Processate i generali birmani. Per genocidio

Un rapporto commissionato dal Consiglio Onu dei diritti umani accusa: contro Rohingua, Kachin e Shan un piano preordinato dei militari per l'eliminazione fisica delle comunità

I vertici militari del Myanmar devono essere indagati e processati  per genocidio in seguito a ciò che è stato commesso negli Stati birmani di Rakhine, Kachin e Shan. Lo dice con chiarezza un rapporto ad hoc stilato da una commissione indipendente incaricata dalla Consiglio per i diritti umani dell’Onu con sede a Ginevra i cui risultati sono stati anticipati  ieri dal suo relatore.

Questa volta non ci sono giri di parole: siamo oltre la violenza, la brutalità, l’apartheid, la pulizia etnica. Questa volta si tratta di  “genocidio” e cioè un piano per la sistematica distruzione di una comunità che si accoppia ad altre due parole dal suono sinistro: “sterminio” e “deportazione”. L’oggetto dell’indagine, condotta da Marzuki Darusman, ex parlamentare e procuratore generale indonesiano, coadiuvato da due esperti di questioni di genere (Radhika Coomaraswamy) e dell’infanzia ((Christopher Sidoti), sono le popolazioni rohingya, kachin e shan: tre comunità cui i militari birmani hanno dichiarato guerra.

La più nota è la vicenda dei Rohingya, minoranza musulmana che, al contrario di Kachin e Shan, non ha nemmeno diritto alla riconoscimento della cittadinanza birmana e che è stata bollata come una comunità di immigrati bangladesi. Vessati al punto da soffrire in soli 12 mesi la morte di più di 6mila persone (così dice Medici senza frontiere) e la fuga forzata in Bangladesh di oltre 700mila. Condanne e sdegno sono noti da tempo e la parola genocidio era già stata usata ma non in forma così forte e argomentata. Tanto argomentata che il rapporto – che sarà ufficialmente presentato a Ginevra il prossimo 18 settembre – chiede alla Corte penale internazionale dell’Aja (Icc) di aprire un fascicolo contro il capo dell’esercito birmano, generalissimo Min Aung Hlaing, e cinque altri alti gradi di cui si fanno nomi e cognomi, accompagnati da una lista di imputati di minor rango che la Commissione consegnerà alla Corte.

Nelle due immagini: il generale Hlaing (sn) e il suo vice Soe Win (dx)

Al tribunale con sede all’Aja hanno già lavorato sul dossier ronhingya e agli inizi di agosto  il Myanmar aveva però vietato alla procuratrice generale Fatou Bensouda (nella foto a destra) il diritto di poter investigare i crimini sui Rohingya perché i birmani non hanno mai sottoscritto l’accordo che ha creato l’ Icc a Roma nel 1998. Ma ora il rapporto consiglia di istituire un Tribunale ad hoc che non ha bisogno di un sì dalla capitale birmana. Certo, i generali potranno non presentarsi alla sbarra. Ma se condannati in contumacia non potranno mai più varcare una frontiera dove l’Interpol abbia mandato per arrestarli. Un’ombra che si allunga persino sulla Nobel Aung San Suu Kyi.

Aung San Suu Kyi

Non è lei, la de facto premier del Paese, ad aver perpetrato gli omicidi di massa, le violenze sessuali pubbliche e ripetute, gli abusi sui minori, gli incendi dei campi e dei villaggi in quello che il rapporto chiama un “piano di distruzione” architettato con precisione e determinazione. Certo non è stata lei a dire, come ha fatto il generale Hlaing, che andava “terminato il lavoro incompiuto” per risolvere “il problema sopportato troppo a lungo dei bengalesi (i rohingya)”. Ma lei e il suo governo, al netto dell’impunità e dell’autonomia che la Costituzione birmana riconosce a Tatmadaw (le Forze armate), sono rimasti zitti: un’ “omissione” che non ha fatto valere quantomeno l’autorità morale che poteva tentare almeno di arginare o prevenire quegli eventi. La condanna è grave perché attiene a un’inazione ingiustificata anche se il documento sembra riconoscerle attenuanti che non esonerano però né lei né il suo governo dalle responsabilità. Il rapporto chiede dunque al Consiglio della Commissione Onu di farsi portavoce dell’esigenza che ora agisca la comunità internazionale con le armi che ha: il tribunale dell’Aja. Che potrebbe dunque chiamare alla sbarra anche la Nobel la cui immagine di eroina dei diritti umani si è stinta con l’andare degli eventi fino a restituire quella di chi è colpevole di aver avallato l’opera dei militari.

Marzuki Darusman

Darusman e i suoi collaboratori non hanno mai messo piede in Myanmar. Ci hanno provato ma l’attesa ha partorito un topolino. Il lavoro però non è mancato, coadiuvato da altre indagini indipendenti che certo son servite a chiarire il quadro (l’ultima è la denuncia di Human Rights Watch sulle torture che subiscono i pochi profughi rientrati dal Bangladesh). Sono 875 le testimonianza dirette che documentano il pano dei militari: gli stupri, le fosse comuni e l’accaparramento delle terre. Il risultato dell’indagine è riassunto dalla parola “genocidio”.

Qui sotto un breve filmato dell’Unhcr da cui è tratta anche l’immagine di copertina

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