya Rajapaksa

Gotabaya, oltre alle promesse di rito (sviluppo, equità, giustizia, corruzione) si è anche proclamato neutrale in politica estera. Lo sarà davvero? I cinesi, che si son precipitati a felicitarsi con lui, vedono di buon occhio il ritorno dei due fratelli che dopo qualche anno di disgrazie sono ora di nuovo al comando. Gli indiani (e gli americani) invece sono cauti. Su The Hindu, l’analista Suhasini Haidar ha ricordato un messaggio inviato nel 2014 dal governo Modi ai fratelli Rajapaksa quando Mahinda era presidente e Gotabaya titolare della Difesa. A Delhi non piaceva che Colombo avesse autorizzato l’attracco di navi da guerra cinesi nello Sri Lanka. Ma una settimana dopo, un sottomarino nucleare Changzheng (Lunga Marcia) e la nave di supporto Changxingdao erano comunque arrivati a Colombo per una visita di cinque giorni. “Con Gotabaya ora in carica – conclude Haidar – per Nuova Delhi tornano le preoccupazioni”. Non è solo una questione di navi da guerra ma di… perle.

Filo di perle è il nome esotico che la Rpc ha scelto per disegnare la mappe delle rotte marittime della Via della seta. Una delle perle è Sri Lanka dove i cinesi stanno lavorando con la China Harbour Engineering Company Ltd, il braccio d’oltremare della China Communications Construction Company, al porto di Hambatota, operazione miliardaria non ancora conclusa che ha indebitato fortemente il Paese. E che non piace né a Delhi né a Washington.

In copertina: il Budda, foto di Eddy Billard

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