Lo scenario dopo il fallito mini-golpe

In Venezuela il pronunciamento di un gruppo di militari ribelli - subito arrestati -  potrebbe essere il segnale di una svolta. E forse cambiare gli equilibri nello scontro istituzionale fra Maduro e il Parlamento controllato dall’opposizione

Ieri mattina Caracas si è svegliata di soprassalto. Alle prime luci dell’alba di lunedì, un gruppo di circa 40 militari della Guardia nacional, dopo aver assaltato e depredato le caserme di Maracao e Petare, a sudovest e a est della città, portando con sé 55 fucili Ak108 e 55 pistole, aveva distribuito armi alla popolazione dei sobborghi della capitale, incitandoli alla rivolta. Utilizzando i social per diffondere i loro richiami alle armi per rovesciare il governo Maduro.Il pronunciamento non è durato molto e i militari ribelli sono stati arrestati.

La Guardia nacional. Fedelissimi a pugno chiuso ma non tutti

Barricate erano state innalzate, e all’alba era in corso uno scambio di spari fra militari ribelli e regolari. Gli scontri nelle strade continuavano. Lo confermava anche il quotidiano El Espectador di Bogotà, nella confinante Colombia, Paese che riceve quotidianamente l’impatto dei profughi dal Venezuela, e che in generale ha sempre avuto nel Venezuela il suo vicino più problematico (come abbiamo raccontato qui).

I media internazionali hanno atteso a lungo a dare notizia di questo sollevamento. El Pais di Madrid, sempre molto attento a quanto succede in America latina, ne ha dato notizia dopo le 21, quando il mini-golpe era già rientrato. La ragione di questo ritardo la dà lo stesso quotidiano spagnolo: “Parte della popolazione ha diffidato della veridicità della rivolta, e ha interpretato ciò che è accaduto come un montaggio orchestrato da Miraflores per intorbidire le numerose manifestazioni contro Maduro che si sono svolte in questi giorni. negli Open Cabildos di tutto il Paese, convocati dal nuovo presidente dell’Assemblea nazionale, Juan Guaidó.” Al sopraggiungere delle forze governative, gli insorti si sono poi arresi, continua El Pais, senza che vi siano stati morti. La totalità delle armi è stata recuperata.

L’episodio andrebbe dunque archiviato come insignificante e incruento, nei drammatici sommovimenti che scuotono il Venezuela in questo momento. Ma lo scontro fra l’Assemblea nazionale, controllata dall’opposizione, e di cui Guaidò è presidente, e Nicolàs Maduro, capo di Stato della Repubblica bolivariana, che di fatto si sono delegittimati da tempo a vicenda, spostata nelle strade e trasformata in protesta civile, è come una polveriera in cui anche la scintilla di un episodio minore può innescare proteste di massa.

Ha un grande peso da questo punto di vista la dichiarazione dell’Oea, l’organizzazione degli Stati americani, che ha di fatto dichiarato illegitime le elezioni che hanno confermato Maduro alla presidenza, e che ha apertamente parlato di uccisioni mirate e violazioni sistematiche dei diritti civili. Anche le dichiarazioni dell’amministrazione Trump sul Venezuela non sono tali da escludere una tentazione di tipo cileno: nella quale a un movimento di protesta di base si aggiunge una “voglia di golpe” in una parte dell’esercito (la maggioranza sta per ora con Maduro), e una direzione d’orchestra esterna americana, più o meno dichiarata. Il vice-presidente Mike Pence ha dichiarato, “Ci congratuliamo, riconosciamo, e appoggiamo la decisione dell’ Assemblea nazionale di dichiarare Maduro un “usurpatore.” Lo riferisce Il Miami Herald, che riflette in qualche modo gli umori della comunità espatriata venezuelana, come di quella cubana, duramente anticastrista. (Red/Ma.Sa.)

Nelle immagini due scatti dal sito della Guardia nacional bolivariana

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