Myanmar, embargo violato. Cercando la verità sui bossoli Made in Italy

Amnesty International Italia, Atlante delle guerre e dei conflitti del Mondo, Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (OPAL), ITALIA-BIRMANIA.INSIEME e Rete Italiana Pace e Disarmo vogliono sapere come cartucce italiane siano arrivate nel Paese asiatico per essere impiegate dalle forze di sicurezza della giunta golpista

Le organizzazioni della società civile italiana chiedono chiarimenti all’azienda Cheddite sulla vendita di munizioni utilizzate dai militari in Myanmar per reprimere brutalmente le manifestazioni contro il golpe militare. Ma per ora nessuna risposta. Nemmeno alle due interrogazioni presentate alla Camera. Un iniziativa congiunta di 
Amnesty International Italia, Atlante delle guerre e dei conflitti del Mondo, Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (OPAL), ITALIA-BIRMANIA.INSIEME e Rete Italiana Pace e Disarmo.

Amnesty International Italia, Atlante delle guerre e dei conflitti del Mondo, Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (OPAL), ITALIA-BIRMANIA.INSIEME e Rete Italiana Pace e Disarmo. hanno scritto all’azienda Cheddite Italy S.r.l., con sede a Livorno, per chiedere chiarimenti in merito al ritrovamento a Yangon, in Myanmar, di un bossolo di una cartuccia sparata dalla polizia locale contro un’ambulanza che trasportava dei feriti. Dalle informazioni diffuse dal quotidiano locale “The Irrawaddy” il bossolo riporta chiaramente la scritta “Cheddite” e il calibro 12. Altri bossoli della stessa Cheddite sono stati utilizzati dalle forze di sicurezza contro i manifestanti nei giorni successivi. In seguito altre cartucce sono state ritrovate in altre località del Paese come documentano numerosi scatti postati sui social media.

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Con il passare delle settimane l’esercito birmano sta usando metodi sempre più letali e armi solitamente utilizzate in contesti bellici, contro manifestanti pacifici e passanti casuali in tutto il Paese. Dal colpo di Stato militare del 1° febbraio 2021, la popolazione ha organizzato manifestazioni ovunque, principalmente non violente. La risposta delle forze di sicurezza e dei militari, invece, è stata una repressione brutale. È molto preoccupante, inoltre, la sorte dei giornalisti birmani – che per primi hanno dato notizie del ritrovamento di bossoli italiani in Myanmar – oggetto di censure, intimidazioni e arresti.

Secondo l’Associazione di Assistenza ai Prigionieri Politici (AAPP) ad oggi sono stati uccisi oltre 500 manifestanti, e oltre 2570 sono le persone arrestate. Dopo aver analizzato più di 50 video della repressione in corso, il Crisis Response Evidence Lab di Amnesty International è in grado di confermare che le forze di sicurezza sembrano perseguire strategie pianificate e sistematiche, compreso l’uso crescente della forza letale. Molte delle uccisioni documentate possono essere considerate delle esecuzioni extragiudiziali. Tra le armi impiegate, foto e video mostrano anche che la polizia ha accesso alle cosiddette armi convenzionali meno letali. Nello scorso weekend il livello dello scontro si è alzato notevolmente con l’uso di raid aerei su villaggi Karen.

Chiarimenti su esportazioni di munizioni

Le organizzazioni della società civile sono a conoscenza dell’iscrizione dal 2014 della Cheddite S.r.l. al Registro del Ministero della Difesa per le imprese esportatrici di armamenti ai sensi della Legge 185/90. Non risulta, però, alcuna menzione dell’azienda negli elenchi delle autorizzazioni rilasciate da UAMA negli anni successivi. E’ pertanto probabile che tutte le esportazioni di munizioni siano avvenute secondo le norme previste dalla Legge 110/75 (che regolamenta le esportazioni di armi e munizioni di tipo “comune, sportivo o da caccia”) o tramite joint ventures o aziende intermediarie.

Le organizzazioni italiane hanno chiesto quindi informazioni riguardo al lotto con codice: Produzione 1 luglio 2014 – Lotto 1410?807, ricostruito grazie alle immagini dei bossoli sparati dalla polizia in Myanmar e poiché la società turca Yavaşçalar YAF, un marchio della società turca Zsr Patlayici Sanayi A.S., utilizza proiettili di gomma con componenti di munizioni prodotte dalla società Cheddite S.r.l. Da un’attenta analisi del registro del commercio internazionale delle Nazioni Unite (Comtrade) risultano nel 2014 diverse forniture di fucili e munizioni dalla Turchia a Myanmar: si tratta, nello specifico, di 7.177 tra fucili di tipo sportivo o da caccia per un valore di 1.452.625 dollari con in aggiunta 2.250 “parti e accessori” e di 46mila munizioni del valore di 223.528 dollari. Di fronte a questi dati, le organizzazioni hanno chiesto di conoscere:

  • se gli accordi di licenza di esportazione con Zsr Patlayici Sanayi A.S consentono in qualche modo l’esportazione di munizioni riportanti il marchio Cheddite S.r.l. in Myanmar;
  • se l’azienda turca può esportare, più o meno direttamente, munizioni col marchio Cheddite S.r.l. in Myanmar e specificatamente alle forze di polizia e di pubblica sicurezza di quel Paese;
  • se tutto ciò è avvenuto col consenso della Cheddite S.r.l..                                                                                                                                                                                                                                                                               Il tema è stato anche ripreso nel dibattito parlamentare: sono state infatti presentate alcune interrogazioni al Ministro degli Esteri che chiedono chiarimenti sulla vendita di queste munizioni, stante l’embargo imposto dall’Unione Europea nel 1991, e sollecitano una verifica sul rispetto della normativa e sul controllo dei flussi relativi al commercio di munizioni e munizionamento di ogni tipologia. Anche il Consiglio ONU dei Diritti Umani, con una importante Risoluzione, martedì 24 marzo ha raccomandato alle aziende presenti in Myanmar o che hanno legami di affari col paese di non svolgere alcuna attività economica che possa favorire l’esercito o le aziende da esso possedute o controllate.

Ulteriori informazioni

Tali richieste si basano sugli standard globali su imprese e diritti umani, ovvero sui Principi guida delle Nazioni Unite (UNGP) su business e diritti umani, approvati all’unanimità dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite nel giugno 2011, secondo i quali le aziende produttrici di armi sono tenute a valutare i rischi non solo nelle operazioni aziendali e lungo la catena di approvvigionamento, ma nell’utilizzo finale dei loro prodotti – incluse parti e componenti – una volta acquisiti dalle forze armate o delle forze dell’ordine.

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