Perù: finalmente Castillo è Presidente

La Giunta elettorale conferma il risultato dopo settimane di incertezze. Il tema dell'"estrattivismo"

di Maurizio Sacchi

Oggi 28 luglio si insedia come Presidente del Perù Pedro Castillo, dopo più di un mese di esame dei risultati da parte della Junta electoral nacional (Jen). La rivale Keiko Fujimori, che ha perso la corsa presidenziale per soli 44mila voti, aveva a lungo contestato la vittoria del 51enne ex maestro e sindacalista Castillo, sulla base di presunti brogli e irregolarità. Ma la Giunta ha ribadito che la figlia dell’ex presidente  Alberto Fujimori (1990-2000) non ha presentato alcuna evidenza delle sue accuse, come aveva già affermato la commissione dell’Organizzazione degli stati americani (Oas), e ha quindi confermato la vittoria di Castillo.

“Sará un Governo che non lascerà indietro nessuno. Che ognuno apporti le sue differenze, però con lealtà e dignità. Sappiano tutti che non permetterò che si rubi neanche un centesimo”, ha dichiarato il neopresidente parlando da un balcone della sede di Perú Libre, il partito che lo ha sostenuto, a Lima.  “Faremo un Paese più giusto e sovrano”, ha detto. La sovranità da restaurare riguarda soprattutto i diritti di estrazione dei minerali, tra cui il rame, che vengono reputati iniqui e troppo esigui. 

Il nuovo presidente del Perù mette in discussione gli accordi di stabilità fiscale con le imprese minerarie del rame, che congelano le tariffe, e il piano mette in agitazione le compagnie minerarie cinesi. Il Perù è il secondo produttore mondiale del metallo, reso ancor più importante dalla transizione verso l’auto elettrica. Castillo ha proposto nuove royalty sulle vendite di minerali e ha ventilato un piano per rinegoziare gli accordi fiscali di lunga data, conclusi sotto i governi precedenti.

La possibile messa in discussione degli accordi sulle royalty minerarie si inserisce in un dibattito più ampio, che sta dividendo l’America latina e in particolare la nuova sinistra che sta emergendo dal Cile alla Colombia. La parola chiave è “estrattivismo”, il termine di nuovo conio che condanna la politica di sfruttamento delle risorse del sottosuolo, che ha prodotto, e produce, grandi danni all’ambiente  e che è uno dei punti di coagulazione delle comunità indigene di tutta l’America del sud.  Ma si tratta di un punto controverso, poichè le politiche sociali che Castillo ha nel proprio programma, non possono prescindere dagli introiti che il rame, il petrolio, e le altre risorse possono fornire. Un esempio di come questi due diversi approcci possano risultare divisivi asll’interno della nuova sinistra che avanza nell’emisfero Sud delle Americhe lo ha già fornito l’Ecuador, dove Il ballottaggio delle elezioni dell’11 aprile 2021 si è concluso con la vittoria del banchiere conservatore Guillermo Lasso, con il 52,4% dei voti contro il 47,6% dell’economista di sinistra Andrés Arauz. iI primo leader di destra del Paese in 14 anni ha visto la sua corsa facilitata proprio dalla divisione interna alla sinistra sul tema dell’estrazionismo.

Sul tema dell’”estrazionismo” le Monde dilpomatique pubblica un interessante analisi a firma di Marielle Maelle e Franck Poupeau: l’articolo servizio ventila l’ipotesi che il tema ecologista possa essere un cavallo di Troia delle destre latinoamericane, che ne approfittano per dividere il campo delle proteste contro la diseguaglianza che affligge l’America latina. Un tema complesso, che è destinato a ritornare nei prossimi appuntamenti politici della regione, e che impone una riflessione su come conciliare i temi della difesa dell’ambiente con quella della costruzione di uno Stato sociale, e sul diritto a un giusto prezzo delle materie prime.

Nell’immagine, Pedro Castillo 

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